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Carlo di Franco : dalla LUISS al Brasile

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Vi segnalo l’ultimo interessante articolo dell’amico Carlo di Franco sulla rivista di Geopolitica Limes . Carlo di Franco vive a Salvador di Bahia ed è un esperto di commercio estero e finanza internazionale . Ci siamo conosciuti ai tavolini del Bar/ Lan House di Nicola , un napoletano trapiantato al Porto da Barra di Salvador . Carlo non ha affatto l’aspetto serioso dell’esperto internazionale ma ha studiato in una delle più prestigiose università private della Capitale : la LUISS ed anche lui , come tanti amici , cerca una sua dimensione al di fuori dell’Italia .

Il «male olandese» ha contagiato il Brasile?

di Carlo Di Franco
RUBRICA BRASILIANA. Una crescita economica da far invidia, un mercato vibrante, una potenza in ascesa. Ma a causa dello sfruttamento delle risorse naturali Brasilia rischia la deindustrializzazione.


(Carta di Laura Canali tratta da Limes QS 1/2007 “Brasile la stella del Sud” – clicca sulla carta per la possibilità di ingrandire)



Potete scommetterci: passata la sbornia del carnevale e tornati dalle ferie estive, l’argomento del giorno nel dibattito politico-economico prenderà spunto da due notizie apparentemente contrastanti.
Entrambe hanno
relazione con i paesi ricchi d’Europa e Nord America, relazione da sempre vissuta con soggezione. La prima notizia riguarda i dati del pil e le relative graduatorie internazionali. Secondo i dati dell’Istituto brasiliano di geografia e statistica (Ibge), l’economia brasiliana ha chiuso il 2010 con una crescita del 7,5%. In confronto ad altri 16 paesi, il ritmo di espansione del Brasile perde solo rispetto a Cina (10,3%) e India (8,6%), mentre sorpassa quello di Corea del Sud (6,1%), Giappone (3,9%), Usa (2,8%) e area Euro (1,7%).
La posizione nei
ranking internazionali è la novità riportata da tutti i media brasiliani. Secondo Fmi e Banca Mondiale (dati provvisori), il pil brasiliano per parità dei poteri d’acquisto (Ppa) è il settimo al mondo, avendo scavalcato nel 2010 Francia e Regno Unito. Per chi fosse rimasto ancorato a vecchi schemi, ricordiamo le prime dieci posizioni: Usa, Cina, Giappone, India, Germania, Russia, Brasile, Regno Unito, Francia e Italia. La graduatoria del pil nominale (quindi non influenzato dal livello dei prezzi interni) non modifica molto le cose: la stampa economica brasiliana ha rilevato in questi giorni che, grazie ad alcune correzioni contabili, il sorpasso sull’Italia dovrebbe essere avvenuto già nel 2010, senza aspettare il 2011, come invece era previsto dal Fmi. La posizione brasiliana, quindi, sarebbe sempre la settima, guadagnando rispetto alla precedente graduatoria su India e Russia e perdendo su Francia e Regno Unito. La seconda notizia è nell’inchiesta Brazil’s carnival is “made in China” pubblicata il 6 marzo dal Financial Times. Conformemente ai dati degli importatori tessili, «circa l’80% dei costumi in mostra nei festival del carnevale brasiliano quest’anno è stato importato quasi esclusivamente dalla Cina».

