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Favela chic , la scuola di moda nella favela da Rochinha .

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 Rio de Janeiro – Quando vedo la gente camminare per le strade della Rocinha mi sembra di essere a una sfilata”, dice convinto Zé Luiz da Conceição Silva. Zé Luiz è l’ideatore di Dream Model, la scuola per modelli attraverso cui 40 giovani di una delle più grandi favela mondo, a Rio de Janeiro, imparano a conoscere gli abiti, e attraverso questi a trovare una strada alternativa alla miseria.

 “Alcuni miei studenti”, continua orgoglioso l’esperto di trend, “sono arrivati a fare carriera in Europa o anche negli Stati Uniti. Un nome? Beh, Priscila Le Gentil: ha già posato per varie edizioni di Vogue”.

Afro-brasiliano, 35 anni, Zé Luiz, è umbandista (sincretismo religioso brasiliano con influenze culturali africane, indie e cristiane): per lui nella vita tutto è collegato. Alla Rocinha lo conoscono tutti, è un trascinatore di folle, molti dicono che dovrebbe fare politica, ma a lui proprio non interessa. Ha vissuto con ago e filo sin da ragazzino: sua madre era sarta, faceva vestiti per l’alta borghesia carioca. Com’era scritto nel suo destino, ha seguito un corso da fashion designer e poi ha lavorato nei più importanti negozi di Rio.

Avrebbe dovuto andare a studiare a Milano, ma la madre è morta poco prima della sua partenza: “Ho ancora questo sogno e un giorno lo realizzerò”.
Quel che ha realizzato fino a oggi è sufficientemente bello da sembrare un sogno. Nel 1990 organizzò la prima sfilata di moda durante una serata di gala tenuta nel cuore della favela: “La serata in sé fu un disastro, ma la sfilata, invece, uauh, quella ebbe un incredibile successo”. Un anno dopo mise in piedi il primo corso per modelli. Era ancora in una fase sperimentale, ma lavorando con i ragazzi si accorse subito che la moda aveva una straordinaria capacità di accrescere l’autostima dei ragazzi. Cominciò a insegnare loro che non erano cittadini di serie B. “Alcune persone”, spiega con intelligenza, “quando vedono passare per strada le ragazze del corso, pensano che sono ben lontane dall’essere le modelle che si vedono sui giornali, ma è proprio questo l’aspetto più importante della formazione: io lavoro con l’ego di queste ragazze, se anche non dovessero mai diventare delle indossatrici avranno comunque superato quel complesso d’inferiorità che marchia sempre chi nasce nelle favela.

 I genitori sono i primi a ringraziarmi, quando capiscono che i loro figli sono diventati più sicuri e meno chiusi in se stessi”. Una volta superata questa prima fase, Luiz insegna anche l’esatto contrario, e cioè che l’ego alla fin fine è un’illusione e che nella vita bisogna essere realisti: “Alle ragazze spiego che una modella in fondo è anche una commerciante, una persona che deve mostrare vestiti a gente interessata a comprarli”.

I corsi si tengono nella scuola comunale della Rocinha, un grosso edificio in cemento armato alle falde del morro (vuol dire monte, ma da queste parti è sempre sinonimo di favela). Di sabato la scuola è chiusa, e apre solo per il corso di moda, una tra le attività alternative più frequentate. Le ragazzine, accompagnate per mano dalle madri, anche loro giovanissime, alle lezioni arrivano sempre puntualissime. Le madri salutano e affidano a Zé, con fiducia, le proprie figlie. “Siamo ospiti della scuola perché non abbiamo un’altra sede”, spiega Zé Luiz, “ma il mio sogno è quello di aprire un vero centro di moda nella Rocinha. Sarebbe fantastico se un giorno una ragazza del quartiere potesse diventare top model”.

Per concretizzare i sogni Luiz ha da poco lanciato un nuovo progetto. Si chiama “Moda comunitaria”, un nome tutt’altro che chic ma che ne sintetizza bene l’intento sociale: far sì che sapere indossare un abito diventi una strada per migliorare la vita a quante più persone possibile. “Nelle favela tutto è contro di te. L’unica chance che hai è fare in modo che le avversità si trasformino in possibilità. La moda, per me, vuol dire anche questo: un modo per molti giovani di riprendersi il futuro, di rendersi conto che esistono cammini alternativi. È già un grande risultato se riesco a evitare che alcuni di loro diventino criminali”.

Le lezioni cominciano con un rito collettivo: ragazzi e ragazze si prendono per mano e si concentrano per sentire l’energia che li accomuna. Subito dopo il raccoglimento, una musica techno proveniente da un gigantesco stereo portatile segna l’inizio delle attività. Lezioni di posa, di passerella, di trucco, di portamento, insomma tutte le tecniche per diventare una modella.
Rafaela Lima Gabriel Ferreira, un bel sorriso e tratti da india, ha 19 anni e al corso è una delle più assidue. Lavora in un asilo nido nei vicoli della kasbah carioca. Studia da modella ma vuole fare la stilista, e si esercita a disegnare modelli nella sua stanza, con la televisione sempre accesa. Vive con i genitori in una casa in cima al morro, dove inizia la foresta: “È bellissimo. Dalle finestre vedo scimmie, tucani, pappagalli e serpenti”, racconta. “Amo questo quartiere e non voglio lasciarlo. Dicono che questa è una favela, per me è solo un quartiere”. 
Rafaela è timida, ma ama sfilare. “Sono molto nervosa prima di uscire in passerella, ma quando mi sciolgo è fantastico. Mentre cammino tra tutta quella gente che mi osserva, mi sento un’altra”.
La pensa così anche Ricardo Mesquita Matias, 17 anni, bellissimo e corteggiatissimo, altro aspirante modello. Anche Matias vive con la famiglia. Ha frequentato un corso di recitazione, e allo stesso tempo sta finendo le superiori. Vuole continuare a studiare, e laurearsi in pubblicità. “Ricardo è il mio modello migliore. Ha già partecipato a molte sfilate, tra cui alcune al Copacabana Palace”, dice speranzoso Zé Luiz.
Tutti imparano in fretta, non tutti riusciranno a sfondare. “E però molti hanno imparato a camminare”, dice Luiz. Una metafora? No. “È che grazie alle lezioni di portamento tante ragazze hanno trovato lavoro come hostess o segretarie”. Se non un sogno, poco ci manca.

Favela chic, the fashion model school in the Rocinha slum

Text By Giuseppe Bizzarri

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