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Il militare

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Il villaggio è isolato ma felice in questo pomeriggio inizio sera. I vecchi saggi un po’ folli stanno seduti sui banchetti aspettando i visitanti che hanno fatto diligenti la fila per parlare con loro. Fuochi dai bivacchi segnalano presenze. Tra gli anziani consiglieri c’è chi fuma, chi beve caffè, vino o succo di canna da zucchero. Io mi muovo tra un vecchio, tra una vecchiettina e l’altra chiedendo consigli: sto male, lo stomaco e l’intestino non funzionano, ho debiti con la banca, poco lavoro e in casa di nuovo le cose peggiorano. Cerco un po’ di ristoro nei consigli di questi signori, di queste signore, presenze familiari dentro ai corpi (o forse accanto) dei medium del Terreiro di Umbanda, aperto stasera per la sessione del Preto Velho. I medium dopo il rituale iniziatico sono entrati nello stato di trance e hanno prestato il corpo e la parola alle vecchiette, ai vecchietti brasiliani e africani. L’atmosfera è quella di un villaggio, di un’oasi verdeggiante in mezzo al deserto. Mi avvicino alla mia amica Iramar che ha incorporato Maria di Angola, cioè lo spirito di un’africana venuta in Brasile durante la tratta dei negri o forse uno spirito di una persona recentemente disincarnata che, per parlare con i vivi (o sedicenti, insomma, con quelli dell’al di qua) interpreta il personaggio di una ex schiava che, nell’aldilà, trova la pace se aiuta con i suoi consigli chi si rivolge a lei.

Non posso scrivere ciò che mi ha detto, romperei la magia di quell’attimo, solo dico che, tossendo, con gli occhi saggi di chi lunga la sa, mi ha radiografato i pensieri, dubbi e sentimenti (l’amica, quella che presta il corpo allo spirito, non conosceva i dettagli del mio ultimo viaggio) e ha capito il nocciolo della questione. Mi ha suggerito una soluzione che seguirò alla lettera.

Il giorno prima ero stato in favela dalla mia amica Marzia che mi ha raccontato la seguente avventura:

  • Erano le nove del mattino, eravamo tutti in asilo con i bambini quando è cominciata un’intensa sparatoria. Ci siamo buttati a terra, io, la mia assistente, le maestre; una maestra si è rifugiata nel bagno con i più piccoli. Poi in favela è entrata la polizia che ha sparato gas lacrimogeno per disarmare le resistenze dei narcos. Gli effluvi sono giunti fino a noi, i bambini si sono messi a piangere e a toccarsi gli occhi, io volevo uscire per portare i più arrossati al pronto soccorso ma, sulla porta dell’asilo, davanti alla viuzza sporca con la chiesa evangelica con le finestre sprangate, mi ha fermato una truppa dei reparti speciali.

“Signora, vogliamo salire sulla terrazza dell’asilo”.

“Perché?”.

“Non si preoccupi e ci lasci fare. Stiamo lavorando”.

“Anche io sto lavorando”.

Quelli sono passati con i fucili in mano tra le maestre e i bambini che piangevano.

“Lo sa che i gas lacrimogeni hanno ferito i nostri piccoli?”.

“Sono arrivati fino a qua?” ha risposto il caporale, corrucciato.

Poi lui e la sua truppa sono andati sul terrazzo, quello con il murales e la scritta se il cammino è difficile significa che sei sulla giusta strada.

“In posizione di tiro!” ha gridato lui e i poliziotti hanno appoggiato i fucili e le mitragliatrici sul muricciolo e tra le sbarre del parapetto pronti a sparare contro i narcos appostati cento metri più in basso.

“Un attimo” ho gridato io che, nonostante il divieto, li avevo seguiti “lasciatemi scendere!”.

Il capo del gruppo, un ragazzo, un uomo con meno di trent’anni, vestito di nero, con un abbondante giubbotto antiproiettili al quale erano appese due granate, mi ha guardata pensieroso con i suoi profondi occhi scuri e ha affermato: “Signora, mi ha convinto. Ce ne andiamo. Ci scusi per il disturbo, ma, come le ho detto, noi stiamo facendo il nostro lavoro. Non creda, però, che ci piaccia”. Il gruppo allora, compostamente, educatamente ha riposto i fucili, ha sceso le scale e ha cercato una nuova postazione di tiro sulle palazzine adiacenti -.

La sera dell’incontro con Marzia sono stato al Centro Spiritista di Humaita’ nel quale, a differenza del Terreiro di Umbanda, si parla di Gesù Cristo e non degli spiriti degli schiavi africani; mi sono seduto in un angolo scuro accanto a tre amici e ho ascoltato le parole di una bella signora sulla sessantina che ha spiegato come funziona il ciclo karmico, incarnazione dopo incarnazione, e come e perché le prove che affrontiamo durante la vita siano necessarie per riscattare le colpe commesse nelle vite precedenti. La pace e la calma del posto mi hanno fatto sentire libero di piangere e ho pianto a dirotto per un’ora intera. Non so se mi ha fatto bene (nel senso che i problemi di salute, economici e familiari persistono) però, a conti fatti, credo che mi abbia fatto bene.

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