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La forza

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Quei pochi mesi che passammo insieme da soli nella sua casa di Pesaro, io non li usai per conoscerci meglio, per condividere i nostri sentimenti e dubbi. Pensavo solo alle mie angosce, a come evitare il servizio militare, nella fattispecie il servizio di obiettore di coscienza nella biblioteca di Venegono al quale mi avevano affidato e io non lo volevo fare perché avevo fatto richiesta d’essere mandato nella casa di accoglienza per malati psichiatrici, down, autistici nella quale già da più di un anno ero volontario. Quando in casa arrivò l’avviso dell’esercito che mi ordinava di recarmi in biblioteca in Brianza andai su tutte le furie. E così, dopo una sceneggiata davanti allo psicologo dell’esercito italiano con sede a Milano, mi trovavo a Pesaro, con la nonna. Avevo ottenuto qualche mese di licenza medica, volevo approfittarne per preparare l’esame di letteratura italiana dell’Università Statale. Ero ansioso soprattutto perché mia madre aveva reagito malissimo alla postura di out out che avevo mantenuto di fronte all’autorità, ero ansioso perché io stesso mi dicevo cosa sarà mai, svolgi le mansioni di aiuto bibliotecario per un anno e intanto prepari nuovi esami, solo che quella biblioteca, come si diceva, mi aveva preso male, mi aveva preso male la bibliotecaria con cui avevo parlato, mi aveva preso male la stanzetta per dormire che mi avrebbero affibbiato nel caso avessi deciso di pernottare vicino a Varese. In casa con i miei (anche il papà era contrario alla mia decisione) erano solo litigi e io scappai a Pesaro dalla nonna, dalla Pierina, vedova da non molto, piccola statuaria vecchiettina pesarese, che si svegliava presto ogni mattina. “Cosa vuoi da mangiare oggi?” era tutto ciò che chiedeva, io rispondevo “Fai tu, per me va bene tutto” e lei preparava i suoi manicaretti, sugo di pisellini al pomodoro, ravioli in brodo, zucchine ripiene, carne di coniglio, pesce alla griglia, gnocchi fatti in casa e io mangiavo e mi riprendevo dalle sbronze delle sere precedenti. Durante il giorno studiavo Dante, Petrarca e Boccaccio chiuso nella biblioteca di Pesaro, le ore lunghissime non passavano mai, ed erano intervallate da qualche sigaretta. Alternavo la biblioteca del centro, vicino al bassorilievo con la testa di Medusa del Mengaroni, a quella più laterale, di fronte a via Castelfidardo, dove bisognava salire una scaletta. Questa biblioteca era più fredda, ed imponente, dentro un palazzo antico. Le ore di studio erano piacevoli, ciò che non passava erano le pause tra una lettura e l’altra. Per interi pomeriggi non parlavo con nessuno. Mi sentivo solo e pensavo ai problemi col servizio militare, allo psicologo che avrei dovuto incontrare per una seconda visita e allo psicologo di Milano che già da un po’ frequentavo e che avevo deciso di non vedere più per starmene a Pesaro con la nonna. Le sere bevevo, ero diventato se non amico almeno conoscente di un gruppo sgangherato di studenti che frequentavano la biblioteca del centro e il circolo enoteca Mengaroni, in fondo a via Castelfidardo. I nomi non li ricordo, ricordo però che fui introdotto da una ragazza magra che una sera riuscii anche a baciare; il leader del gruppo lo chiamavano Lemma, studiava legge e beveva molto. Gli amici (ce n’era uno coi capelli ricci e gli occhi azzurri da tedesco) erano preoccupati per i ritmi con cui Lemma, che era un capellone e vestiva un lungo cappotto verde, si dedicava all’alcool e più di una volta li ho sentiti che gli consigliarono di farsi prescrivere le analisi del sangue per controllare i valori del fegato. Dicevano che lui bevesse a causa di una delusione amorosa, non so se con quella ragazza magra con i capelli neri che, ubriaco, avevo baciato (lei non era voluta andare oltre).

