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L’Italia come l’America Latina ?

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In Europa declina, ma in America Latina la classe media sta crescendo. Tanto che in Uruguay la percentuale dei ceti medi (55,51%) è di soli 11 punti inferiore a quella dell’Italia (66,40%).
Il dato emerge dallo studio Latin American Economic Outlook 2011: How middle class is Latin America?, presentato il 3 dicembre dall’Ocse.
Il dato italiano, si legge nella ricerca, viene incluso nella tabella che seguono soltanto per esigenze di confronto. L’0biettivo, insomma, è vedere quanto i Paesi latino-americani si stiano avvicinando a un Paese occidentale, in particolare all’Italia. Un Paese dove la classe media da tempo soffre, schiacciata da redditi immobili che con il passare degli anni diventano insufficienti e immobilismo sociale.
La scoperta è che la distanza tra l’Italia e i Paesi latino-americani, considerati l’emblema della disuguaglianza, delle grandi distanze tra ricchi e poveri, non è più misurabile in anni luce. Anzi, le distanze si sono molto accorciate soprattuttto con i Paesi che più stanno facendo passi in avanti sotto il profilo del progresso economico e sociale e della redistribuzione della ricchezza, a cominciare dall’Uruguay e dal Messico.
Non c’è neanche troppa distanza tra la percentuale di persone economicamente svantaggiate: sono l’11,67% della popolazione in Italia, il 15,82% in Uruguay e il 17,11% in Messico. Mentre gli straricchi sono il 28,67% in Uruguay, il 30% in Messico e il 21,93% in Italia.

“L’America Latina ha fatto fronte alla crisi meglio di altre economie, e anche meglio di quanto abbia fatto in passato, grazie a politiche economiche di qualità”, spiega Mario Pezzini, direttore del Development Centre dell’Ocse.

Il che non significa che i Paesi dell’America Latina abbiano risolto tutti i problemi: tra i più gravi, rimangono le forti disuguaglianze all’interno della popolazione e la bassa produttività, dovuta, ricorda Pezzini, a una elevata concentrazione della produzione nell’ambito delle materie prime. Caratteristica che negli ultimi anni si è rivelata un vantaggio, per via dell’aumento dei prezzi, ma che alla lunga è un ostacolo allo sviluppo: la prospettiva giusta per la crescita, suggerita anche dall’Ocse, è diversificare. E ci sono molti Paesi, a cominciare dall’Argentina, dal Cile e dal Brasile, che hanno fatto significativi passi in direzione della tecnologia e dell’innovazione scientifica.

Ci sono miglioramenti anche sotto il profilo delle disuguaglianze. “Non si può parlare di una vera e propria classe media – dice Pizzini – piuttosto di ceti medi. Infatti questi ceti medi hanno caratteristiche molto vulnerabili, raramente hanno un titolo di studio avanzato, o possono accedere a livelli di consumo di massa analoghi a quelli dei Paesi occidentali, spesso lavorano nel settore informale (inteso come lavoro in nero che a volte dall’illegalità può anche sconfinare nella criminalità, ndr)”.

E però, qualcosa si muove: “Se c’è un Paese che inizia ad avere un ceto medio che assomiglia molto alle classi medie occidentali bisogna cercare in Uruguay o in Cile. – assicura Pizzini – Il Brasile ha varato politiche di lotta alla povertà importanti, che sono state efficaci e utili. Ha una struttura fiscale migliore di altri Paesi latino-americani, sta lentamente recuperando da un livello di partenza in cui le disuguaglianze erano molto marcate”.

Tra i problemi che emergono dallo studio, c’è anche la difficoltà dei nuovi ceti medi a percepirsi come tali. “La propensione a pagare le tasse è bassa – si legge nel rapporto – il che probabilmente dipende anche dalla bassa qualità dei beni pubblici. Anche la percezione della qualità dei servizi pubblici è bassa, e questo induce gli strati medi a cercare alternative nel privato, anche se questo significa un esborso eccessivo rispetto alle possibilità economiche familiari”.

Diciamo quindi che il confronto riportato sulle tabelle considera solo i redditi. La classe media italiana, come quella di tutti i Paesi europei, è certamente più colta, maggiormente inserita, più formata rispetto ai giovani ceti medi dei Paesi latinoamericani. Lì, però, i ceti medi avanzano. Da noi, scivolano inesorabilmente verso i ceti popolari, che negli ultimi anni hanno inghiottito artigiani, commercianti, operai qualificati, pensionati, lavoratori dipendenti.

Tratto dal Blog Percentualmente di Rosaria Amato su Repubblica


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3 Commenti

  1. Un rapporto dell'OCSE sull'America Latina che spiega perchè tanti lettori mi scrivono con la intenzione di trasferirsi in Brasile .

    Non è la situazione attuale italiana a confronto con quella brasiliana a spingere al cambiamento ma il trend in peggioramento della prima rispetto alla seconda .

    Questo trend negativo era già percepibile 10 anni fa in Italia e specialmente nel Sud dello Stivale ecco perchè tra i tanti amici che mi contattano oggi la maggioranza ( non la totalità ) sono del Nord . Gli italiani del Sud sono già andati via !

  2. Mi piacerebbe che le varie "cassandre" e i pessimisti che amano inserire post su questo blog privi di dati concreti, provassero a leggere e interpretare questi dati.
    E' vero che l'11% di poveri in Italia rappresenta circa 5,5 milioni di individui mentre il 20% di poveri in Brasile significa circa 40 milioni di persone. Ma il fatto evidente e incontrovertibile è che i poveri in Brasile tendono a diminuire mentre in quasi tutto il resto del mondo crescono e anche in fretta.
    E questa dinamica opposta sta accelerando sempre più, anche per questo il rapporto tra il real e le altre valute si modifica di conseguenza.
    abraços
    Marco

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