«Dalle creazioni più tradizionali ostentate dalle scuole di samba concorrenti alle maschere indipendenti degli Elvis Presley o Osama bin Laden, la stragrande maggioranza è stata confezionata con poliestere e nylon cinese, oltre a qualche pezzo dalla Corea del Sud», mentre solo 15 anni fa erano interamente di origine locale. Una fornitrice intervistata tenta una spiegazione: «c’è stata, nel corso degli anni, una mancanza di nuove attrezzature e di investimenti nel settore tessile. La domanda ora è così forte che non si riesce a starle dietro». È uno dei maggiori problemi del Brasile: la «maledizione delle risorse naturali», ovvero il rischio di deindustrializzazione collegato allo sfruttamento di risorse naturali. È il «male olandese», un fenomeno così chiamato da quando l’Economist nel 1977 utilizzò il termine «Dutch disease» per descrivere il processo di declino del settore manifatturiero nei Paesi Bassi dopo la scoperta di grandi giacimenti di gas naturale. La tesi, in estrema sintesi, è che l’esportazione di grandi quantità di risorse naturali causa un massiccio afflusso di valuta estera. Il conseguente apprezzamento della valuta locale provoca così una riduzione della competitività esterna dei prodotti del settore industriale, stimola l’importazione di beni stranieri concorrenti e un processo di deindustrializzazione interno. In Brasile, la preoccupazione per questo fenomeno è emersa negli ultimi anni con la crescita di esportazioni di materie prime agricole e minerali e, in realistica prospettiva, con la possibilità di esportare grandi quantità di biocarburanti (principalmente etanolo) e petrolio, a partire dallo sfruttamento operativo dei giacimenti del Pré-sal recentemente scoperti, che proietteranno il paese tra i massimi produttori mondiali. Alcuni segnali confermano questa probabilità: il peggioramento della bilancia commerciale industriale, specialmente per i beni di media e alta intensità tecnologica, contemporaneo a una fase di forte crescita economica che si riflette soprattutto in consumo di beni importati. Con mirabile sintesi mi spiega il Prof. José F. Vinci de Moraes, economista dell’Università Espm: «Noi non possiamo sostenere questo tasso di crescita del 7,5% annuo. Il tasso di investimento ancora non raggiunge il 20% del pil, mentre in Cina, è stato del 41% nel 2010. I consumi non smettono di crescere ma la produzione nazionale non può tenere il passo della domanda, e noi stiamo comprando sempre più prodotti importati, il che spinge al disavanzo esterno, ma aiuta anche a contenere l’inflazione». Fino agli inizi degli anni Novanta l’economia brasiliana era immune al male olandese, neutralizzato attraverso meccanismi di protezione che compensavano l’apprezzamento del tasso di cambio, reminescenza di un modello di politica industriale “di sostituzioni delle importazioni” che vigeva dagli anni Trenta di Getulio Vargas. Dalla presidenza Collor de Mello in poi, attraverso la liberalizzazione commerciale e finanziaria e la totale flessibilità dei cambi, il paese ha iniziato a presentare esempi notevoli di deindustrializzazione. Fattori come l’abbandono delle politiche industriale e commerciale e l’apprezzamento del tasso di cambio (usato come strumento di lotta all’inflazione) hanno condotto il Brasile a tornare su una posizione ricardiana, che riflette la sua dotazione tradizionale di risorse. L’apprezzamento del cambio del real rispetto al dollaro è notevole: il 56% dal valore medio mensile dall’ottobre 2002 (minimo storico) al febbraio 2011. Anche i negoziati commerciali del Doha Round seguono questa tendenza. Il Brasile ha l’obiettivo di ottenere da Europa e Stati Uniti la riduzione delle sovvenzioni all’agricoltura. Queste ultime chiedono in contropartita la riduzione sostanziale delle tariffe doganali in settori industriali strategici per il Brasile e ciò potrà esacerbare il processo di perdita di competitività dell’industria. Elaborando gli aggiornatissimi dati del ministero dello Sviluppo, Industria e Commercio Estero sulla bilancia commerciale di gennaio 2011, si può constatare che in un anno l’export di prodotti primari è aumentato del 64,1%, quello di semilavorati del 35,8%, mentre l’export di manufatti è cresciuto solo del 14%. Se credete che in un’epoca di crisi e instabilità questo dato possa essere poco significativo e preferite i trend di lungo periodo, considerate che il surplus di 4 miliardi di dollari americani della bilancia commerciale dei soli prodotti manifatturieri del 1992 si è trasformato in un deficit di 9,8 miliardi nel 2007, quando corrispondevano ancora al 52,3% delle esportazioni totali, e nella spaventosa voragine di 70,9 miliardi nel 2010, scendendo al 39,4% del totale.

