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Voglia di impresa ? Il 90% chiude entro un anno !

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Guadagnano 1.500 euro al mese. E la loro impresa ha una vita media di soli seisette mesi, al massimo un anno, contro i due anni e mezzo raggiunti dalle altre aziende. Sono i nuovi imprenditori lombardi, i ‘figli della crisi’ secondo la Camera di commercio di Monza e Brianza: il 39 per cento delle imprese nate in Lombardia nel 2012 sono state aperte da uomini e donne che, dopo aver perso il lavoro, provano a giocarsi l’ultima carta. E tentano la strada imprenditoriale, aprendo un negozio o una piccola azienda nella speranza di inserirsi di nuovo nel mondo del lavoro.

Un riscatto tentato da giovani che hanno meno di 35 anni e non riescono a trovare un’occupazione stabile, ma anche da cinquantenni che si giocano il tutto per tutto. E che investono liquidazione e indennità di disoccupazione in quella che diventa l’impresa della vita. Con rischi imprenditoriali, però, che sono altissimi: «Queste imprese – spiega Renato Mattioni, segretario generale della Camera di commercio brianzola – spesso non riescono ad arrivare a un anno di vita, visto che i costi per farle sopravvivere sono duri da sostenere. Senza contare che in pochi riescono a ottenere un prestito bancario regolare: la maggior parte, per raggiungere la liquidità necessaria, ricorre al vecchio metodo delle cambiali».

Nei primi sei mesi del 2012 i tassi di crescita imprenditoriale di Milano e della Lombardia hanno mostrato una timida timidissima ripresa: più 0,9 per cento in città, più 0,3 a livello regionale. Numeri positivi certo ma molto risicati, e che per gli esperti sono soprattutto da attribuire al fenomeno tutto nuovo degli imprenditori ‘figli della crisi’. Un fenomeno in crescita che si specchia nel boom della cassa integrazione registrato degli ultimi mesi: secondo i dati dell’Inps, rielaborati dalla Cgil, dall’inizio del 2012 a oggi in Lombardia si è arrivati a quota 117.922 lavoratori a zero ore.
È il primato italiano. Da qui i ‘nuovi imprenditori’: su dieci imprese neonate quattro sono state aperte da ex impiegati, operai o manager. Nella metà dei casi si tratta di persone che hanno perso il lavoro di recente; uno su quattro, invece, è un precario che non riesce a trovare un’occupazione stabile.
«Abbiamo notato – dice Mattioni – che a fronte di un calo dell’1,4 per cento del prodotto interno lordo c’è stata una leggerissima ripresa delle imprese. Da qui l’inizio dell’indagine che ha permesso di delineare la figura di questi nuovi imprenditori». Ma chi sono? A Milano nel 73,4 per cento dei casi si tratta di uomini. Il 43 per cento ha tra i 35 e 49 anni, sette su dieci sono italiani. Affrontano i costi iniziali di tasca propria, investendo la liquidazione o nel caso dei più giovani chiedendo un contributo alla famiglia. «La costante – denunciano alla Camera di commercio brianzola, che ha avviato il progetto ‘Start’ proprio per sostenere le imprese figlie della crisi – è la difficoltà di ottenere un prestito: molti ricorrono così al ‘welfare familiare’».

Le storie sono tante: «Si va dal dipendente che decide di mettersi in proprio alla casalinga che apre un asilo nido e fa fruttare l’esperienza maturata in famiglia, fino allo straniero che, soprattutto nel campo dell’edilizia, crea la propria azienda. E magari inizia a collaborare con il titolare della ditta con cui lavorava prima, creando una sorta di ‘rete’». I settori più dinamici sono l’edilizia, i servizi (il boom è quello delle imprese di pulizia, per le quali in un anno si registrano 865 ditte in più) e le attività commerciali. «Attenzione, però – avverte Giorgio Montingelli, dell’Unione del commercio di Milano – quello delle vendite è un settore difficile, che soprattutto in tempi di crisi richiede esperienza. Nell’ultimo anno abbiamo perso il 20 per cento degli incassi: solo chi ha capacità e risorse da parte sopravvive».