Lemma era colto ed intelligente ed una sera tardi verso l’una del mattino io e lui rimanemmo in macchina davanti alla villetta di mia nonna belli alticci a disquisire di cinema.

  • Per me non c’è nessuno in Italia che è arrivato ai livelli di Fellini – sosteneva.
  • Secondo me Moretti non è meno di Fellini. E’ diverso ma film come Palombella Rossa rimarranno per sempre nel nostro immaginario.
  • E la poesia di Fellini dove la metti? Non c’è nei film di Moretti.
  • Eccome se c’è. Solo che è meno patinata, è più quotidiana.

Smettemmo quando ci rendemmo conto che era inutile disquisire su chi era il migliore tra Moretti e Fellini. Erano due ottimi registi, ne convenimmo entrambi. Io lo salutai, uscii dalla macchina e sbattei la porta. Il giorno dopo sarei tornato a Milano per sostenere la seconda visita all’ospedale militare di Baggio e, dopo una settimana, mi sarei presentato in università per dare l’esame di letteratura.

Il rimpianto che ho è che in quei giorni non mi resi conto che anche la Pierina stava soffrendo, non mi resi conto che la recente morte del nonno Aurelio lei ancora non l’aveva assimilata e che, magari, qualche sera invece di uscire ad ubriacarmi l’avrei potuta passare con lei davanti alla televisione a parlare di lei, del suo dolore, forse mi avrebbe aiutato a non concentrarmi troppo sul mio.

Comunque poi l’esame di letteratura lo superai, ottenni l’esonero dagli obblighi militari a causa di una sindrome ansioso depressiva e tornai dallo psicologo a curarmi. Eravamo nell’anno 1999, io avevo ventiquattro anni, mia nonna settantanove e si alzava tutte le mattine alle cinque per cucinare e spolverare la casa, poi andava al mercato in bicicletta, andava in pescheria, in macelleria, in chiesa e salutava le due o tre amiche che incontrava in via Padre Kolbe, all’imbocco  della Statale che da Pesaro raggiunge Fano e il sud Italia. Le amiche uscivano di casa proprio quando passava la Pierina, sembrava che fossero rimaste appollaiate a lungo dietro le finestre per scorgere una forma di vita che gli desse una ragione, che le incitasse, le spronasse a resistere.

8 Commenti

  1. guarda, non è assolutamente per cattiveria, ma tradurre posso farlo solo come lavoro, quindi dietro pagamento (non sono purtroppo in condizioni tali da potermi dedicare ad attività amatoriali tout court). aggiungo che ho già un po’ di esperienza nel campo delle traduzioni. il lavoro che c’è dietro una traduzione non è cosa da poco, richiede tempo e dedicazione, considerata anche l’impossibilità palese di poter tradurre ogni cosa (qualcosa si può, ma non tutto) al piè della lettera a causa non solo della diversa struttura sintattica nella lingua target, ma delle implicazioni culturali che in contesto stravolgono del tutto il significato di una parola/verbo/locuzione. ti faccio un esempio banale, ma credo che oramai saprai queste cose molto meglio di me, dato che vivi in Brasile da molti più anni e insegni italiano: se cerchi in un dizionario portoghese-italiano il verbo assistir, ti verrà tradotto in primo luogo come assistere…peccato però che noi italiani (ma anche tutti gli ispanici) non ci sogneremmo mai di assistere a un film, noi (e gli ispanici) lo guardiamo. mentre i brasiliani (e i portoghesi e gli angolani, ecc.) non si sognano certo di guardarlo, ma assistem a filmes…e dunque cambiano pure transitività e reggenza verbale da una lingua all’altra…
    in ogni caso, una volta che avrò terminato questo semestre universitario (che è pesantissimo), se sei interessato fammi sapere e ci accordiamo.
    buona domenica

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