Home Racconti da Rio de Janeiro Le ultime ore di Henrique

Le ultime ore di Henrique

1

TOC, TOC, TOC.

«Apritemi, per l’amor di Dio, sono Henrique!»

È Henrique che sta bussando al centro spiritista Lar do Amor, nella rua Viúva Lacerda, quartiere Humaitá, Rio de Janeiro.

«Ho bisogno di un sofà dove dormire. Voi non siete caritatevoli? E allora datemi questo cazzo di sofà!»

Sta piovendo, sono le cinque del mattino. Disturbato dalle grida del carioca disperato, il guardiano grassottello è uscito dalla sua postazione e fissa il giovane, pensando a quando e se dovrà intervenire. La Viúva Lacerda è una strada senza uscita e, all’ingresso, c’è un posto di blocco al quale le macchine sono costrette a fermarsi. Chi procede a piedi invece va oltre senza controlli. Così è successo a Henrique mentre tornava ubriaco dal bar.

«E attenti che il sofà lo voglio bianco e non blu, perché negli Stati Uniti avere i mobili e i divani bianchi in casa è segno di ricchezza. Per lo meno in Texas è così…»

Il ragazzotto coi capelli lunghi sta barcollando. Piegato in avanti, pare pronto a vomitare. Si ripiglia invece e adesso la porta del centro spiritista Lar do Amor nella Viúva Lacerda la sta prendendo a calci.

«Mi sento solo. Non ho nessuno con cui parlare. Apritemi, cazzo!»

Il guardiano è a pochi metri dal giovanotto e lo fissa, valutando innanzitutto se è armato. Non è armato, è solo ubriaco. Viene da una nottata storta. Ha bisogno di andare a letto. Ma perché si è piazzato davanti a quella porta e sta facendo tutto ’sto casino? Henrique fissa il guardiano e valuta, tra i fumi dell’alcol, se il tipo interverrà o se chiamerà la polizia. Non vuole passare un’altra notte coi mendicanti, coi teppisti, con gli ubriaconi delle vicinanze che si fanno arrestare per non bagnarsi troppo, in strada. Lui vuole entrare nel Lar do Amor perché un amico della madre gli ha detto che anche lui era un alcolizzato, che era un drogato, che aveva rubato e, quando ha conosciuto il centro spiritista, è cambiato, ha capito dove stava il bene e dove il male. Henrique è stanco. Da quando è tornato dagli Stati Uniti e i suoi genitori si sono separati, niente è più andato per il verso giusto.

«Apritemi, cazzo, apritemi, datemi il vostro sofà, io sono un couch hunter, negli Stati Uniti ce ne sono molti di cacciatori di sofà che girano le case degli amici dormendo di qua e di là, io sono uno di loro… Be’, sì, ho bevuto troppo ma adesso…»

Le prime luci del mattino fanno capolino dietro il cocuzzolo della collina. La Viúva Lacerda, alberata, fresca soprattutto in giorni come questo, sembra risvegliarsi poco a poco. Gli uccellini cantano, nonostante il tempo brutto. E un uomo con un cane al guinzaglio sta scendendo dall’alto della collina con un sacchetto di plastica in mano che gli servirà per raccogliere le feci dell’animale. Henrique si guarda alle spalle e scorge il guardiano col viso assonnato. Capisce che ha esagerato ed è arrivato il momento di andarsene. Al Lar do Amor ci tornerà una sera, durante le sessioni, le riunioni, ci tornerà un mercoledì sera, sì, l’amico della madre gli ha detto che il mercoledì è il momento migliore perché al secondo piano c’è una riunione di lettura del Vangelo e il tuo nome scritto su un foglio lo mettono al cospetto degli spiriti, se c’è qualcosa di grave i dirigenti del centro poi ti telefonano… Che gli avrà preso? Che idea quella di battere contro la porta del centro così presto la mattina di un… Che giorno è? Deve tornare a casa dalla madre che ha bisogno di lui. Da quando si è separata dal padre ha sempre bisogno di lui. Essere figli unici è una tragedia.

«Toglimi le mani di dosso!» grida all’energumeno.