Fonte : La Repubblica 
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7 Commenti

  1. queste "imprese" sono al 90% partite Iva che incassano 30-40.000 euro all'anno se va bene e ne dovrebbero pagare 15-20.000 di tasse, stando alle regole e/o possibilità, oltre a non avere tutte le garanzie dei dipendenti e tutte le spese a proprio carico; è l'ultima spiaggia, non sono "imprese". D'altra parte non si capisce come un paese in crisi possa produrre più Imprese (vere).

  2. Io avevo fatto i calcoli per rilevare l'impresa in cui lavoravo, poco prima di decidere di trasferirmi in Brasile. Costatato che era un bidone e che aprire qualsiasi altra impresa,non avrebbe fruttato abbastanza per coprire i debiti dell'investimento iniziale, se non solo dopo più o meno 20 anni di lavoro,con profitti comunque da dipendente,ho iniziato a programmare il mio trasferimento qua. E'un calcolo facile da fare. Basta solo essere un pò realisti.
    Risultato:dopo meno di un anno la ditta in cui lavoravo é fallita e ho dovuto "inventarmi"un lavoro per avere un profitto per tirare a campare fino a che non mettevo a posto tutte le cose per poter trasferirmi.
    Ora la mia impresa quà, é una impresa "bebè" e ancora non so dirvi come finirà. Quello che sò é che non stò cercando di fare soldi,ma solo serenità e indipendenza. Cosa che,aprendo una impresa in Italia adesso, é sicuramente un utopia!
    Secondo me l'unico modo per risollevare l'Italia, é scendere in piazza e fare qualcosa di concreto per cambiare.Con il sistema di adesso non si può più andare avanti!
    Il problema é che é difficile mettere d'accordo due persone,immaginate 60 milioni…
    Se un girno dovesse accadere giuro che ritorno in Italia a dare una mano. Ma fino a che rimaniamo gli stessi pecoroni di sempre,credo rimarrò qua.

  3. Le cose non stanno prorio cosi; ora per le nuove P.I. con ricavi fino ai 30,000 euro, il fisco ha previsto un nuovo regime dei minimi che prevede un’imposta sostitutiva del 5% sul reddito. è un ottima opportunità a costi molto contenuti per chi vuole iniziare un attività in proprio; con queste agevolazioni chi ha bisogno di lavorare può avviare un'impresa artigiana con rischi davvero trascurabili.
    Roberto

  4. Roberto, in Italia le piccole imprese possono (forse) anche riuscire a lavorare (ammesso e non concesso che ottengano tutte le autorizzazioni amministrative e che riescano a superare tutti gli scogli burocratici fatti di tasse e gabelle varie) ma il vero problema oggi è riuscire a incassare. Nessuno paga più nessuno, nemmeno se ha i soldi in tasca, perchè tanto la giustizia non funziona e non rischia nulla anche se fallisce. Chi è il fesso che paga se nessuno o quasi paga più??
    Hai voglia a diminuire le tasse sui crediti inesigibili ….
    Inoltre non può accedere al nuovo regime dei minimi chi svolge un’attività che rappresenta la prosecuzione di un lavoro incominciato come dipendente o autonomo, chi ha ricavi o compensi superiori ai 30mila euro annui, né chi ha intenzione di assumere.
    Senza parlare dell'impossibilità di accesso al credito bancario neanche a tassi da usura.
    Insomma, le opportunità commerciali sono pochissime e gli handicap ambientali sono moltissimi.
    Marco

  5. ciao MarcoFalco, io sono un lavoratore autonomo dal 1982 i miei soldi sono tutti nella mia azienda, lo so benissimo di cosa parli,che siamo alla frutta è un dato di fatto, la mia impresa oggi non vale nulla o quasi, mi da appena da vivere e credimi non mi risparmio il lavoro altrimenti sarei pure in passivo, ma se dovessi iniziarla oggi mi servirebbero almeno 800.000 euro in tasca da investire; questo è un assurdo e rende l' esatta idea di come stà il mercato del lavoro autonomo in italia. In questa tragedia dove tutto è fermo e quasi inutile c' è gente che grazie al nuovo regime dei minimi riesce a lavorare in regola ed a mantenere la proria famiglia, è questo che intendevo dire.
    saluti
    Roberto

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