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Mondo del lavoro che cambia : la nuova schiavitù si chiama Amazon

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Amazon è stata fondata a Seattle nel 1994 da Jeff Bezos. All’inizio era una semplice libreria online, ma presto il sito si è allargato fino a proporre ogni tipo di prodotto culturale. Per farla breve, il suo vero successo è dovuto all’enorme catalogo di prodotti e alla rapidità con cui vengono recapitati a casa. Nel 2012, la multinazionale americana ha guadagnato più di 61 miliardi di euro. 
A forza di leggere ritratti stucchevoli sulla figura di Jeff Bezos, 19esimo miliardario al mondo, si tende a dimenticare come tutto questo successo abbia un risvolto non esattamente limpido, soprattutto in riferimento alle condizioni dei lavoratori che sgobbano nei magazzini. Scoprire quel che succede in questi posti non è molto semplice: sia che si tratti di Francia che di altri paesi, attraverso il silenzio stampa Amazon cerca di mantenere un alone di mistero su suoi depositi, e non senza ragione. Sia nel 2008 in Gran Bretagna che nel 2013 in Germania sono state denunciate condizioni di lavoro piuttosto inusuali: divieto di parlare durante l’orario di lavoro, perquisizioni quotidiane, dipendenti spronati alla concorrenza reciproca, turni disumani e tanto altro.
In Francia, il campanello d’allarme è arrivato da Jean-Baptiste Malet, un giornalista di 26 anni al quale siamo molto grati. È stato l’unico giornalista francese ad essersi infiltrano negli immensi magazzini di Amazon di norma inaccessibili a chiunque non sia un dipendente dell’azienda. A novembre del 2012 è riuscito ad intrufolarsi nei depositi tramite un’agenzia di lavoro interinale che lo ha reclutato per il periodo natalizio; un’esperienza durata tre mesi e raccontata nel suo libro “En Amazonie”. Un infiltrato nel “migliore dei mondi” (Kogoi Edizioni). Ironia della sorte, il suo libro è in vendita su Amazon. Gli abbiamo scritto per fargli qualche domanda sull’alienazione lavorativa del ventunesimo secolo. 

