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Lui se la ride di mammoni e bamboccioni

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Giovane, precario e pronto ad emigrare pur di lavorare. Uno sguardo alla realtà occupazionale veramente esistente nel nostro Paese conferma ulteriormente questa equazione, sintomo evidente di uno Stato non in salute. I giovani, anche quelli che restano a casa, non sono “mammoni” o “bamboccioni” ma sono costretti ad esserlo per via di un mercato del lavoro asfittico e non sorretto da percorsi accademici disallineati.
E’ questo il quadro che emerge da un’indagine della Fondazione Studi Consulenti del lavoro – categoria di professionisti nei cui studi sono gestiti oltre 7 milioni di rapporti di lavoro – che fotografa la realtà giovanile italiana , in questi giorni al centro dell’attenzione mediatica.

Gran parte degli intervistati non pone alcun limite geografico alla ricerca della propria occupazione, ed anzi, intravede nel lavoro all’estero (88%) una migliore soddisfazione delle proprie esigenze ed aspirazioni. E’ così sfatata la falsa rappresentazione dei giovani italiani che non vogliono muoversi da casa (12%) . Il problema, verosimilmente, è strutturale, figlio della crescente inadeguatezza del sistema formativo: l’Università appare sempre più inadeguata a creare professionisti dotati delle competenze effettivamente richieste dalle imprese (90%) , né i percorsi formativi successivi rispondono adeguatamente alle richieste conoscenze specifiche. La crisi, è evidente, c’è, e rappresenta un elemento – negativo – importante per le dinamiche occupazionali, ma è anche vero che non c’è articolo 18, flessibilità o contratto unico che tenga: il motivo per cui non assumono (62%) è l’elevato costo del lavoro ai limiti della sostenibilità aziendale.

Dunque i mammoni che vogliono solo il posto fisso vicino ai genitori, come hanno ripetuto a intervalli regolari gli esponenti del governo, sono davvero pochi. Solo che le parole sprezzanti pronunciate da Monti & Co. hanno fatto davvero infuriare il popolo della Rete che si è immediatamente mobilitato andando a vedere che cosa fanno i figli di quei ministri che più degli altri in questi giorni si sono ‘scagliati’ contro il posto fisso.
A partire dalla titolare del Welfare, Elsa Fornero. Sua figlia, Silvia Deaglio, di posti fissi sembra averne addirittura due contemporaneamente. E uno di questi è proprio nell’ateneo di mammà e papà (Mario Deaglio). Silvia, a soli 37 anni, è professore associato di Genetica medica alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino (quella dei genitori) e responsabile della ricerca alla Hugef, una fondazione che si occupa di genetica, genomica e proteomica umana.
Immediata la replica del ministero che precisa come la giovane Deaglio non ha due lavori, ma è docente universitario pagata solo dall’ ateneo, e come la ricerca, alla quale si è dedicata dopo avere lavorato per due anni ad Harvard, è sostenuta da un finanziamento internazionale.
Non sarà vicino casa, come ha stigmatizzato sua madre, ma ha un posto fisso da 500mila euro l’anno il figlio del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, il supermanager Piergiorgio Peluso. A soli 42 anni Peluso è stato recentemente promosso da direttore di Unicredit a d.g. di Fondiaria-Sai per traghettare la compagnia dei Ligresti fuori dalla bufera. Attualmente mamma Anna Maria vive a Roma, mentre Giorgio è a Milano, ma certamente tra auto blu e viaggi in business class i due non avranno difficoltà a vedersi.


E il figlio di Monti? Giovanni ( ridendo , a ragione , nella foto del Post ) ha 39 anni e a poco più di 20 era già associato per gli investimenti bancari per la Goldman Sachs, la più potente banca d’affari americana, la stessa in cui il padre Mario ricopre il ruolo di International Advisor. A 25 anni è diventato consulente di direzione da Bain & company, dove è rimasto fino al 2001. Dal 2004 al 2009, vale a dire fino al suo approdo alla Parmalat, Giovanni Monti ha lavorato prima a Citigroup (responsabile di acquisizioni e disinvestimenti per alcune divisioni del gruppo) e poi a Morgan Stanley (responsabile delle transazioni economico-finanziarie sui mercati di Europa, Medio Oriente e Africa). In effetti lui di lavori ne ha cambiati parecchi per non rischiare di annoiarsi come dice il padre. Solo che erano tutti posti fissi… ma senza raccomandazioni!


