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Transparency International pubblica la pagella dei corrotti

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Nella classifica globale di Transparency International il Bel Paese si colloca al 69º posto su 183 paesi, al pari con il Ghana e dietro a molti paesi del Terzo Mondo. In Europa occidentale, solo la Grecia fa peggio.

E´ impietosa la fotografia che, nel 2011, l´organizzazione Transparency International  scatta del nostro paese: l´Italia infatti nella classifica mondiale che misura la percezione della corruzione in 183 paesi si posiziona al 69º posto, appaiato al Ghana e subito dietro a Croazia, Slovacchia e Montenegro. Peggio di noi in Europa occidentale fa solo la Grecia (80ª).
La classifica è stata stilata a partire da sondaggi, dai dati raccolti da molte istituzioni internazionali e dall´analisi di esperti che vivono nei 183 paesi presi in considerazione.
Osservando la mappa della corruzione balza subito agli occhi il colore rosso dell´Italia in mezzo agli altri paesi europei, colorati di giallo o al massimo di arancione. D´altronde la classifica non lascia dubbi: la percezione della corruzione nello stivale raggiunge i livelli di molti paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Anzi molto spesso, paesi africani e dell´America Latina si rivelano più trasparenti.
“Nei paesi dell´Europa occidentale, che hanno i sistemi parlamentari più sviluppati al mondo, c´è poco da festeggiare” commenta Anne Koch, direttrice generale di Transparency International. Pur senza citare direttamente l´Italia, Koch fa notare che “numerosi scandali di corruzione sono emersi in questi paesi, alcuni dei quali rimasti sommersi per anni”.
In una classifica che va da 0 a 10, dove 10 indica il livello minimo di corruzione, la Nuova Zelanda (9,5 punti) si posiziona al primo posto, seguita da Danimarca, Finlandia, Svezia, Singapore, Norvegia, Olanda, Australia, Svizzera e Canada.
La Germania è al 14º posto, il Regno Unito al 16º, il Belgio al 19º, gli Usa al 24º, la Francia al 25º. La Spagna e il Portogallo fanno molto meglio di noi, rispettivamente 31ª e 32º, ma anche la Polonia (41ª) e la Repubblica Ceca (57ª). E non mancano le sorprese: veniamo surclassati ad esempio da paesi caraibici come Barbados (16º), Bahamas (21º) e dalla celebre isoletta di Saint Lucia (25º), ma anche dal Qatar (22º), dal Botswana (32º), da Porto Rico (39º), dal Rwanda (49º) e da Cuba (60º).
Di che stupirsi verrebbe da dire, visto che ormai gli scandali italiani si susseguono a tambur battente. E´ proprio di ieri l´operazione che ha portato in carcere il vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia, Franco Nicoli Cristiano, il consigliere regionale della Calabria Franco Morelli, il giudice di Reggio Calabria, Vincenzo Giglio e altri importanti uomini delle istituzioni.
Dando un´occhio invece alle nuove potenze mondiali, i cosiddetti BRICS, si scopre che non se la passano bene nemmeno loro. Tra i paesi emergenti infatti, il Sudafrica è la nazione che fa meglio (64º), seguita dal Brasile (73º), dall´India (95º) e praticamente in fondo alla classifica dalla Russia (143º).
Chiudono il triste ranking l´Afghanistan, il Myanmar, la Corea del nord e la Somalia.

1 commento

  1. In Brasile almeno si danno le dimissioni, come recentemente avvenuto per alcuni membri del Governo oggetto di semplici sospetti sollevati da campagne di stampa, si incrimina il politico e a volte si arriva anche all'incriminazione, alla condanna e all'impeachment di Presidenti.
    Negli altri Paesi funziona in questo modo: davanti a un fatto che mette in discussione la credibilità delle istituzioni se ne traggono le conseguenze. Quando lo scandalo delle note spese gonfiate ha scosso il prestigio del Parlamento britannico, lo speaker della House of Commons, Michael Martin, figura corrispondente al Presidente della Camera, si è dimesso. Nonostante nei suoi confronti non esistesse alcun addebito specifico, ha ugualmente ritenuto di assumersi la responsabilità oggettiva. Ha pagato per tutti e nessuno l’ha trattenuto.
    La squallida vicenda che ha investito il consiglio regionale del Lazio, con la rivelazione che i faraonici fondi destinati ai gruppi politici venivano dirottati su conti personali o utilizzati per pagare cene a base di ostriche e champagne o book fotografici, ricorda quella storia. Quanto però a trarne le conseguenze, siamo ancora ben lontani. Dodici ore non sono bastate ai vertici del Popolo della libertà per indurre il loro capogruppo Franco Fiorito, indagato per peculato dopo la scoperta di 109 bonifici bancari fatti a se stesso dal conto del partito sul quale affluivano i soldi dei contribuenti, a sollevare dall’imbarazzo l’istituzione di cui fa ancora parte (e vedremo come si comporteranno gli altri partiti, compreso il Pd). Tanto basta per rafforzare la convinzione che non soltanto non verrà imitato l’esempio britannico, ma nemmeno quello tedesco.
    Il ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, astro nascente del partito della cancelliera Angela Merkel, si è dimesso per aver copiato parte della tesi di dottorato. Il presidente della Repubblica federale tedesca, Christian Wulff, ha rimesso il mandato dopo le polemiche su un prestito di favore avuto da un suo amico banchiere. E anni prima il ministro dell’Economia del Land di Berlino, Gregor Gysi, aveva gettato la spugna insieme ad altri suoi colleghi del Bundestag per aver utilizzato per biglietti aerei personali i punti mille miglia accumulati con i voli istituzionali. Perché in Germania, e non solo, le conclusioni si traggono anche a livello individuale, e per molto meno rispetto a quello che è successo al consiglio regionale del Lazio. In Italia, invece, non si arrossisce neppure.
    Principio sconosciuto quello secondo il quale l’istituto delle dimissioni fa parte della democrazia, e la rafforza: chi sbaglia paga è la regola universale, Italia esclusa. Sconosciuto soprattutto a chi interpreta la politica come un mestiere nel quale l’obiettivo principale è il denaro, da raggiungere con qualunque mezzo. Ce ne sono tanti di personaggi così, purtroppo, nelle Regioni, nelle Province, perfino nei Comuni. Lontano dai riflettori, puntati sempre sui costi e i privilegi del Parlamento, sono proliferate piccole Caste locali. Spregiudicate e fameliche hanno responsabilità gravi: quella di aver ridotto la politica, nel punto in cui dovrebbe essere più vicina ai cittadini e ai loro problemi concreti, alla gestione di interessi personali quando non di veri e propri comitati d’affari.
    Ancora più pesanti sono le colpe dei partiti, che hanno assecondato per pure convenienze elettorali la formazione di una classe politica locale indecente, girandosi dall’altra parte per non vedere. Tanto la situazione è compromessa che servirebbe ora un repulisti radicale. Il fatto è che dovrebbero farlo gli stessi partiti.
    Sergio Rizzo

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