Jean-Baptiste Malet ; foto di David Latour.
Perché hai deciso di infiltrarti da Amazon ?
All’inizio in realtà non ho cercato di infiltrarmi, volevo semplicemente scrivere un reportage sulle condizioni di lavoro da Amazon. Volevo conoscere i dettagli logistici degli ordini online e del magazzino fisico, sapere che tipo di lavoro ci fosse dietro. Ho deciso di infiltrarmi soltanto in un secondo momento, quando ho tentato di incontrare alcuni operai fuori dal magazzino di Montélimar, nella regione della Drôme. Bisogna sapere che Amazon si è sempre rifiutata di rispondere alle domande dei giornalisti sui dipendenti e sulle loro difficili condizioni di lavoro. Con mia grande sorpresa, quando mi sono presentato all’uscita del magazzino, i lavoratori erano sinceramente spaventati all’idea di parlare della loro quotidianità nella catena di montaggio. Mi dicevano: “non ho il diritto,” o ancora “potrei farmi licenziare se parlo alla stampa.” D’altronde non bisogna dimenticare che l’anno scorso, all’inaugurazione dello stabilimento Chalon-sur-Saône da parte del ministro Arnaud Montebourg, non sono stati autorizzati a visitare il magazzino nemmeno i giornalisti della stampa locale! 
Quindi è per questo che hai deciso di infiltrarti. Come ti sei introdotto nell’azienda?
Mi sono fatto assumere come lavoratore interinale nel periodo più intenso dell’anno, a novembre del 2012. Questo culto della segretezza di cui ti parlavo è iniziato già durante il colloquio all’Adecco, dove mi hanno fatto firmare una clausola di segretezza totalmente illegale. Secondo questa clausola non avevo il diritto di parlare a nessuno, nemmeno alla mia famiglia, di quello che sarebbe successo sul luogo di lavoro. Questo è uno dei rovesci della medaglia dell’economia digitale. 
Puoi descrivermi cosa hai vissuto quando hai lavorato per Amazon?
Facevo il turno di notte. Attaccavo alle nove e mezza e il turno finiva alle cinque meno dieci del mattino. Ufficialmente, secondo l’agenzia interinale, camminavo per più di 20km a notte; in realtà secondo i sindacalisti il numero è molto più alto. Una delle cose più spaventose era il tragitto in macchina per tornare a casa, date le cifre allarmanti di lavoratori notturni morti in incidenti stradali. Avevo l’abitudine di ascoltare della musica rock a palla durante il tragitto, e devo ammettere che erano momenti di solitudine molto piacevoli. Infatti, dopo la notte di lavoro da Amazon e una volta tornato al mio alloggio temporaneo di Montélimar, dovevo pensare al mio lavoro di scrittura e di sintesi. 
Quindi avevi due lavori a tempo pieno. E dopo il turno di notte iniziavi con la tua attività da giornalista.
Sì. Dovevo documentare quanto avevo visto. Dopo una colazione e una doccia, scrivevo per un’ora mentre guardavo il sole sorgere. Quel che differenzia le altre fabbriche da Amazon è il condizionamento psicologico dei lavoratori. È una cosa che genera dialoghi veramente strani, un’atmosfera particolare. I lavoratori sono perennemente sorvegliati dallo scanner con cui lavorano: è una macchina collegata al wi-fi che permette al capo di avere la posizione precisa di ogni dipendente, il suo ritmo di lavoro e la sua produttività, il tutto calcolato al secondo. La paura instillata nei lavoratori fa sì che abbiano una rappresentazione falsata gli uni degli altri e del sistema Amazon in toto, magari parlano bene dell’azienda per difendersi nel caso si scopra per vie traverse che sono simpatizzanti della CGT [il principale sindacato francese]. 
Sul lungo termine, ti sei sentito alienato o scoraggiato?
In quanto infiltrato non posso dire che la mia esperienza sia stata identica a quella di un lavoratore normale, perché abbiamo condiviso una condizione che nel suo caso definisce una condizione sociale, nel mio no. Questa cosa comporta grandi differenze, visioni del mondo completamente diverse che mi hanno fatto comprendere la condizione dell’uomo moderno, o più precisamente della “condizione operaia”, per riprendere il titolo di un’opera della filosofa Simone Weil che mi ha influenzato molto.

Nonostante ciò sì, non sono andato lì come un turista e ho sperimentato l’alienazione vera, che è legata in maniera ineluttabile al lavoro stesso, come molti sanno. Secondo me questa cosa marca anche una differenza di classe: quelli che sanno cosa vuol dire l’esperienza in fabbrica e quelli che invece la ignorano totalmente e appartengono quindi ad un’altra classe, quella che consuma ciò che producono gli altri—cosa nient’affatto deprecabile, ma che rimane una realtà sociale secondo me.

Quanti tra noi cresciuti nella società dei consumi sono stati consumatori ben prima di scoprire il mondo del lavoro? È un universo spietato, ma è anche quello in cui possiamo scoprire il mondo per quello che è. Da quel momento è possibile posizionarci, scegliere il nostro campo, sapere se vogliamo approvare i meccanismi della società o al contrario, cercare di trasformarla. Se nel mio libro racconto l’effetto fisico, biologico, del lavoro alienante, non lo faccio per parlare di me, perché in vita mia ho fatto tanti piccoli lavoretti e so che il lavoro in fabbrica è penoso. Non avevo bisogno di andare da Amazon per scoprirlo. Al contrario, in quanto autore, descrivere gli effetti deleteri, la fatica, esprimere quello che ho provato mi ha permesso di dare una consistenza alla vera distanza con il lettore. E ciò rende visibile il lavoro e la sofferenza che porta. Rende visibile i meccanismi dello sfruttamento. Porta sollievo a quegli uomini e a quelle donne che l’economia digitale spaccia per virtuali. Questo permette di spiegare perché Bezos è il 19esimo miliardario del pianeta. 

