lunedì 9 luglio 2012

WSJ :"Perchè il petrolio brasiliano ritarda a prendere fuoco "

Investidores brasileiros têm descoberto que os recursos naturais do pré-sal não significam exatamente dinheiro na mão" e que a "euforia (do petróleo) sucumbiu à realidade", diz uma reportagem publicada nesta segunda-feira pelo jornal norte-americano Wall Street Journal.

Com o título "Por que o petróleo brasileiro demora a pegar fogo", o artigo faz uma análise do preço das ações do setor petroleiro no Brasil, dizendo que os papéis da Petrobras estão hoje no mesmo patamar do que em outubro de 2006 e que as ações da empresa OGX perderam dois terços do seu valor de mercado desde 2008.
De acordo com a reportagem, as duas empresas brasileiras diminuíram suas estimativas de produção e estão tendo que investir mais do que o previsto.
O consultor de energia especialista em América Latina Roger Tissot diz no artigo acreditar que o Brasil foi superestimado quanto ao seu potencial petrolífero. Tissot culpa o governo brasileiro: "a política do governo limita a implantação de capital estrangeiro e a especialização, retardando o desenvolvimento e aumentando os custos".
O Wall Street Journal culpa exigências feitas pelo governo, de que investimentos tenham aproveitamento local, por ineficiências nos gastos.
Com isso, segundo o diário, o custo de produção por barril da estatal brasileira aumentou.
De acordo com Matt Portillo, analista do banco de investimentos Tudor, Pickering, Holt & Co., ouvido pelo jornal, empresas estrangeiras envolvidas na descoberta das reservas do pré-sal têm sido um melhor investimento e conseguiram se beneficiar do entusiasmo criado, inclusive com a venda de participações no negócio para outras empresas.
O jornal diz que ações de empresas colombianas do setor tiveram um desempenho "bem melhor que os rivais brasileiros".
A indústria do petróleo do país vizinho cresceu 6,5% por ano desde 2003. Esse aumento coincidiria com novas políticas para encorajar o investimento estrangeiro em petróleo e gás.

5 commenti:

  1. Da quello che leggo in questo articolo credo che Matt Portillo e Roger Tissot devono essere 2 gran bei bastardi.
    Chissene frega di quanto valgono le azioni delle aziende del petrolio e chissene frega di far guadagnare i NON brasiliani. Il petrolio è del Brasile e gli altri devono restarne fuori. Le pressioni dei "soliti noti" per impossessarsi di amazzonia e petrolio brasiliani sono enormi. E questi prezzolati pseudo analisti/consultor, insieme a parte dei media, sono solo ingranaggi della impressionante macchina messa in piedi per conseguire l'egemonia politica e economica.
    Qualcuno rimane sempre convinto che l'America Latina debba inevitabilmente essere il "giardino di casa propria" dove può e deve dettar legge.
    abr
    Marco

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  2. Ciao Marco,
    Condivido pienamente su quanto hai scritto. Da quando ero ragazzina che sentivo parlare delle multinazionali che si introducevano nei territori dell'amazonia per disboscarla e costruire fabbriche e industrie varie...

    "É bom abrimos os olhos, pois depois do Iraque ele podem vir para a Amazônia com o argumento de que as populações que vivem aqui estão destruindo- a e, dessa forma, invadi-la a pretexto de proteger a biodiversidade e conseqüentemente todo o mundo."

    Leia mais em: http://www.webartigos.com/artigos/a-questao-ambiental-e-geopolitica-na-amazonia/54236/#ixzz20IpWhQRH

    Intanto qui a Roma si muore dal caldo (oggi mercoledi 11 luglio, qui da me la temperatura percepita è di 39,5C°), ed i miei parenti a Fortaleza mi prendono in giro perche in questo periodo godono di un ottimo clima.
    Saluti a tutti,
    Daghy

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  3. Il petrolio sara' dei Brasiliani ma se si aspetta che siano loro autonomamnte a estrarlo pare che rimarra' la' ancora un bel po'!
    Se le azioni Petrobras calano e' proprio perche' di petrolio non ne pompano
    (e importa benzina e etanolo)
    Comunque e' vero.. meglio la miseria per (quasi) tutti che cedere all' imperialismo delle multinazionali

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    1. Caro Anonimo, per quanto ne so la produzione di petrolio in Brasile a marzo 2012 ha superato i 2 milioni di barili al giorno e la Petrobras ha contribuito al 92,7% della produzione di petrolio e gas del paese (i privati e gli stranieri sono quindi già presenti anche se minoritari).
      Grazie allo sfruttamento del giacimento pre sal (ricco anche di gas naturale) si prevede di arrivare ad una produzione di petrolio di 6,2 milioni di barili al giorno entro il 2020, destinandone la metà alle esportazioni.
      Senza contare che il Brasile ha il sesto giacimento mondiale di Uranio e fonti rinnovabili a iosa sulle quali sta investendo.
      La Petrobras divenne famosa a ottobre 2010 per aver effettuato la maggiore ricapitalizzazione della storia (quasi 74 miliardi di dollari mi pare) ed è punto di riferimento internazionale per l'esplorazione di petrolio in acque profonde avendo sviluppato tecnologia propria in questo settore.
      Mi sembra che comunque il Brasile sia già adesso tra i primi 9 produttori mondiali di petrolio, da solo ne produce più del Kuwait e di tutta Unione Europea, quindi vuol dire che qualcosa estrae.
      E' poco e si deve fare di meglio? probabilmente ...
      Mi sapresti infine spiegare dove hai visto la miseria per (quasi) tutti in Brasile?? Sei proprio convinto che cedendo all'imperialismo delle multinazionali questa supposta miseria per (quasi) tutti diminuirebbe? Oppure è vero esattamente il contrario?
      E' un film già visto, tant'è che la miseria che ancora purtroppo residua in Brasile è dovuta proprio alla secolare cannibalizzazione del paese durata fino a 10 anni fa.
      un saluto
      Marco

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  4. Ciao Daghy,
    purtroppo è già da tempo in atto una corsa silenziosa all’accaparramento dei luoghi strategici del pianeta da parte d’imprese multinazionali, con il beneplacito d’alcuni Stati, che hanno ceduto parte della loro sovranità ad entità esterne, spesso per motivi “umanitari”, “ambientali”, o “indigenisti”.
    In Brasile per esempio già da vari decenni l’immensa zona di confine con la Colombia, il Venezuela e la Guayana è stata delimitata, ufficialmente con il fine di riservarla per alcuni popoli indigeni. I coloni brasiliani sono stati obbligati a lasciare le proprie terre e sono stati indennizzati, come nel caso della terra indigena Raposa Serra do Sol.
    Secondo molti Brasiliani però il vero scopo di queste demarcazioni sarebbe quello di poter disporre d’immense terre vergini (circa 300.000 chilometri quadrati) con una bassissima densità abitativa, permettendo ad entità esterne (ong) d’entrarvi e portare a termine studi mirati di settore: bio-diversità, prospezioni minerarie e idro-sfruttamento.

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