giovedì 1 novembre 2012

Dipendenti trasformati in imprenditori per la crisi : sopravvivenza inferiore al 50%

Anche se quelle nate sono  più numerose di quelle cessate, nei primi 9 mesi di quest'anno sono poco più di 279mile le imprese che hanno chiuso i battenti: praticamente 1.033 ogni giorno. Nonostante il saldo sia positivo e pari a quasi 20mila unità, a impensierire l'ufficio studi Cgia di Mestre è il fatto che ad aprire siano aziende con dimensioni occupazionali molto contenute, mentre quelle che chiudono sono quasi sempre delle attività strutturate con diversi lavoratori alle loro dipendenze.  Prova ne sia - sottolineano dalla Cgia - che il tasso di disoccupazione sta crescendo in maniera preoccupante.

"Nonostante il saldo della nati-mortalità delle aziende sia positivo - commenta Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia - dobbiamo ricordare che molte persone hanno aperto un'attività in questi ultimi anni di crisi, non perché in possesso di una spiccata vocazione imprenditoriale, bensì dalla necessità di costruirsi un futuro occupazionale dopo esser stati allontanati dalle aziende in cui prestavano servizio come lavoratori dipendenti. Questa dinamicità del sistema è un segnale positivo, ma non sufficiente a tranquillizzarci. Se entro i primi 5 anni di vita il 50% delle aziende muore per mancanza di credito, per un fisco troppo esoso e per una burocrazia che spesso non lascia respiro, c'è il pericolo che la tenuta di buona parte di questi neoimprenditori, figli della difficoltà economica che stiamo vivendo, sia inferiore a quella di coloro che hanno avviato un'attività prima dell'avvento della crisi". 

Le riflessione del segretario della Cgia continua: "In passato la decisione di aprire la partita iva maturava dopo molti anni di esperienza lavorativa come dipendente: non a caso oltre il 50% dei piccoli imprenditori proviene da una esperienza come lavoratore subordinato. Spesso gli investimenti realizzati per aprire una impresa erano il frutto dei risparmi del neoimprenditore e della sua famiglia. Ora, difficilmente ciò avviene: si apre per necessità, perché magari il posto di lavoro non c'è più e quindi bisogna inventarsi una nuova opportunità lavorativa a scapito delle motivazioni, della preparazione professionale e della capacità organizzativa".


 Fonte : La Repubblica 

2 commenti:


  1. "L'idea di un posto fisso per tutta la vita? Che monotonia! I giovani dovranno abituarsi all'idea che non l'avranno". Così parlava ieri Monti. Tranquillo Rigor Montis! I giovani non si annoiano. Si sono portati avanti da tempo. Non solo non credono più al posto fisso, ma neppure a quello variabile. E a furia di non credere, o forse per non annoiarsi troppo, in questi anni sono fuggiti all'estero. L'Italia è il secondo Paese europeo per emigranti dopo la Romania.
    I ragazzi che hanno salutato il Bel Paese per ragioni di forza maggiore, mancanza di lavoro disponibile, né la speranza di averlo, paghe da fame e nessuna sicurezza, sono in prevalenza laureati e diplomati. Hanno studiato nelle nostre Università con sacrifici spesso inimmaginabili da parte dei loro genitori per diventare emigranti. La maggior parte di loro non tornerà, semplicemente non può tornare, per vivere con lavori a progetto a 600 euro al mese o sulle spalle della famiglia. Se questa emorragia di sangue continua, questa abdicazione al futuro (i giovani sono il futuro!), non è un'emergenza, allora cosa lo è?
    La disoccupazione giovanile è alimentata dalle scelte sciagurate di questo governo e di quelli che lo hanno preceduto. Gli altri Stati investono in innovazione, noi in cemento e in cacciabombardieri. Il tunnel inutile della Tav in Val di Susa costerà 22 miliardi, gli F 35 15 miliardi. Con queste cifre colossali si potrebbero creare distretti per l'innovazione, per lo sviluppo tecnologico. Far ripartire l'Italia, trattenere tecnici, ingegneri, informatici. Olivetti, Telettra, Telespazio, Italtel, l'intera informatica nazionale sono state sostituite dall'industria del cemento. Ma dove vogliamo andare?
    In Europa la disoccupazione giovanile sta aumentando, anche in questo caso a due velocità. Noi siamo, come ovvio, nel gruppone che tira la volata con il 31% (*) ma la classifica non tiene conto dei ragazzi emigrati. La media dell'eurozona è del 21,3%, dieci punti in meno. Che noia, che monotonia. Un Paese che non riesce a dare un futuro alle nuove generazioni è un Paese in estinzione.
    (*) fonte Eurostat

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    1. Come spesso ripeto a coloro che si richiamano alla grandezza dell'Impero Romano anche quella egiziana , 5000 anni fa , era una grande civiltà . Oggi , per chi viaggia in quelle regioni ( Ho lavorato al Cairo alcuni anni ) riesce addirittura difficile credere che quelle stesse popolazioni abbiano costruito le Piramidi . Si incomincia a credere che siano veramente opere di extraterrestri , come alcuni propongono .
      Ebbene mi sembra proprio che noi stiamo vivendo lo stesso declino . Affondiamo aggrappati alle opere ed alle invenzioni di Leonardo da Vinci , un genio non italiano ( l'Italia non esisteva ) vissuto nel 1500.

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