A leggere la tua inchiesta da infiltrato, si direbbe che Amazon abbia creato un proprio codice dei lavoratori.
In ogni posto in cui ci sono stabilimenti di Amazon, dovunque segua attività di logistica che gli permettono di essere il numero uno nella vendita online, Amazon adotta la stessa gestione, la stessa ideologia, le stesse regole, gli stessi processi, con pochissime eccezioni culturali. La mia esperienza dentro Amazon e le numerose testimonianze che ho raccolto vanno tutte nello stesso senso: Amazon non rispetta le leggi del diritto del lavoro. Le infrazioni sono numerosissime ed è per questo che ho dedicato un libro intero alla questione. Oltre alle pressioni psicologiche, i lavoratori non hanno per esempio delle cadenze imposte: non gli si domanda di rispettare un preciso tasso di produttività. Peggio ancora: ogni giorno devono essere più veloci di quello prima. Si fa in modo che i lavoratori siano in concorrenza tra di loro. Sono portati a denunciarsi l’un l’altro se, per esempio, parlano invece di lavorare. 
In che modo vengono incitati a farlo ?
La cosa è molto sottile: da Amazon, sei invitato ad “evidenziare le anomalie”. Potrebbe essere un cartone che blocca un corridoio, ma anche il fatto che alcuni colleghi chiacchierino invece di lavorare—è qualcosa che provoca un abbassamento della produttività, quindi è un’anomalia che va segnalata. Se non segnali delle anomalie te lo fanno notare in uno dei tanti colloqui individuali con i manager. Bisogna immaginare l’organizzazione del lavoro da Amazon come una forma di collettivismo. 
Quindi con Amazon torna la condizione dell’operaio dell’epoca industriale?
Si tratta di un lavoro senza un attimo di tregua, ma non è un qualsiasi lavoro faticoso: è un nuovo tipo di lavoro industriale che non esisteva nel ventesimo secolo e in cui l’ideologia e il paternalismo hanno un grande ruolo. La vendita online è una cosa sempre più diffusa e che ci pone nuove sfide per quanto riguarda i progressi sociali acquisiti dal movimento operaio.
In effetti è possibile dubitare della legalità delle ispezioni quotidiane; in più è una pratica che mette in luce un grande limite del sistema Amazon, ovvero che l’azienda sa che i propri dipendenti non hanno alcun senso di lealtà nei suoi confronti.
Dato che Amazon considera i propri lavoratori come dei potenziali ladri, li perquisisce sia all’entrata che all’uscita, una quantità di tempo che non viene pagata ai lavoratori e che può arrivare fino a 40 minuti a settimana. Negli Stati Uniti i lavoratori hanno appena denunciato questa pratica. La verità è che i lavoratori di Amazon sono gente per bene che cerca solo di guadagnarsi da vivere. La maggior parte dei dipendenti con i quali ho parlato hanno tra i 25 e i 35 anni, che è la media dei dipendenti di Amazon. Mi hanno ripetuto spesso che se davvero fossero dei ladri di certo non verrebbero a lavorare da Amazon, ma si lancerebbero in qualsiasi altro tipo di attività illecita piuttosto che alzarsi alle 5 per andare in fabbrica. Questa pratica delle ispezioni è vista come una cosa umiliante e ansiogena. 

