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Un anno fa rilasciavo questa intervista sulla immigrazione in Brasile : da meta turistica a terra di immigrazione . Cosa è accaduto nel frattempo ?

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In Brasile la crisi economica inverte i flussi migratori: se fino a pochi anni fa i brasiliani partivano in massa per lavorare in Europa, soprattutto verso Italia, Spagna e Portogallo – e appariva normale che così dovesse essere – negli ultimi tempi sono sempre più i cittadini del Vecchio continente a sbarcare nel Paese sudamericano.
In cerca non solo di caldo, allegria, e rapporti sociali più spontanei, ma soprattutto con l’obiettivo di conquistarsi un posto di lavoro, ottenere un salario più elevato e opportunità per investimenti. Tutto ciò mentre, da almeno quattro anni, la diaspora brasiliana cerca di far ritorno in patria, ove soffia il vento dell’ottimismo e del boom.

La blogosfera italiana descrive bene il fenomeno, che Antonio Oliviero, titolare del portale ‘Vivere in Brasile‘, definisce una “realtà devastante”. “Si tratta di un mutamento significativo avvenuto in un tempo relativamente breve che rivela una realtà devastante: da meta turistica il Brasile è diventato meta di emigrazione”, precisa il più noto tra i blogger italiani che si occupano dell’esodo, che aggiunge: “Non ci interessa più tanto sapere quanto costa viverci ma prima di tutto se è possibile trovare un lavoro”.
Fa tuttavia parte di questo scenario anche la diffidenza dei locali; non solo delle autorità, che se da un lato cercano di favorire l’ingresso di manodopera qualificata nel Paese – per dare l’impulso decisivo a un sistema produttivo spesso privo delle competenze necessarie – dall’altro si guardano bene dall’adottare una vera ‘politica delle porte aperte’, per tutelare la forza lavoro nazionale.
Ma la diffidenza emerge – e a tratti assume i connotati della xenofobia – sopra tutto presso quei settori che non hanno dimenticato né i respingimenti negli aeroporti europei – soprattutto in Spagna, ma non solo – né le sottili discriminazioni vissute da molti connazionali nel corso dei loro soggiorni all’estero.
Ma andiamo con ordine.

Brasília ha annunciato di avere allo studio nuove misure in ambito migratorio. L’obiettivo è facilitare entrata e permanenza di professionisti stranieri qualificati, che operino nei settori strategici del Paese: in primis quello energetico (petrolio e gas naturale), ma anche tutto l’ambito dell’innovazione tecnologica.
Come? Innanzitutto sfoltendo le pastoie burocratiche che regolano la materia, e se fosse necessario riformando lo Statuto dello straniero del 1981, che l’Esecutivo giudica anacronistico. Il progetto ha già un nome, ‘Brasil de braços abertos’, e nell’intenzione dellatask force interministeriale che lo sta elaborando, mirerebbe non solo ad aumentare la competitività dell’economia, ma anche a creare un’innovativa politica migratoria: oggi gli stranieri – nonostante la crescita degli ultimi anni – rappresentano solo per lo 0,3 per cento della forza lavoro.
Responsabile del piano (da ultimarsi entro il 2013), il sottosegretario del Ministero degli Affari strategici, Ricardo Paes de Barros. Non è tutto: a breve vedrà la luce la piattaforma ‘Migrante web digital’, che faciliterà la vita all’aspirante lavoratore, consentendoglid’inviare la documentazione necessaria in via telematica.

Si pongono sulla stessa linea i recenti colloqui tra la presidente Dilma Rousseff e il premier spagnolo Mariano Rajoy, in cui si è discusso delle misure per facilitare l’ingresso di professionisti spagnoli qualificati. Dopo che, giova dirlo, le autorità migratorie iberiche hanno abbandonato la rigidità degli anni scorsi, quando l’aeroporto madrileno di Barajas era teatro di sbrigativirespingimenti di massa di brasiliani: non solo aspiranti emigranti, ma anche cittadini di classe media che sognavano solo un tour tra le capitali del Vecchio continente.
La vicenda ha scatenato la furia del web verdeoro, che con malinteso spirito patriottico e puerile nazionalismo ha inneggiato al respingimento dei nuovi emigranti: “Mettano le loro zampe fuori dal Brasile!”, recitava il messaggio più sobrio, “Portoghesi, spagnoli, pirati e altri sfruttatori … che restino nei loro ‘grandi’ paesi. Li tratteremo come sempre ci hanno trattato”.
Ma al di là delle più recenti iniziative governative, l’ondata è già in corso, impetuosa, sin da quando la stagnazione economica in Europa ha coinciso con i progressi del Brasile, e la decisa ripresa degli investimenti produttivi.Secondo il Ministero della Giustizia, nel 2011 il numero degli stranieri regolarizzati è cresciuto del 57 per cento rispetto al 2010, raggiungendo la quota significativa di un milione e mezzo di persone.
Ancora più recenti i numeri del Ministero del lavoro, che indicano come nel primo semestre di quest’anno siano stati concessi quasi33mila visti per lavoro, per un aumento del 24 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Il 2011 ha visto invece un incremento di queste autorizzazioni del 25,9 per cento (oltre 14mila unità) rispetto al 2010: se in quell’anno furono concesse 56milaautorizzazioni di lavoro, nel 2011 si è superato quota 70mila.
Una nuova forza lavoro, spiegano al Dicastero, che per il 30 per cento ha riguardato il settore petrolchimico, ed ha visto come maggiori beneficiari, nell’ordine, statunitensi, filippini e britannici (con gli italiani al settimo posto). “Fondamentalmente due forze contribuiscono all’aumento nella ricerca delle opportunità di lavoro in Brasile”, sintetizza Freud Oliveira, del Centro universitario diMaringá, “da un lato la crisi nei paesi dell’emisfero nord, e dall’altro lo scenario di stabilità economica e prosperità che vive il nostro Paese; che in più gode di una visibilità accresciuta da eventi come Mondiali e Olimpiadi”.

