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Domani il Brasile sceglie il nuovo Presidente

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SAN PAOLO – L’opposizione brasiliana è nel panico. È vero che domenica vincerà facilmente nello Stato più ricco e industriale del paese, quello di San Paolo, e perfino con un candidato a governatore, Geraldo Alckim, sconfitto alle presidenziali quattro anni fa. Ma se José Serra non riuscirà ad ottenere almeno il ballottaggio e sarà spacciato fin dal primo turno saranno guai, dicono giornali e tv.

Lo afferma dall’inizio della campagna elettorale anche Fernando Henrique Cardoso, ex presidente e leader storico del Psdb, il partito più forte dopo il Pt (Partito dei lavoratori) di Lula. «Senza un’opposizione solida – avverte – il Brasile rischia di trasformarsi in una democrazia popolare a tinte socialiste e Lula acquisterà un profilo da caudillo». Sono sparate da campagna elettorale per spaventare la classe media con il fantasma di un Lula che, inebriato dal trionfo della donna, Dilma Rousseff, che ha scelto per succedergli, diventa un populista come il venezuelano Chavez.

Va bene anche per ricchi e soprattutto nuovi ricchi, in decisa crescita grazie al boom delle materie prime (soia, minerali etc…) e ai salti in avanti della Borsa. Il presidente uscente lascerà il palazzo di Planalto con un incredibile 80% d’approvazione popolare e, semmai, il problema odierno dei brasiliani sembra essere quello dell’impossibilità di rieleggerlo per la terza volta. Da domenica saranno orfani di Lula. Non altro.
Ma è vero che oltre alla fine della sua carriera politica, Serra, 68 anni, rischia di ottenere anche la disfatta dei socialdemocratici del Psdb. Colpa loro visto che da dieci anni candidano alla presidenza sempre gli stessi politici perdenti: Serra o Alckim, Alckim o Serra.
D’altra parte come potrebbe il partito di Lula perdere le elezioni? L’economia va a gonfie vele (il Pil crescerà del 5% anche quest’anno), i programmi sociali del governo sono stati un successo e da un paio d’anni, per la prima volta dall’indipendenza del Brasile, il numero dei cittadini appartenenti alla classe media ha superato quello dei poveri e poverissimi.
Per l’opposizione la nota stonata è il suo rapporto con Dilma Rousseff. Quando venne chiamata nel 2005 dal ministero dell’Energia al ruolo di ministro della Casa Civil (una sorta di premierato) nessuno immaginava che questa economista di 63 anni avesse ambizioni presidenziali. Né che Lula, in una sfida personale, contro tutti i suoi ministri e contro il suo partito, la indicasse come delfino e successore. Niente primarie: è stato sufficiente il dito indice del presidente per trascinare Dilma dall’anonimato ad una popolarità che, nei sondaggi, accarezza il 50% delle intenzioni di voto.

Figlia di un comunista bulgaro in esilio e di una maestra brasiliana, la giovanissima Dilma militò nella guerriglia leninista durante la dittatura militare. Arrestata, trascorse tre anni in carcere, dove venne torturata. Poi depose le armi e si mise a studiare, impegnandosi nella carriera politica nello Stato di Minas Gerais. Nel governo, amici e nemici hanno imparato a temerla per il suo carattere duro e autoritario. Esattamente quello che è piaciuto anche a Lula, che ha deciso di affidarle la guida del paese.

Un’altra donna, l’ambientalista Marina Silva, ex ministro nel primo governo Lula – si dimise in polemica con il mancato controllo del disboscamento dell’Amazzonia – contende a Dilma l’elettorato di sinistra e potrebbe diventare determinante per uno scivolamento dell’elezione al secondo turno. Ma vinca o meno Dilma al primo turno di domani, vista la distanza nei sondaggi – superiore al 20% tra lei e José Serra – l’eventuale ballottaggio è considerato completamente inutile e ci sono pochi dubbi sul fatto che dal prossimo primo gennaio il paese sarà per la prima volta governato da una donna.

Le vere sfide saranno dopo. L’opposizione accusa Dilma di essere una marionetta di Lula e sostiene che il presidente uscente l’ha scelta solo per continuare a dirigere nell’ombra la politica del paese e ripresentarsi tra quattro anni. Dettagli, perché i veri problemi saranno altri. Tutte le stime di macroeconomia dicono che il Brasile nei prossimi dieci anni diverrà la quinta potenza mondiale, superando Francia e Gran Bretagna. Ma bisogna arrivarci. E, come scrivono gli esperti, se non si affronteranno le difficoltà di una rete di infrastrutture inadeguata e non migliorerà la qualità media dell’educazione, addio crescita.

Fonte : La Repubblica

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2 Commenti

  1. Tra i 2 contendenti meglio Dilma anche se, potendo eventualmente votare, io avrei sicuramente scelto Marina Silva. ciao da Marco Falconi

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