Scosta la mano di quello dalla sua spalla e si dirige verso la via Humaitá, la via principale già abbondantemente trafficata. Prenderà un taxi e il taxi lo porterà a Copacabana, dalla madre. L’idea di vedere la madre in quelle condizioni lo terrorizza. Prende una sigaretta dalla tasca e l’accende. I pantaloni e la maglietta sono spiegazzati. I capelli lisci e lunghi sono bagnati. Henrique è bello, Henrique fuma e pensa che la sua bellezza è rimasta come era quindici anni fa, quando assieme ai genitori è andato a vivere in Texas. Il ritorno in Brasile, il divorzio sono stati traumatici ma è ancora vivo. E c’è sempre tempo per un nuovo inizio. Fuma una lunga boccata, tossisce e si sente meglio.

«Taxi!» grida di fronte alla salita che porta al cimitero João Batista e al tunnel Velho che divide Botafogo e Copacabana. Una macchina si ferma di colpo schizzando i pantaloni del giovanotto che impreca, getta la sigaretta nella pozzanghera, apre la portiera ed entra.

La madre di Henrique è una signora bionda, alta, magra, di circa cinquant’anni. Vive in un piccolo appartamento nella Barata Ribeiro, a Copacabana, angolo con la Figueiredo de Magalhães. Vive sopra una pizzeria, quella con i ragazzi in moto che fanno le consegne con le pizze custodite nei portapacchi di plastica rossi. La madre di Henrique fino a pochi mesi fa abitava in questo appartamento con il marito che però, di punto in bianco, l’ha lasciata. Pare si sia innamorato di un’amica del figlio, di una ex fidanzata del figlio, di una certa Clara Pitzer, bionda, occhi scuri, figlia di un’indigena e di un tedesco. Pare che tale Clara Pitzer sia molto bella e che il padre di Henrique non abbia resistito alle avances della ragazza una volta che lei era rimasta a casa loro a studiare e lui l’aveva riaccompagnata a Barra da Tijuca dai genitori perché ormai era troppo tardi per prendere l’autobus. Il padre di Henrique non ci ha pensato su troppo ed è andato dall’oggi al domani a vivere col suo nuovo amore in un piccolo appartamento a Barra da Tijuca. Da quando il signor Bolzatto ha lasciato il tetto coniugale, cioè circa tre mesi fa, le cose sono precipitate: il figlio si è ubriacato praticamente tutte le sere e la moglie è caduta in una specie di letargo indifferente. La signora Bolzatto passa ormai le giornate davanti alla televisione masticando gli psicofarmaci che uno psichiatra amico le ha prescritto per superare il brutto periodo. Adesso, alle sei e mezza della mattina, la signora sta dormendo. E sono i momenti migliori, i momenti di calma, Henrique infatti apre la porta cercando di fare il minor rumore possibile, calpesta la moquette polverosa, dà un calcio allo yorkshire che viene a leccargli la caviglia sporca di fango e subito si pente. Si china, Cristallina (nome strano per un cane) deve mangiare qualcosa, il giovanotto va verso la cucina ma inciampa nel sofà grigio ammuffito e ci cade sopra.

“Un sofà…” pensa. “È come negli Stati Uniti, io sono un cacciatore di sofà e adesso ho trovato il mio”. Chiude gli occhi mentre il cane gli sta mordendo le dita della mano. Si toglie le scarpe senza usare le mani e quelle sporcano di fango la moquette. Gli schizzi di fango raggiungono anche la parete della televisione. Henrique, spaparanzato, finalmente solo (lui che si sente sempre solo), solo senza le chiacchiere e le ansie della madre a riempirgli il cervello, pensa che è arrivato il momento di farsi una bella sega. È ancora ubriaco e la fantasia viaggia a quella puttana di Clara Pitzer che non solo lo ha rifiutato ma gli ha preferito il padre. E poi glielo ha detto: «Mi succhio tutti i soldi di tuo padre e poi lo lascio!»

Lui teme che ne sia capace, teme sia capace di succhiargli i soldi (e non solo) e di fargli spendere tutto quello che ha, alla ricerca della scopata eccezionale. Il padre è il tipo adatto a quel genere di deliri. Ma quanto gli costa essere sempre ragionevole, quanto gli costa essere più ragionevole del padre, quanto gli costa essere figlio di una psicotica e di un eterno adolescente!