Bisogna ricordare che grazie ai prodotti primari il paese nel 2010 ha comunque ottenuto un surplus commerciale di 20,4 miliardi di dollari americani. Questa è una sorpresa negativa per quanti ricordano San Paolo come il cuore industriale del Sud America, subcontinente dove spessissimo per molti beni di media tecnologia si potevano leggere le istruzioni solo in portoghese. Il Brasile ha attraversato un intenso processo di industrializzazione tra gli anni Cinquanta e Ottanta. Nel 1947, l’industria manifatturiera rappresentava il 20% del pil. Nel 1985, ha raggiunto un picco del 36%, quindi ha cominciato a declinare e attualmente il settore partecipa con meno del 16%. Parte di questa caduta può essere attribuita a cambiamenti nella metodologia di calcolo del pil, mentre lo stesso processo di terziarizzazione (outsourcing) degli anni Ottanta e Novanta provoca lo “spostamento statistico” di molte attività dall’industria ai servizi. Vero è che l’industria ha perso spazio nel mondo: in generale, quando le economie crescono e si sviluppano, l’industria perde quota nella composizione del Pil. Ma questo vale specialmente per i paesi più sviluppati dove i servizi nei settori di istruzione, finanze, cultura, tempo libero e tecnologia richiedono una forza lavoro altamente qualificata, mentre in Brasile la struttura dei servizi è ancora basata sul commercio, spesso informale. Il timore è che la minore partecipazione dell’industria in Brasile sia associata a una “primarizzazione di ritorno”: invece di avanzare verso un’economia basata sui servizi a valore aggiunto più elevati, il paese si starebbe concentrando nella produzione di materie prime e commodities agricole e minerali. È presto per dare risposte definitive anche perché è un fenomeno ancora limitato nel tempo e sicuramente influenzato dalla crisi globale del 2008: le esportazioni di prodotti finiti (destinate soprattutto a Usa e al resto del continente) sono state duramente colpite, mentre la crescita accelerata dell’economia ha dato impulso alle importazioni. Non si deve pensare che queste ultime si concentrino solo nei beni di consumo. Al contrario, gli investimenti sono considerevoli e con essi l’acquisto di macchinari e componenti per l’industria. Uno studio della Banca nazionale di sviluppo economico e sociale (Bndes) calcola investimenti industriali per 220 miliardi di euro fino al 2013, il che significa una crescita del 60% sul triennio precedente (escludendo l’anno della crisi): è la più grande espansione dagli anni Ottanta. Ma lo studio non confuta l’ipotesi della “primarizzazione di ritorno” dell’economia. Gli investimenti si concentrano nelle filiere legate alla produzione ed esportazione di materie prime. Quasi il 60% delle risorse previste sarà investito nell’industria petrolifera e del gas. Il settore dell’estrazione mineraria appare al secondo posto con investimenti previsti per oltre il 10% del totale, destinati a soddisfare soprattutto l’appetito dell’industria cinese. Nulla di sorprendente: tra il 2003 e il 2008, la domanda di Pechino di minerali di ferro è cresciuta mediamente del 25% all’anno! Non tutti sono pessimisti. Il Prof. D. Kupfer, economista dell’Università federale di Rio (Ufrj), vede un cambiamento strutturale all’interno del settore industriale. I settori petrolchimico, minerario e agro-industriale (a ben vedere quelli dove il paese presenta ricardiani vantaggi comparativi) si rafforzano, mentre segmenti più tradizionali e meno sofisticati, quali calzature, mobili, manufatti metallici, affrontano difficoltà a competere con i concorrenti cinesi. Un tempo esportatori, oggi sono i più esposti al cambio alto e al costo delle inefficienze brasiliane. I mutamenti nelle correnti dei traffici commerciali internazionali, accelerati ed evidenziati dalla crisi, possono provocare un processo irreversibile di deindustrializzazione se non governati e se il paese accondiscende al “gioco” dell’industria cinese, che propone un inserimento internazionale passivo, in cui il Brasile assume il ruolo di esportatore di materie prime e d’importatore di prodotti finiti. Qualcosa bisogna fare, ma cosa? Le proposte sono varie: «misure strutturanti» per favorire le esportazioni, come diminuire i tributi su di esse; riduzione di adempimenti burocratici; azioni volte a contrastare la (presunta) concorrenza sleale di merci cinesi, promuovendo misure compensative; politiche volte a deprezzare il real; riduzione dei carichi che gravano sul costo del lavoro. Il Bndes ha nei giorni scorsi annunciato che investirà 1,7 miliardi di euro in tre linee di finanziamento per l’acquisto di parti, componenti e servizi tecnologici, per l’innovazione e l’acquisizione di beni di tecnologia dell’informazione fabbricati nel paese.
Nessuna di queste
misure sembra decisiva, almeno fino a quando non vengano risolti i nodi dello sviluppo brasiliano. Le carenze nell’infrastruttura dei trasporti e della logistica e nella formazione della manodopera; l’assenza di una politica scientifica e dell’innovazione tecnologica e per l’acquisto di macchinari efficienti. La burocrazia inadeguata, il peso dello Stato e la spesa pubblica irrazionale, tra le cause che alzano i tassi d’interesse e il cambio. Ci vuole tempo, impegno e coraggio per affrontare scelte difficili e a volte elettoralmente rischiose.

