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NARCOS

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Rogerio 157, l’attuale capo, era un banditello qualsiasi e, in Rocinha, nemmeno ci è nato. Non è nato a Rio ma ci è arrivato da Minas, da immigrato è andato in favela dove ha conosciuto una ragazza e ci ha fatto due figli. Per mantenere la famiglia si è dedicato all’attività di ladro per le vie della città (da qui deriva il numero 157 accanto al nome: è quello corrispondente al crimine di furto e latrocinio, nel codice penale) rivendendo la merce tra i viottoli, nelle scorciatoie, nei bar, nelle piazze della Rocinha. Poi è diventato narcotrafficante. Ha cominciato dal basso come umile manovale, spacciatore al dettaglio agli angoli delle vie accanto a un superiore armato. Poi si è messo a consegnare la droga a domicilio, in moto; quando capitava dava anche dei passaggi a pagamento come un normale moto tassista. Finalmente è stato notato da uno dei passeggeri, Nem, capo della fazione Amigos dos Amigos che l’ha promosso a suo guardaspalle ed è seguendo Nem, obbedendo ai suoi ordini che Rogerio ha imparato il mestiere del condottiero ed ha acquisito la ferocia necessaria per uccidere senza rimorsi.

Lui al capo gli era fedele e quando, sorpreso dalla polizia insieme ai suoi mentre tornavano armati fino ai denti da un baile funk di un’altra favela, invase l’hotel Intercontinental a Sao Conrado e fece numerosi prigionieri, Nem ordinò a tutti di consegnarsi alle forze dell’ordine, l’irruzione nell’hotel era stata un malinteso, gli accordi tra narcos e polizia prevedevano la pace nelle vie circostanti la favela. Rogerio si fece due anni di carcere e ottenne la libertà perché gli fu concesso di difendersi senza l’obbligo detentivo (alle udienze, ovviamente, non si presentò). Nem, il nordestino, pagò l’avvocato, assistette i suoi soldati ma il guardaspalle quando tornò a casa ebbe la spiacevole sorpresa di scoprire che il boss era stato arrestato.

I due, Nem e Rogerio, erano andati d’amore e d’accordo per anni e il loro “governo” segnò un tempo di relativa pace tra le vie della Rocinha: la gente circolava liberamente, le attività commerciali funzionavano regolarmente, gli innumerevoli mercatini e rivenditori di cibi e bevande erano sempre aperti, i baile funk erano frequentati dai favelados e dagli abitanti di altre zone della città, la droga era venduta a pieno ritmo. La gente della Rocinha rispettava Nem e si sentiva rispettata da un bandito che, in fondo, amava la comunità. Il suo profilo era discreto, poche armi a vista, libertà di transitare tra i vicoli, tra i viottoli non solo per i residenti ma anche per i ricchi abitanti della zona sud che compravano la droga in favela e si divertivano nei balli, nei bar. E poi Nem aveva un’etica: la vendita di crack era proibita, la violenza veniva esercitata solo quando strettamente necessaria. E questi “valori” forse derivavano dalle sue origini e dalla sua biografia: povero figlio di immigrati nordestini, a vent’anni era padre di una bambina con una grave malformazione tumorale. Per curarla avrebbe avuto bisogno di ventimila reais ma lui era un semplice lavoratore di un’azienda di telecomunicazioni, distribuiva una rivista di casa in casa e promuoveva la vendita di prodotti informatici. I soldi avrebbe potuto chiederli alla banca o a uno strozzino ma decise di rivolgersi all’allora capo del narcotraffico; in cambio offrì i suoi servigi e fu così che iniziò la carriera nel mercato del crimine. Oggi la figlia di Nem ha quasi vent’anni e sta bene, e lui questi dettagli li ha forniti in una lunga intervista a un giornalista inglese che ne ha lodato il profilo moderato e imprenditoriale nella gestione del narcotraffico, atteggiamento contrastante con quello aggressivo ed esibizionista del suo successore, Rogerio 157.

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