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La banda dell’oro

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Nem, oggi in prigione in una penitenziaria del Nord del paese (è da lì che ha comandato l’invasione della Rocinha per punire Rogerio, l’ex guardaspalle), cominciò l’attività di narcotrafficante con Lulu e continuò e concluse la sua ascesa sotto l’ala protettiva di un ulteriore nuovo capo della fazione Amigos dos Amigos. Era il periodo della banda dell’oro (con Nem al servizio di Amigos dos Amigos c’era anche Rogerio, l’attuale rivale, passato recentemente a Comando Vermelho). Si trattava di un gruppo di narcotrafficanti esibizionisti che amavano apparire nei giornali, non disdegnavano interviste in televisione e impugnavano armi laccate in oro, portavano collane d’oro con le loro iniziali penzolanti al centro dei petti, sopra agli addominali, e circolavano in gruppo per la favela cantando canzoni a tema che avevano lo scopo di celebrare lo sfarzo e il potere che lo status di narcotrafficanti gli conferiva. Il bandito che trascorse questo breve periodo a capo della favela si faceva chiamare Bem Te Vi, nome di un uccellino brasiliano, forse a ricordare che lui era libero e felice come un fringuello a dispetto della polizia onesta e di quella corrotta. Sembra strano ma a Rio una parte della polizia e dei reparti speciali, che quando invadono la comunità a bordo di una specie di carro armato terrorizzano i residenti, è dedita alla sincera persecuzione del crimine, senza secondi fini. Scrivere delle forze dell’ordine è difficile perché non si sa mai cosa trovi nascosto dentro alle divise… I narcotrafficanti sono soggetti più semplici perché personificano il male, senza mezzi termini. Anche se Bem Te Vi non era poi così cattivo, era un assassino sì ma non molto diverso da innumerevoli soldati del narcotraffico abituati ad ammazzare, come un signore dallo sguardo bonario la cui figlia frequentava un asilo nella Traversa Libertà nel quale io collaboravo come volontario. Il padre portava la figlia a scuola e poi andava a vendere hamburger all’angolo della via. Mentre si fumava qualche canna, inzuppava i panini dei clienti nel ketchup e nella maionese. Poi, non tutte le sere ma perlomeno una volta al mese, era convocato dai superiori per svolgere la sua missione di boia, di esecutore materiale delle condanne a morte emesse dal tribunale del narcotraffico, un consiglio di pochi membri che giudicava i trasgressori, i delatori, i prigionieri delle fazioni rivali. L’uomo grassottello e bonaccione quando gli andava bene si limitava a sparare qualche colpo, quando gli andava male i malcapitati doveva torturarli, cavargli gli occhi con un coltello o bruciarli dopo averli immobilizzati, in piedi, incastrandoli tra una fila di pneumatici ammonticchiati l’uno sull’altro. E il giorno dopo, come niente fosse, accompagnava di nuovo la figlia a scuola e vendeva i suoi hamburger all’angolo della Traversa Libertà.

Il capo della favela era vanitoso e ricordo che io e un amico fotografo, facendo leva sul suo lato esibizionistico, cercammo di intervistarlo per un articolo per una rivista cilena. Pagavamo sì, ma poco. La nostra richiesta giunse ai vertici della banda dell’oro ma a discorrere con noi in uno dei ristoranti della via Apia ci mandarono un pesce piccolo che vestiva la maglietta dell’Argentina; un tizio atletico che ci fece accomodare nelle sedie che ci spettavano mentre, dall’altro lato del tavolo, lui si sedette insieme alle quattro fidanzate. Erano tutte bionde ossigenate, i corpi scolpiti, sensuali, sprizzavano sesso da tutti i pori. Il narcos bevette, da loro servito, e rispose alle poche stupide domande che gli avevo preparato. Poi scelse una ragazza con cui trascorrere la notte e ci salutò.

