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Geni e schiavi

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I geni sono da sempre un poco schiavi . Lo raccontano anche le favole di “Aladino e della lampada meravigliosa “o quella del ” Pescatore e il genio in bottiglia ” . Il genio , in quel caso un mago dotato di poteri straordinari, è imprigionato nel primo caso in una vecchia lampada ad olio e nel secondo caso in una bottiglia di rame ricoperta di alghe marine .

I geni di cui parliamo oggi sono ingegneri ,  maghi del software ed anche loro sono alla ricerca della “pietra filosofale ” , il procedimento che tramuta il piombo in oro . La loro pietra filosofale si chiama ” Application ” o amichevolmente solo ” App ” .


La ricerca della ” App ” che li farà diventare ricchi  è frenetica e non mancano casi di successo che aumentano le aspettative , oramai negli Stati Uniti ci sono più ingegneri che allevatori . Ma anche  questi geni sono prigionieri della loro lampada o della loro bottiglia che prende il nome di Apple e Google . Questo articolo di Repubblica ripropone il tema di questi ” nuovi geni schiavi ” 



La foto della lampada in alto non la trovate su Google . E’ una foto scattata da me durante un viaggio a Bagdad subito dopo la prima Guerra del golfo  .Naturalmente ho comprato la lampada e la conservo gelosamente qui in Brasile … non si sa mai .



Siamo diventati tutti schiavi delle applicazioni sui telefonini. Ma ci sono schiavi che sono più schiavi di altri: e sono proprio gli autori delle applicazioni. Non lasciatevi abbagliare dai luccichii della Mela. Al compleanno dell’iPhone, che ha compiuto un lustro giusto quest’estare, Apple sventolava i soliti numeri record: 650mila app soltanto nel suo store, un mercato che aveva fatto guadagnare agli sviluppatori 5 miliardi di dollari. Peccato che alla miriade di ingegneri arrivino solo le briciole. Lavorano come free lance. Non hanno assicurazione sanitaria. Non hanno pensione. E su pochissimi veri geni capaci di fare il botto quelli che arrancano sono invece la maggioranza.

Intendiamoci: nel panorama dell’occupazione Usa che si sta appena ripopolando dopo la Grande Recessione, il settore tecnologico resta quello trainante. Solo nel 2010 gli ingegneri sono cresciuti dell’8 per cento mentre tutto il mercato del lavoro si contraeva. Ormai ci sono più ingegneri che allevatori. E il boom sta portando al raggiungimento di un altro traguardo: il superamento del numero degli avvocati, che in questo paese litigiosissimo sono gettonatissimi. I numeri più aggiornati li sforna il New York Timesnell’ultimo capitolo della sua inchiesta sulla iEconomy. Le prime app sono state lanciate sull’Apple Store 4 anni fa e da allora la Mela ha già pagato 6.5 miliardi di royalties: un mercato quindi in crescita di un miliardo e mezzo da questa primavera a oggi. Di più. Un studio commissionato da TechNet ha calcolato che l’intera “app economy” ha prodotto quasi mezzo milione di nuovi posti di lavoro: per la precisione 466mila. Non solo Apple ovviamente: è un calcolo che tiene conto del mercato della Mela, di Android (che è di Google) e naturalmente di quella Facebook sempre più in espansione.

I conti della sola Apple come sempre sono molto più rosei degli altri. I nipotini di Steve Jobs hanno calcolato che le applicazioni della Mela hanno creato almeno 291.250 posti di lavoro: una crescita del 39 per cento rispetto allo scorso anno. E quanti sarebbero quelli che lavorano solo alle app di Apple? Almeno 275mila persone: il 10 per cento in più sempre rispetto all’anno scorso. Occhio: è l’unico dato sul quale c’è poco da discutere. Perché rappresenta tutte le persone che hanno versato i 99 dollari annui per registrarsi come sviluppatori Apple. E già: la Mela, prima di dare, prende…

Eppure la verità che spunta dietro i numeri è un’altra. Ethan Nicholas, per esempio, è un signore che ha fatto 1 milione di dollari con iShoot, un giochino che è stato bestseller sull’Apple Store. Ma questo nel 2009. Oggi, dice l’ingegnere 34enne, la concorrenza è così numerosa che difficilmente si potrebbe ripetere l’exploit. Prendete per esempio la storia di Shawn e Stephanie Grimes. Per inseguire il loro sogno di sviluppatori di app hanno venduto tutto, auto compresa, hanno affittato la loro casetta e sono andati a vivere dai genitori: ma quanto potranno ancora resistere? Mica tutti sono così fortunati come Kevin Systrom, il giovane ingegnere che ha avuto la bella idea di una app chiamata Instagram e poi è stato praticamente miracolato da un certo Mark Zuckerberg: che se l’è pappata per un miliardo di dollari. La torta è troppo grande, le fette troppo piccole. Molte app sono free e quelle che costano non costano più di uno, due, tre, quattro dollari le più care. I Grimes citati dal New York Times non guadagano per esempio più di 20 dollari al giorno: un po’ troppo per tirare avanti un’azienda che sostenga marito e moglie.

Del resto c’è poco da girarci intorno. La geniale idea con cui il geniale Steve Jobs aprì l’Apple Store, luglio 2008, era semplicissima: “Far vendere più iPhone”. Punto. Le app dovevano servire come stimolo all’acquisto. Per carità: da allora ci hanno cambiato la vita. Che cosa non si fa con una app? Dalla lettura diRepubblica alla scelta del cinema passando per i giochi, la musica, il fitness e la salute (gli ultimi due campi in via di sviluppo). Ci hanno cambiato la vita: ma non hanno cambiato quella degli sviluppatori. Anche perché sempre il solito Steve Jobs mise subito le cose in chiaro: il 30 per cento degli incassi vanno ad Apple. Una tassa così alta che nessuna applicazione riuscirà mai ad aggirare.


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