Fonte . LIMES (21/03/2011)

12 Commenti

  1. ohh…quindi qualcuno stà incominciando a venire incontro alla mie idee?
    ottoaprile starà cambiando opinione o semplicemente aprendo gli occhi…

    dove sono tutti i soloni del blog, marcofalco in primis?

  2. Ciao Max

    non esistono soloni qui nel Blog ma solo persone che collaborano in modo costruttivo senza offendere gli altri .

    Chiedi piuttosto a Carlo di Franco perchè ha scelto di vivere in Brasile a dispetto di tutte le difficoltà che tra l'altro nessuno ha mai negato .Io lo so ma lascio rispondere lui .

    Tra l'altro continui a dire di vivere qui a Natal ma non ti sei ancora mai presentato . Puoi per favore dirci cosa fai qui ? Di cosa ti occupi , come vivi , ecc ?

    Incominciamo a toglierci la maschera e mettere la faccia quando affermiamo qualcosa e non nascondiamoci dietro un nickname .

  3. Non ritorna in Italia perche' se sara' molto critico sulla condizione economica italiana ci sara' una Cri che gli dira':
    ..perche' non ritorni in Brasile?

  4. Bell' articolo, molto interessante chi come me che non ne capisce niente di economia ma è interessato a capirci qualcosa, questo è un buon articolo veramente, anche se alcuni dubbi rimangono.

    Cmq volevo solo dire che sia in Italia o in Brasile ci sono pro e contro, magari economicamente sappiamo benissimo com è la situazione italiana e quella brasileira. Ora sta ad ognuno di noi vedere in quale realtà ci troviamo meglio al momento.

  5. ciao Carlo, vorrei farti una domanda, e se possibile, una risposta… sono brasiliana e vivo a Roma, mio figlio, nel prossimo anno, va alla universita', vuole fare economia, certo, se possibile mi piacerebbe farlo studiare alla Luiss, come hai una vasta esperienza, vorrei una guida, se lui riesci andare alla Luiss, la laurea ha peso in Brasile? perche qui mi dicono che la Tor Vergata è una delle migliore, e in, futuro trovare lavoro li o in Brasile la laurea è meglio, tu che mi dice? perche sacrificarmi tanto e farlo studiare alla Luiss, e dopo non avere opportunita' in Brasile o in altro posto sarebbe veramente un peccato, e poi, penso anche che come stanno le cose qui, studiare alla Tor vergata, e alla fine non riuscire a lavorare qui o in Europa,sarebe orribile!!cosi, studia alla Tor vergata, e se non va bene qui, prova in Brasile, scusami l'italiano…. mio e-mail è suelysc2@hotmail.com, ti ringrazio veramente di cuore se mi puoi orientare, sai la Luiss sara' pure ottima, ma è cara per me!!! ma nemmeno lo voglio fare stare anni in una facolta' che nel mercato di lavoro qui o all'estero non puo' aiutarlo molto. grazie per l'attenzione