Bem Te Vi, il capo, morì poco tempo dopo in un’imboscata. Un infiltrato della polizia aveva affittato un appartamento nel Largo do Boiadeiro e ci si era trasferito come se fosse un qualunque nordestino da poco immigrato a Rio. Degli amici, senza destare alcun sospetto, vennero a visitarlo. Dentro all’appartamento i poliziotti montarono una postazione dalla quale osservare la banda dell’oro i cui membri, il sabato sera, si rilassavano proprio lì davanti bevendo della birra, esibendo le catene sui petti villosi, sventolando le armi impugnate come feticci, come indiscutibili simboli di potere. I nuovi inquilini traslocarono mitragliatrici e munizioni nell’immobile e, quando capirono qual era la routine dei banditi, decisero di intervenire. Bem Te Vi venne ammazzato assieme al guardaspalle, mentre beveva whisky. I poliziotti infiltrati furono riscattati dal carro armato dei servizi speciali in mezzo a un’intensa sparatoria. La signora proprietaria dell’appartamento che era stato ceduto, inconsapevolmente, ai quattro uomini dell’ordine venne bruciata viva tra i pneumatici, nella parte alta della favela, a ridosso della foresta atlantica e i suoi familiari e parenti, tutti quelli cioè che avevano uno stretto legame con lei, furono espulsi dalla Rocinha e non gli venne dato il tempo di preparare le valigie.

3 Commenti

  1. Una nota ” tecnica ” . La barbara uccisione di un essere umano bruciato vivo all’interno di una pila di pneumatici è definito “microondas” . Uno dei casi più illustri fu quello del giornalista della Rede Globo Tim Lopes che era solito indagare e pubblicare notizie sui narcotrafficati della Rochina . All’epoca il capo indiscusso era il famigerato Elias Maluco ( Elia il pazzo ) e fu proprio lui ad uccidere il giornalista nel giugno del 2002 . L’argomento mi è rimasto impresso in modo indelebile perchè , tempo dopo, quando la Rochina fu dichiarata aperta alla visita dei turisti , io decisi di affittare un taxi per un giro della favela . Il taxista o per ignoranza o per ingordigia non mi informò che la visita era consentita solo a gruppi organizzati . Per farla breve , mentre con la mia telecamerina SONY riprendevo a bordo del taxi quello che mi circondava , una “vedetta” ci avvistò ed un pochi attimi fummo inseguiti , circondati e bloccati da un gruppo di banditi in moto .
    Quello che sembrava il capo mi minaccio di farmi fare la fine di Tim Topes e dovetti consegnarli la cassetta della telecamera . Il taxista era terrorizzato mentre io , incosciente di quanto stava accadendo , cercavo di spegare al bandito che ero un turista e non un giornalista . Alla fine sono ancora qui a raccontarlo !

    • pure io sono un sopravvissuto, ahah!
      1995, con un amico decidemmo di andare a fare foto, senza essere invitati, agli “alagados”, il caratteristico quartiere di salvador sulle palafitte in un’insenatura. siccome sapevo che era pericolosissimo, andammo di lunedì mattina presto confidando del fatto che i banditi stessero dormendo. la strada asfaltata finiva troppo lontano dalle palafitte e ci avvicinammo via spiaggia con tattica da guerriglieri. una nave arrugginita era un’ottimo nascondiglio, ci entrammo e iniziammo a fotografare. immediatamente sentimmo qualcosa di veloce fischiare sopra le nostre teste, solo poi udimmo i botti:
      – a davide, ma ce stanno a tirà caa pistola o cor fucile? –
      – a lucio, è fucile, stamo lontani pe esse pistola –
      decidemmo di andarcene. ma non ingoiammo il fatto che eravamo riusciti a fare poche foto e così il lunedì seguente… ci ritornammo! e stavolta sorpassammo la nave e ci inoltrammo fino alle prime palafitte, da veri suicidi. mi misi a parlare con un ragazzino che cercava lombrichi per la pesca e con una tizia che voleva venderci maconha.
      facemmo un botto di foto e non ci spararono.

  2. “Sembra strano ma a Rio una parte della polizia e dei reparti speciali… è dedita alla sincera persecuzione del crimine, senza secondi fini”

    carina questa 🙂

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