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Aurelio Gennari

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  • Bastonate furon date a quei frati che rubarono le anguille -.

Diceva così e poi rideva, sardonico. Era una frase che lo metteva di buon umore.

D’estate la collanina d’oro gli segava il collo, d’inverno stava spesso barricato in casa davanti alla televisione. Aveva folte ciglia bianche, da demonio, era calvo più o meno come me, stesso stile, ma gli occhi erano grigio chiari.

D’estate cucinava pesce alla griglia, i suoi spiedini avevano un sapore che sono riuscito a provare più tardi solo in un ristorante, lungomare, sempre a Pesaro, quando andammo a mangiare tutti insieme, io, Maria, Julia, Milena, Gabriel e i miei amici di Pesaro, cioè Bolo, Cana, Lucio e Fabio.

Raccontava anche spesso una strana barzelletta di una fila composta di animali che aspettavano di salire forse sull’Arca di Noè, dietro all’elefante c’era un topolino, l’elefante si irritava a causa delle frasi del topo che lo prendeva per il culo  (non ricordo esattamente cosa dicesse il topo all’elefante), il nonno me l’aveva ripetuta tante volte, ne ricordo una, quando, e succedeva di rado, dormii tra lui e la nonna, il nonno Aurelio mi raccontò la barzelletta e poi rise quella risata sardonica.

Non aveva studiato, aveva badato ai fratelli e alla madre quando il padre era morto, aveva superato due guerre mondiali, la prima da bambino, la seconda da soldato, aveva combattuto in Albania anche se combattuto non è la parola giusta, venne ferito quasi subito e rimandato a casa dove, assieme alla nonna, fece un figlio e lo chiamò Marco Gennari, mio padre.

Le donne le chiamava scimmie, “Andate dietro alle scimmie?” diceva a me e a mio cugino. Bestemmiava parecchio nonostante la moglie fosse cattolica devota, anche se, a dire il vero, era solito dire porco dioli, aggiungendo la “l” e la “i” alla parola Dio, fuggendo forse con questo stratagemma dal peccato di blasfemia. Tifava Inter (nessuno è perfetto) e guardava la boxe alla televisione, anche di notte, gli piaceva proprio osservare due uomini che si prendevano a pugni.

  • Io li metterei tutti in fila contro un muro e gli farei sparare così, uno a uno, PUM, PUM, PUM – questo pensava dei politici, li odiava però votava Democrazia Cristiana, come mio padre, anche perché era stato Forlani, emerito esponente della DC pesarese, ad inserire Marco Gennari nella lista dei neoassunti dell’ENI di San Donato Milanese.

A quei tempi (non so come funziona oggi) per entrare all’ENI era necessario aderire alle quote di un partito, potevi scegliere il tuo preferito ma un partito dovevi averlo, c’erano i socialisti, i democristiani e i comunisti e ognuno aveva i suoi contatti, i suoi diritti e doveri negli organigrammi delle maggiori aziende italiane; Forlani, pesarese, aveva il diritto di scegliere i pesaresi che avrebbe mandato a lavorare a San Donato Milanese. Correva l’anno millenovecentosessantotto, cosa successe esattamente non è chiaro, non ricordo chi mi raccontò che il nonno, preoccupato per la situazione del figlio neolaureato in chimica e disoccupato, andò da uno dei preti della parrocchia di Cristo Re, forse dal parroco e lo minacciò:

  • Se non trovi lavoro a mio figlio, io nel ristorante ci faccio entrare solo i comunisti e gli cedo la sala per riunirsi anche tutti i giorni, se lo chiedono.

Gestiva un locale insieme alla nonna, un famoso ristorante sulla Statale, proprio all’entrata di Pesaro, l’osteria della Crista. La Crista era una signora che, si dice, fumasse sigari, bevesse vino e giocasse a carte con gli uomini. Non è ben chiaro se fosse la nonna di mia nonna, alcuni dicono di sì, altri negano, mia nonna e il nonno comunque lavoravano per lei, mentre il padre della nonna, bisnonno Roberto, era in Svizzera dove faceva il “selcino”, costruiva marciapiedi e asfaltava strade. Il bisnonno in Svizzera riuscì a guadagnare dei soldi e quando, durante gli inverni, tornava a Pesaro, spendeva i suoi risparmi costruendo la casa di famiglia, la stessa nella quale oggi vivono i miei genitori. C’è chi dice tra i cugini che lui dovette scappare in Svizzera perché negli anni quaranta, ubriaco in qualche bar, aveva parlato male di Mussolini ed era stato prelevato dalle camicie nere e sottoposto all’umiliazione di bere l’olio di ricino. C’è chi dice che andò in Svizzera solo per sfruttare una buona opportunità di lavoro e lì si costruì una nuova famiglia (nessuno dei possibili e improbabili figli elvetici venne però a Pesaro a reclamare alcunché).