Tuttavia sono ancora molte le resistenze nazionali all’ondata dei migranti: tacendo dei fenomeni di corruzione, e della più subdola discriminazione, è la burocrazia a rappresentare un freno decisivo al fenomeno, che altrimenti avrebbe proporzioni senz’altro maggiori. Il lungo elenco di documenti richiesti, tutti da tradurre e legalizzare in consolato, scoraggia molti, e PauloSérgio de Almeida, del Dipartimento Immigrazione del Ministero del lavoro, spiega che gli ostacoli hanno anche lo scopo di evitare che – come impone la legge – siano scavalcati i professionisti brasiliani.
Le norme impongono, infatti, all’azienda contrattante di dimostrare non solo la competenza dello straniero, ma anche la circostanza che, per il posto da occupare, non esista manodopera specializzata locale. E il tutto in aggiunta all’obbligo di organizzare corsi per le posizioni lavorative che i brasiliani non riescono a coprire.

‘L’Indro’ ha chiesto un commento in tema all’autore del sito ‘Vivere in Brasile’, che ricevendo quotidianamente e-mail sulla possibilità di trovare un lavoro dipendente in Brasile, spiega di continuo quanto sia protetto il mercato del lavoro locale, e quanto complesso il processo di rivalidazione per il riconoscimento della laurea.


Parola d’ordine, dichiara, non creare false illusioni. “Il fenomeno è estremamente attuale al punto che noi di ‘Vivere in Brasile’ abbiamo creato dei servizi appositi ed altri ne creeremo. Oramai l’afflusso turistico”, ci spiega Oliviero, “si è trasformato in una immigrazione vera e propria.

Ancora più importante dei post sono, a mio parere, i commenti pubblicati e le tante e-mail, non pubblicate, che mi arrivano quotidianamente. Ce n’è abbastanza per scrivere un libro”.

Ma a colpirci di più è il consiglio che dà a chi pubblica sul suo portale nuovi annunci di lavoro. E che dimostra quanto la storia possa essere insieme, tragica e ironica: “Un consiglio: quando inserite queste richieste fatele almeno sembrare meno disperate”.

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4 Commenti

  1. República federativa do brasil.

    Non avevo mai interamente compreso il significato di tale definizione fino ad oggi.
    8.500.000 km2, ufficialmente 194 milioni d'abitanti e una diversitá culturale enorme tra stato e stato.
    Credevo d'essere stato in Brasile molte volte, invece mi sono improvisamente reso conto di non esserci mai stato, sono stato spesso a Bahia ma mai in Brasile.
    Ho passato 3 settimane nel Ceará ed é come se fossi stato in un paese completamente diverso da quello da me conosciuto, veramente il brasile ha piú di un anima e forse non le conoscero mai tutte.
    Dopo un iniziale sensazione di sconcerto sono rimasto folgorato dall'aspra bellezza di questo stato, come un uomo che felicemente sposato perde improvisamente la testa per una donna non necessariamente piú bella della propria ma semplicemente diversa.
    Oggi piú che mai il Brasile é il paese del futuro ma sempre meno un paese per tutti.
    Una cruda realtá sempre piú evidente in ogni campo della societá brasiliana rendono oggi questo paese ben lontano dal romantico e stereotipato ricordo di un tempo.
    "Questo non é un paese per vecchi".
    Non si va piú in Brasile per godersi la pensione o per godere degli alti tassi di rendimento, ci si va per lavorare duro, le possibilitá sono ancora tantissime ma la competizione aumenta di giorno in giorno.
    Ho trovato un paese inevitabilmente ancora in lotta con le proprie contradizzioni, con una rabbiosa voglia di migliorarsi.
    Ho trovato un Brasile che costruisce ma ancora non ripulisce, tanti nuovi palazzi e poche fogne.
    Sono sempre piú convinto che per vivere in Brasile non basti allargare la mente ma bisogni invece permettere a questo paese di dare nuova forma al nostro essere.

    "Il Brasile è la somma meravigliosa di ogni possibile contraddizione: in ogni uomo veramente brasiliano scorre un sangue ricco di fermenti europei, africani, indios, meticci, ed è proprio questo che rende il Brasile così magicamente colmo di luci ed ombre, così fragile, allegro, violento, e tuttavia così impossibile da dimenticare“. (Jorge Amado)

    Ciao Yuri.

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