Foto via
Spieghi anche che i superiori ti incoraggiavano, si complimentavano e tutto si basava su una convivialità artificiale che trovava applicazione, per esempio, nel tu obbligatorio e nelle pratiche ricreative sotto l’insegna dell'”have fun”.
Già: “Work hard, have fun, make history” dice lo slogan Amazon posto sotto forma di targa in tutti i dipartimenti della logistica. Oltre alle serate al bowling, alla caccia all’uovo nel parcheggio a Pasqua e a tante altre attività paternalistiche organizzate da numerose imprese statunitensi per creare coesione, nonostante alcune di queste tecniche di azione psicologica esistano anche altrove, Amazon vuole differenziarsi. Prima di tutto, mescolando l’elemento “fun” di facciata a un’organizzazione marziale all’interno dei magazzini, in cui ogni dipendente è spiato, sorvegliato e talvolta anche denunciato, persino attraverso l’attività di monitoraggio dello scanner. Con il suo “have fun” Amazon cerca di organizzare la vita dei dipendenti dentro e fuori l’ambiente lavorativo. È un’autentica strategia di conquista del cuore e dello spirito. 
Perché organizzare cose come la caccia all’uovo nel parcheggio? I dipendenti non sono così creduloni.
Non si tratta di esserlo o meno. Si tratta di sostituirsi all’interno di un contesto di lavoro operaio che succhia tutte le energie, l’entusiasmo, che influenza la maniera in cui si percepiscono il proprio impiego o i propri colleghi. Lavorare per Amazon è lavorare in squadra anche se non hai il diritto di parlare con chi ti sta accanto, anche se non hai possibilità di farlo nemmeno nelle brevissime pause. Ma una volta finito il turno, anche se pensi che Amazon ti stia sfruttando, condividere un momento di convivialità coi colleghi è qualcosa di profondamente umano. In Amazon, quell'”have fun” diventa un aspetto fondamentale, una specie di ossigeno sociale senza il quale la realtà del lavoro potrebbe mostrarsi sotto la sua vera luce: uno sfruttamento esemplare in cui giovani operai ridotti allo stato di robot ebeti devono lavorare senza sosta per un salario da miseria, e tutto ciò per permettere a Jeff Bezos di salire nella scala dei miliardari più ricchi del pianeta. Nel mio libro spiego che i posti di lavoro creati da Amazon competono direttamente col commercio al dettaglio: cito uno studio che mostra come Amazon distrugga più posti di lavoro in quel settore di quanti ne crei nei suoi magazzini. 
Conosci il sistema Amazon Mechanical Turk? Mi sembra un chiaro esempio di violazione del Codice del lavoro francese. Non prendono nemmeno su base interinale: il solo fatto di possedere un account basta a essere assunti, spesso per svolgere compiti remunerati a forza di cinque centesimi. Com’è possibile che esista una cosa del genere?
Sì, conosco Mechanical Turk. Non so se viola il Codice del lavoro, ma so che Le Monde Diplomatique ha dedicato un bell’articolo alla vicenda. Il fatto è che i principi di Jeff Bezos sono di stampo ideologico. Bezos è un ideologo, uno che fa quotidianamente politica—non all’interno di un partito, ma dai vertici della sua multinazionale. I suoi principi sono libertari. Nell’ottica di questo miliardario le legislazioni degli stati sovrani, come il diritto del lavoro che tutela i più deboli, sono meri ostacoli alla sua attività economica. A lui interessa innanzitutto il profitto.
Dopo l’uscita del libro sei stato contattato da qualche dipendente di Amazon? Non temevi ritorsioni per aver violato le norme sulla privacy?
Alcuni dipendenti ed ex dipendenti mi hanno contattato per offrirmi la loro testimonianza, spesso molto dolorosa. Ascoltandoli ho capito un’atra volta quanto fosse importante parlare delle loro condizioni di lavoro, affinché chiunque abbia a disposizione conoscenze precise sul conto di Amazon, per riflettere e alimentare un dibattito basato su fatti concreti (e non solo sugli articoli agiografici presenti sulla stampa). Non so se Jeff Bezos è una personalità geniale così come la descrivono alcuni giornalisti fieri dei loro apparecchi Kindle prodotti in Cina; io so che Jeff Bezos è uno sfruttatore.
Così dopo il fordismo, il tiyotismo… secondo te potremmo parlare di amazonismo o bezosismo?
No, si finirebbe con l’omaggiare eccessivamente Bezos, che a mio giudizio non è un genio dell’industria, nonostante le sue performance in borsa. Per risponderti con maggior precisione, all’interno dei suoi magazzini Amazon utilizza la metodoligia 5S nata all’interno di Toyota. 
Probabilmente lo sai, ma uno dei primi risultati di Google quando si digita il tuo nome è il sito di Amazon su cui si vende il tuo libro. Cosa ne pensi?
Quello è stato un colpo da maestro che mi ha dato un bel po’ di filo da torcere coi media. Con questa mossa Amazon ha ottenuto ciò che voleva: far sì che apparissi come un giornalista che alimenta una contraddizione, un giornalista che denuncia lo stesso sistema che gli permette di mettere in vendita il suo libro. È stata una bella trovata. Quello che non sanno, forse, è che ex clienti di Amazon mi scrivono per dirmi: “Il suo libro è l’ultimo articolo che ho acquistato su Amazon prima di chiudere definitivamente il mio account.”
 Di Sonia Lounes
Il reportage di Jean-Baptiste è stato pubblicato di recente su Le Monde Diplomatique. La traduzione italiana del libro è invece di prossima uscita.

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