Il nonno un anno andò col bisnonno Roberto in Svizzera a lavorare e soffrì un grave incidente, tornò a Pesaro con delle costole e una vertebra rotte, la nonna allora gli proibì di abbandonare la loro casa per cercare fortuna all’estero, che all’estero ci andasse suo padre, solamente. Fu così che Aurelio, venduto il ristorante, divenne operaio in una fabbrica di fisarmoniche e ci rimase fino all’età della pensione. Riceveva una pensione di guerra, non alta come quella del fratello che era stato prigioniero in un campo nazista in Germania per più di un anno e, quando era tornato, si era curato la polmonite all’ospedale di Pesaro dove era rimasto sei mesi. Il fratello del nonno si chiamava Giuseppe Gennari, Pippi, la moglie è ancora viva e mi ha raccontato un aneddoto. Lui era a Trieste e stava per essere deportato in Germania, era in fila con altri prigionieri, stava per prendere il treno, fermò una passante, le chiese carta e penna e scrisse un biglietto per la fidanzata pesarese, per la minuta Maria – Ti prego, ti amo, aspettami – poi diede l’indirizzo di Maria alla sconosciuta e, caso curioso, il biglietto raggiunse la destinataria che aspettò davvero il ritorno del fidanzato, nonostante le circostanze facessero pensare che era morto.

Mio nonno è morto di tumore al secondo piano della casa familiare, nella stessa stanza nella quale io dormo quando vado a trovare i miei genitori. Uno degli ultimi giorni chiesi alla nonna di andarlo a visitare, lui era sdraiato, magro, sotto alle coperte, debilitato disse: – Piera, non voglio che Matteo mi veda così.

Io però non lo ascoltai, mi avvicinai, lo abbracciai e lo baciai forte.

Ancora lo amo, come allora.

E’ il Gennari al quale più assomiglio, al quale mi sento più vicino. Perché mio padre ha fatto una vita molto diversa, è andato a vivere a Milano, è diventato un dirigente, mio nonno invece è rimasto una persona semplice che non possedeva niente, a parte la bicicletta che teneva custodita in garage e le damigiane per il vino (la casa non era sua, era della nonna).

Mio nonno era una brava persona che per tutta la vita ha solo fatto il suo dovere di figlio, di marito, di padre, ma si è anche concesso degli svaghi, andava a pescare col fratello e adorava passeggiare lungomare coi pantaloni lunghi arrotolati sulle caviglie o su fin sopra alle ginocchia. Teneva i piedi in acqua e si chinava, secchiello in mano, per raccattare le “poracce”, le vongole, le conchiglie e le cozze. Poi le portava a casa alla Pierina che le usava per cucinarci il suo meraviglioso sugo. Erano pranzi memorabili, poche volte radunati all’aperto, altrimenti tutti seduti in cucina. Eravamo io, babbo Marco, mamma Giusi, lo zio Paolo, la nonna Rina, Aurelio e la Pierina. Eravamo una famiglia e ciò che ci univa, la scusa che ci univa erano il sughetto di pesce della Pierina e gli spiedini di Aurelio Gennari. Fuori in cortile splendeva il sole sulle viti, sui calcinacci, i cugini che abitavano affianco spesso mangiavano davanti alla porta di casa perché erano più numerosi di noi e in cucina non ci stavano, le sorelle Rossi nell’altra casa giocavano con l’altalena o anche loro pranzavano col padre Giannì e la madre Rosi. Il cielo terso azzurro, il mare in lontananza, le grida di allegria dei bambini dalla spiaggia, le partite di pallavolo o di calcio che si stavano giocando sulla sabbia, tutto tendeva alla perfezione e all’armonia.

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