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Sombra e aqua fresca

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Anche l’ombra va all’asta, e si paga a peso d’oro. Si è scatenata un’insolita battaglia a Ibiza, l’isola che un tempo era il paradiso degli hippies, poi la meta low cost dei clubbers di tutto il mondo, e ora è diventata una destinazione turistica “vip friendly” tra le più lussuose del Mediterraneo.

Con il boom degli hotel a 5 stelle (anche 6), dei beach club esclusivi e dei ristoranti gestiti dai migliori chef internazionali, l’ultima frontiera è la privatizzazione della sabbia. Che in realtà è uno spazio pubblico appartenente allo Stato, ma c’è una legge – la Ley de Costas – che autorizza i municipi a gestire lo sfruttamento di alcune zone del litorale. Per i comuni nei quali si trovano gli insediamenti turistici più eleganti è un’occasione ghiotta per fare cassa.

L’ultimo ad arricchire, senza molti scrupoli, il proprio bilancio è stato quello di Sant Josep de sa Talaia, che nei giorni scorsi ha lanciato una “perversa asta” (così la definisce il quotidiano locale Diari de Ibiza) per alzata di mano sulla gestione dei servizi da spiaggia. Ombrelloni, sdraio, amache, letti balinesi, messi a disposizione al miglior offerente. E tra urla, proteste, fischi e insulti, si è assistito a scene paradossali. Un lotto di 280 amache e 137 ombrelloni nella zona di Cala Bassa, con un prezzo iniziale di 123mila euro, assegnato dopo una folle corsa al rialzo per 735mila euro. Un altro, un centinaio di sdraio in prossimità del Nassau Beach Club, che ha richiesto un esborso di 103.800 euro, più di cinque volte il prezzo base di 19.800.

Una guerra spietata tra potenti investitori che, per il Comune interessato, significa un’importante boccata d’ossigeno nel bilancio (Sant Josep si assicura, per il prossimo biennio, un incasso annuale di 4,6 milioni di euro). Ma le conseguenze sono devastanti. La prima è la completa espulsione delle famiglie locali, piccoli imprenditori che, da generazioni, si assicuravano una modesta forma di vita con il “business dell’ombra” estivo. L’altra è la progressiva privatizzazione delle spiagge (solo Podemos ha provato a protestare, ma con scarsi risultati).

Visti i prezzi che vengono pagati per le concessioni, la sensazione è che si tratti di un business in perdita: per compensare la spesa, bisognerebbe far pagare affitti esorbitanti ai turisti per una comoda giornata con amaca e ombrellone. Ma in realtà, il vero affare sono le consumazioni in riva al mare: cocktail, piatti di frutta, pesce fresco, il massimo confort di una vacanza vip viene pagato a peso d’oro.

Per questo i grandi gruppi alberghieri, per conquistare le porzioni di spiaggia prossime ai loro hotel, hanno messo sul piatto cifre esorbitanti per vincere la concorrenza di investitori inattesi. E’ il caso ad esempio della famiglia Matutes, il gruppo più potente dell’isola (Abel Matutes, ex banchiere, propietario della compagnia di navigazione Balearia, è stato anche ministro degli Esteri nel governo di José Maria Aznar), che ha pagato 355mila euro perché le 180 sdraio e i 90 ombrelloni di fronte al suo lussuosissimo hotel Ushuaïa non finissero in mano di un imprenditore delle Canarie, Mahy Marrero Sosa, un “intruso” che è stato il più attivo nel cercare di aggiudicarsi il maggior numero possibile di concessioni.

 Per aggirare i limiti di legge previsti per evitare la creazione di un monopolio, Marrero si è presentato alle aste di Ibiza, secondo quanto rivela El Mundo, con otto società a suo nome, e ne ha utilizzate sei per aggiudicarsi undici lotti in zone particolarmente rinomate come Platja d’en Bossa, Cala Compte e Cala Carbó. Ma il futuro di Marrero è appeso a un filo: l’imprenditore è infatti sotto processo alle Canarie, dove rischia una condanna a 16 anni di carcere perché, in uno yacht di sua proprietà, sono stati trovati 452 chili di cocaina.
Fonte : La Repubblica


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