Fonte : Affaritaliani.it

7 Commenti

  1. GIOVANNI MONTI (figlio di Mario)
    39 anni. A poco più di 20 anni è già associato per gli investimenti bancari per la Goldman Sachs, la più potente banca d’affari americana, la stessa in cui il padre Mario ricopre il ruolo apicale di International Advisor. A 25 anni è già consulente di direzione da Bain & company, dove rimane fino al 2001. Dal 2004 al 2009, vale a dire fino al suo approdo alla Parmalat, Giovanni Monti ha lavorato prima a Citigroup e poi a Morgan & Stanley: a Citigroup è stato responsabile di acquisizioni e disinvestimenti per alcune divisioni del gruppo, mentre alla Morgan si è occupato in particolare di transazioni economico-finanziarie sui mercati di Europa, Medio Oriente e Africa, alle dipendenze dirette degli uffici centrali di New York.
    Sarà forse una questione genetica ma i figli di questi ministri incartapecoriti, che somministrano al Paese dosi mai viste di delirio senile liberista, sono tutti ma proprio tutti dei grandi fenomeni della natura, una sfida alle leggi della statistica. Oh, nemmeno uno "sfigato" ma tutti autentici geni con uno o più posti fissi e con compensi che i comuni mortali possono solo sognare. O forse no. Forse sono solo i figli di una classe dirigente che predica bene e razzola malissimo. Forse sono soltanto la punta dell’iceberg di un sistema malato, fondato sul nepotismo e sulla clientela e ostile al merito. E tuttavia, le sparate di Monti, Fornero e Cancellieri, ci offrono una grande opportunità, ossia quella di aprire una grande discussione sul tema della mobilità sociale. Dobbiamo interrogarci su come sia possibile offrire a tutti (al figlio di Monti come a quello dell’operaio) le stesse condizioni di partenza e le stesse opportunità così come recita l’articolo 3 della Costituzione : "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese."
    Basterebbe una ficha limpa che prevedesse qualche anno di galera per chi raccomanda qualcuno o in caso di evidente preferenzialità, almeno nel settore pubblico.
    Marco

  2. Scusate se faccio una domanda da ignorante.. ma se volessi trovare lavoro in brasile l'unico modo è quello di farsi fare un contratto da una società brasiliana per ottenere poi il visto permanente?

    • David, perchè una delle moltissime aziende italiane presenti in Brasile o che stanno aprendo non ti andrebbe bene? Magari possono essere più interessate al tuo curriculum rispetto a un'azienda brasiliana. Saresti peraltro in gradi di scrivere anche solo un curriculum in portoghese?
      boa sorte!
      Marco

  3. ciao Marco, leggendo la tua risposta a David, mi è venuto in mente che posso chiedere a te e ai lettori del blog se conoscete qualche ditta che si occupi qui in Brasile di impianti di riciclaggio di rifiuti….un mio amico ingegnere per l'ambiente e il territorio lavora in questo settore in Italia ma vorrebbe andarsene… (!!!)
    Grazie a tutti

  4. Ciao Virginie,
    esistono vari elenchi delle imprese italiane in Brasile. Alcuni sono a cura delle varie camere di commercio italo-brasiliane esistenti (trovi un elenco delle camere qui http://www.assocamerestero.it/camere/ ) mentre un altro abbastanza recente è a cura dell'Ambasciata italiana a Brasilia e del Ministero degli Esteri (a partire da pagina 124 in poi)
    http://sedi2.esteri.it/sitiweb/AmbBrasilia/Commerciale/Modello%20di%20Sviluppo%20Industriale%20del%20Sistema%20Italia%20in%20Brasile%202011.pdf

    Spero che possano essere di aiuto al tuo amico ingegnere e ad altri che desiderano entrare in contatto con le tantissime imprese italiane presenti e in arrivo in Brasile.
    abraço!
    Marco

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