venerdì 22 giugno 2012

La banca Barclays blocca le carte ai terremotati

Il ragionamento non fa una piega . Pensateci : la vostra solvibilità è continuamente monitorata dalle banche  . Quello che il governo dice o promette è completamente ignorato . Se la crisi continua ad aggravarsi non solo ai terremotati ma a tutti sarà bloccato il credito. Riprendiamoci i nostri soldi prima che sia troppo tardi .

La risposta dell'operatore al numero verde della banca inglese Barclays di fronte alla richiesta di chiarimenti per un pagamento negato è stata tanto franca quanto irritante. "Sa, lei avrebbe potuto aver perso la casa o il lavoro e non essere più in grado di pagare gli acquisti che fa", è quanto si è sentito dire Alessandro Osti, direttore di Confesercenti Ferrara, città colpita dal terremoto emiliano. "Per questo Barclays ha bloccato le carte di chi abita in queste zone - ha precisato l'operatore - perché la gente non accumuli debiti che non è in grado di ripianare".

Barclays mette dunque il lucchetto alle carte di credito di chi abita nei paesi terremotati, scongiurando il rischio che i debiti rimangano insoluti. Intervento di segno opposto alle molteplici iniziative di solidarietà e volontariato che hanno permesso ai paesi colpiti dal sisma di iniziare il lungo cammino per la ricostruzione.

La decisione della Barclays "è una cosa assolutamente spiacevole e antipatica. Non esiste, merita di essere resa nota", denuncia Osti. "In un momento come questo hanno bloccato le carte di chi abita nelle zone colpite dal sisma per la paura di avere insoluti sugli addebiti degli acquisti, una dimostrazione perfetta della solidarietà delle banche".

Fonte : La Repubblica

2 commenti:

  1. Ma quale solidarietà? Le banche operano solo nella logica del profitto capitalista.
    E' per questo che non bisognerebbe provvedere al loro salvataggio con i soldi pubblici ma purtroppo i politici non vogliono rinunciare alle loro mangiatoie .... i profitti sono privati mentre le perdite sono le nostre.

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  2. Biella - A chi non piacerebbe comprare un titolo che rende il 33 per cento l’anno? Altro che Bot e Btp. Un’obbligazione sicura, sicurissima. Investite diecimila euro e dopo quattro mesi (quattro!) ve ne tornano indietro più di 11 mila. Nel 2006 Banca Intesa ha comprato 300 milioni di questi titoli miracolosi. Complimenti. Particolare importante, il gruppo bancario milanese ha prontamente restituito i ricavi dell’operazione alla controparte che l’aveva proposta. Insomma, al venditore, che nel caso in questione era l’istituto svizzero Credit Suisse, tramite una propria controllata con sede in Inghilterra. Come si spiega questo affare in apparenza illogico? Semplice, la compravendita di titoli aveva un solo scopo. Quello di creare un flusso di interessi sul quale Banca Intesa potesse ricavare un credito d’imposta. Insomma tutto quel giro di soldi non ha nessuna giustificazione economica. È un’impalcatura costruita con l’unico obiettivo di ottenere dei vantaggi fiscali. In estrema sintesi: la banca realizza un profitto milionario e pagare il conto sono le casse pubbliche.
    Parte da qui, da questo gioco di sponda tra Intesa e il Credit Suisse l’indagine che vede tra gli indagati anche Passera, nel frattempo passato dalla poltrona di numero uno del gruppo creditizio milanese a quella di ministro dello Sviluppo. L’inchiesta è stata aperta a Biella perché all’operazione ha partecipato una pattuglia di banche controllate da Intesa. Ognuna si è presa una fetta del profitto complessivo.
    A proposito dell’inchiesta penale ieri il procuratore capo di Biella, Giorgio Reposo, ha voluto confermare l’ovvio con un comunicato in cui afferma testualmente che "l’iscrizione del dottor Passera nel registro degli indagati costituiva un atto dovuto, anche a garanzia dell’interessato". In effetti il fascicolo aperto a Biella nasce nel 2011 da una segnalazione dell’Agenzia delle Entrate e adesso tocca ai magistrati stabilire se gli atti compiuti dal ministro, allora top manager, hanno una qualche rilevanza penale. Passera infatti è indagato per aver firmato la dichiarazione fiscale della banca. Niente di più, al momento, mentre proseguono le indagini dei pm piemontesi.
    Il fatto certo, al momento, è un altro. E cioè che negli anni scorsi alcuni istituti di credito, con Intesa in prima linea, hanno comprato a piene mani quelli che in gergo vengono definiti tax product. Ovvero prodotti finanziari che "sono concepiti per il fine esclusivo di ottenere benefici fiscali abusivi o illeciti a favore di soggetti residenti in Italia". Questo è quanto si legge nel processo verbale di constatazione nei confronti di Banca Intesa redatto dal Nucleo di polizia tributaria di Milano.
    Secondo l’Agenzia delle Entrate le obbligazioni ad alto rendimento emesse dalla società inglese La Defense II plc, controllata dal Credit Suisse, altro non erano che tax product. Intesa le ha sottoscritte perché grazie a un complicato meccanismo finanziario (in pratica un pronti contro termine) hanno garantito alla banca un credito d’imposta milionario.
    Secondo la ricostruzione della Guardia di Finanza l’operazione con il Credit Suisse avrebbe fruttato 6,4 milioni, pari a un rendimento del 5,5 per cento su base annua. Mica male, se si pensa che quei 300 milioni di euro altro non erano che un investimento virtuale, visto che il rimborso integrale del denaro da parte della controparte, cioè il Credit Suisse, era garantito da un contratto parallelo.
    Tutto regolare, tutto secondo la legge, è tornata a ribadire ieri in una nota Banca Intesa. E se nei mesi scorsi l’istituto ha preferito arrivare a una transazione milionaria con l’Agenzia delle Entrate è solo per l’inopportunità di "coltivare procedure contenziose defatiganti ed onerose". Insomma, meglio chiudere in fretta la questione. Nella speranza, forse, che non se ne parlasse troppo in giro.

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