Il giovane prende il suo cazzettino in mano, prende il cazzettino piccolo come quello del padre, in mano. E pensa a Clara Pitzer che fa un pompino al padre. Si eccita a pensare al suo vecchio pelato, peloso e a quella figlia del demonio accovacciata fra le sue gambe che glielo prende in bocca. Clara sussurra cose indicibili, poi smette di parlare e fa il suo lavoro. “Dillo che odi tuo figlio, dillo”, dice al padre e il signor Bolzatto replica: “Mio figlio è una testa di cazzo”, e dice così perché vuole che quella puttana continui. Lo yorkshire morde il gomito di Henrique che comunque non è riuscito ad eccitarsi e ha deciso di abbandonare quella fantasia. Si è già masturbato altre volte pensando a quella zoccola e al signor Bolzatto. Ha voglia di bere. Ha voglia di dormire. È mercoledì. Più o meno le sette del mattino. Dalla Barata Ribeiro si sentono i clacson, il casino quotidiano si è impadronito di Copacabana.

«Henrique sei tu? Sei tornato?» grida la signora Bolzatto dalla stanza la cui porta è aperta e il giovanotto è ora che se ne accorge.

«Sì, mamma».

«Ti sei divertito con gli amici?»

«Sì, mamma».

«Stai bene?»

«Certo, mamma. Adesso mi riposo un paio d’ore e poi vado all’università».

«Io invece voglio dormire tutta la mattina. Prendo il mio sonnifero. Stanotte non ho dormito bene e devo recuperare. In forno ci sono le lasagne di ieri. Sul fuoco il riso, i fagioli che Maria ha preparato ieri. Prima di andare a dormire apri la porta a Maria, per favore. Dille di dare da mangiare al cane e di preparare un panino per te, per l’università. Ma lasciami dormire, per l’amor di Dio, che sento che se non dormo ancora un po’ impazzisco. E chiudi la porta della mia stanza!»

Henrique si alza in automatico dal divano, raggiunge la camera della signora Bolzatto e chiude la porta senza guardarci dietro. Poi va in cucina, raccoglie da terra il sacco del cibo del cane e versa dei chicchi duri e insapori nella ciotola di Cristallina. Lo yorkshire scodinzola verso il cestino e lui ne approfitta per tornare in sala. La cagna rimane chiusa in cucina quindi, ed è meglio per lei che potrà mangiare e per Henrique che potrà pensare, da solo, in sala. Il ragazzo apre la finestra. Esce in balcone. Il cielo di Copacabana è grigio. Ha smesso di piovere. La via Barata Ribeiro è piena di macchine e di autobus. L’aria è inquinata. E lui, per festeggiare l’ennesimo pensiero negativo della giornata, si accende una sigaretta. Osserva, dall’alto, l’edicolante che appende le ultime edizioni di O Globo. Osserva gli uomini barbuti che camminano rapidi. E il tipo con le gambe gonfie che chiede l’elemosina. Pensa che in questa vita tutto ha sempre una ragione, tutto ha sempre un senso. Se il padre li ha lasciati, ci deve essere un senso. Se la madre è caduta in depressione, un senso ci deve essere. Se il cane ha fame, c’è un senso. Se lui ha sete e ha voglia di bere, un senso c’è e adesso gli pare di intravederlo. Getta la sigaretta giù dal balcone e si lancia, come se stesse tuffandosi in una grande piscina, dietro alla sua sigaretta.

Il traffico di Copacabana reagisce con un aumento del rumore dei clacson che non si fermano più. Il corpo del giovanotto adesso è a terra, davanti alla pizzeria. Gli occhi semichiusi vedono il rigagnolo prodotto da una pozzanghera. Henrique li apre e li chiude e non pensa più a niente. Cioè a qualcosa pensa ma non sa a cosa. Pensa alla madre che sta dormendo, al cagnolino che forse sta mangiando e a Maria, la domestica, che quando aprirà la porta di casa troverà la madre che sta dormendo e il cane chiuso in cucina.

«Aiuto, aiutatelo!» grida qualcuno.

«Chiamate un’ambulanza!»

Non sono morto, questo pensa il giovanotto appena tornato dal Texas. Ma potrebbe essere morto, potrebbe essere tutto un sogno. Vorrebbe tornare indietro, vorrebbe stare sul balcone con la sigaretta in bocca, vorrebbe non essersi buttato dalla finestra. In fondo si trattava di una mattina come tante altre, di una sbronza da smaltire…

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here