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“Messa in sicurezza” o sicurezza che serve una “messa” ?

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Una rassicurante immagine del Ministro delle Finanze italiane Vittorio Grilli : che dopo il downgrading dell’Agenzia Fitch rassicura su : l’impegno del Tesoro, che “cercherà di fare di tutto per mettere in sicurezza il nostro Paese”.


Che si stia preparando anche lui per il Conclave che inizia martedi ? 



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1 commento

  1. Una piagnucolata al telefono con un amico di gioventù, Massimo Ponzellini, allora presidente della Banca Popolare di Milano, per farsi raccomandare al vertice del Pd nella sua disperata corsa al vertice della Banca d'Italia; una serie di piagnucolate con amici importanti, tra cui l'allora direttore generale e attuale amministratore delegato di Finmeccanica Alessandro Pansa, per far dare un aiutino alla ex petulante moglie Lisa Rowental, alle prese con un buco di bilancio più grande del fatturato nella sua società. Una bella lettera di dimissioni da parte di Vittorio Grilli nelle mani del premier uscente Mario Monti ci starebbe bene. E non perché questi suoi comportamenti siano illeciti: perché sono – per usare un termine appropriato – figure di merda e denotano una meschinità che non c'entra nulla con il rango, la responsabilità, il decoro che il suo livello istituzionale prevede.
    La parabola di Vittorio Grilli si è consumata alla vigilia di una naturale uscita di scena che aveva già programmato pronto a veleggiare – sempre che ancora se lo prendano – in qualche grande banca d'affari internazionale. Ma non deve essere sottovalutata perché rappresenta chiaramente la grande differenza che c'è tra “tecnocrazia” e “senso dello stato”. Si può anche arrivare ai vertici, com'è capitato a lui, senza dover superare la trafila della politica “dal basso”, senza umiliarsi a compiacere segretari di sezione, cittadini, provinciali e di partito; si può anche costruire il proprio successo sulle conoscenze tecniche, l'ottimo pluri-linguismo e lo stile internazionale. Ma se si è uomini da quattro soldi, si resta sempre tali. È chiarissimo che chiedere favorucci, quando si è direttore generale del Tesoro o ministri dell'Economia, è una pressione indebita. È chiarissimo che se si chiede l'aiuto di un proprio “vigilato” (Ponzellini) o addirittura di un proprio nominato (Pansa) li si mette in imbarazzo, ponendoli di fronte al dilemma se prestare un aiuto indebito o rischiare di opporre un “no”. Peraltro, chiunque abbia un minimo di senso dell'opportunità e di “uso di mondo”, in casi del genere dice “sì” e poi non fa, piuttosto che rischiare di dire “no” rompendo frontalmente il rapporto: ed è quel che hanno fatto Ponzellini e Pansa.
    Non si sa – ed è un punto cruciale – cos'abbia poi fatto Pansa, una volta appreso del “niet”: se cioè abbia ugualmente accontentato il suo potente amico Grilli concedendo alla signora le famose consulenze inutili di cui aveva poi appreso il suo capo Orsi, oppure no. Ma questo punto è cruciale per il futuro di Pansa, non per la figura di Grilli. Resta infatti, schiacciante e acclarata, la modestia del personaggio. E la morale che ne deriva: i cosiddetti “tecnici” non vanno mitizzati, che siano “masterizzati” ad Harvard o che siano politicanti da sempre, quel che conta – quando si gestisce potere – è l'etica personale. Peccato sia così difficile da misurare in anticipo.

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