  6. Questo articolo di Carlo di Franco pubblicato su Limes di marzo è indubbiamente interessante e pone legittimi dubbi.
    E' prassi consolidata da parte degli economisti di cercare di assimilare o comparare le varie fasi e fenomini economici nel tentativo di trovare modelli economici assimilabili e con questo agevolare previsioni e rimedi possibili.
    D'altro canto il fenomeno del "Dutch disease" o male olandese è noto sin dagli anni '70 e, da allora, vari economisti hanno paventato il ripetersi di tale fenomeno, tentando di trovare elementi di similitudine, in vari Paesi sottosviluppati o emergenti, ricchi di materie prime, in fase espansiva. Già da tempo vari economisti stanno dibattendo di tale ipotesi anche in Brasile e già nel 2004 Joseph Stiglitz su The Guardian commentava l'ipotesi di Dutch disease con riferimento ai modelli di sviluppo in atto in paesi come Indonesia e Nigeria, ricchi di petrolio, e come Sierra Leone e Botswana, ricchi di diamanti. Esiste infine uno studio del 2008 fatto dal Prof.Maletto dell'Università La Sapienza di Roma sullo stato dell'economia Russa che conclude "Dunque, si puó ritenere che l'economia russa sia affetta dal fenomeno definito «Dutch disease».
    Questo per dire in sostanza "nulla di nuovo sotto il sole", queste sono normali disquisizioni accademiche tra economisti molto diffuse e, spero, anche altrettando molto disinteressate.
    Lo stesso Carlo di Franco d'altronde non mi sembra sancire delle certezze ma solo paventare una possibilità dando spunto a una legittima discussione (a differenza di Max il quale invece ha solo profonde certezze e sputa mirabili giudizi sugli altri, peccato che non sappia poi argomentare nè le une e nè gli altri).
    Ora il quesito che mi/Vi pongo è questo:
    posto che il termine “Duct Disease” è stato coniato per descrivere il fenomeno che
    in Olanda ha avuto luogo allorché la scoperta di giacimenti di gas (1960) ha provocato un
    consistente aumento del livello di reddito nel settore delle materie prime ma, al contempo, ha comportato una flessione considerevole dei livelli di produzione del settore manifatturiero e la flessione dell'occupazione che n'è conseguita, di un entità tale che il livello di crescita del PIL olandese è diminuito considerevolmente.
    Ora io mi domando dove sta oggi in Brasile la considerevole flessione della produzione manifatturiera? Dove sta la flessione dell'occupazione? E dove sta la considerevole diminuzione del PIL??
    Non ci stanno perchè la limitazione nella crescita (non il crollo) delle esportazioni di manufatti o prodotti lavorati (attribuibile a cause esogene, vedi crisi globale) è stato ampiamente compensato dalla domanda interna.
    Tant'è vero che lo stesso Di Franco ci dice che "l’export di manufatti è cresciuto "solo" del 14%". Vorrei sapere quali paesi al mondo, a parte forse solo Cina e India per tristi motivi, possono vantare dati sull'export di semilavorati e manufatti ad alto valore aggiunto meglio del Brasile oggi.
    Lo stesso Stigliz, che ho citato prima, proprio su questo tema affermava che le misure per contrastare gli effetti negativi di certi fenomeni salvaguardando quelli positivi sono state da tempo individuate.
    Siccome adesso però devo uscire con mia moglie (che minaccia serie sanzioni se non spengo subito il pc), non volendo tediare oltre i lettori, lascio al sagace Max l'opportunità di illustrarci tali misure e farci sapere se il governo brasiliano le stia o meno già adottando.
    abraços
    Marco

  7. Per la brasiliana delle 13:14

    cara amica , nell'attesa che Carlo risponda ( eventualmente posso darti la sua e-mail ) ti rispondo per esperienza diretta . Il mio primo figlio ha studiato Scienze Politiche alla LUISS e successivamente ha fatto il Master a Londra alla LSE ( London School do Economy ).

    Per tuo figlio io suggerisco senz'altro questo approccio . Fare i primi tre anni alla LUISS e conseguire il Bachelor Degree ma concludere con un Master all'estero .

    Mio figlio ha iniziato a lavorare subito a Londra da Bloomberg ed oggi è Senior Journalist al Financial Times . Se fosse restato in Italia starebbe ancora cercando lavoro .

    Comunque la laurea italiana non è riconosciuta in Brasile e pertanto se tuo figlio vuole lavorare qui ( Solo settore finanziario e solo Sao Paulo ) meglio per lui che faccia almeno il master ( MBA ) in una prestigiosa scuola di Sao Paolo o Rio de Janeiro . Poi posso darti qualche link via e-mail .

    L'investimento in educazione è il migliore che tu possa fare per tuo figlio ed indirettamente anche per te , credimi .

  8. Veramente grazie per l'aiuto, e, sono rimasta felice per il successo del tuo figlio, sono molto interessata ai link che hai menzionato sopra delle scuole di Sao Paulo e Rio de Janeiro. E se hai altri informazioni, suggerimenti, sei benvenuto!!! Ti ringrazio di cuore!

  9. Ciao Suely

    consiglio a tuo figlio di iscriversi al sito http://www.linkedin.com , un sito professionale dove potrà inserire il suo curriculum . Successivamente alla iscrizione deve cercare il gruppo : Italians making business in Brasil ed iscriversi . In questo gruppo troverai molte discussioni relative alla ricerca di lavoro in Brasile oltre ad info sulle specializzazioni da conseguire in loco per avere la possibilità di
    lavorare . Tutte le iscrizioni suddette sono perfettamente gratuite .

    Auguri

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