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Il Pai de Santo piangeva

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Il Pai de Santo piangeva con la camicia sbottonata, seduto nella sua regale sedia rossa, piangeva perché deve operarsi alla gamba, deve farsi togliere un tumore e non ci sono medici della sua assicurazione sanitaria che abbiano accettato la responsabilità di aiutarlo e di intervenire. Non è riuscito a fissare una data. Sta perdendo peso (lui dice che si è messo a dieta). Ha l’aspetto di un uomo un po’ stanco e, prima della festa di Exu, non sentiva la benché minima energia, la benché minima voglia. Non gli era mai capitato di provare disinteresse per il suo proprio Terreiro, creato da lui, costruito letteralmente mattone su mattone, figlio, figlia di Santo dopo figlio, figlia di Santo. Non mi era mai capitato di ascoltarlo affermare: “Sono qui solo per obbligo di rappresentanza”.

Gli avevo anche chiesto di verificare attraverso i buzios il dubbio sollevato da un’amica italiana circa un possibile lavoro di magia nera praticato da una brasiliana in Italia, ma lui mi ha risposto: “Non ho l’animo adatto, Matteo, perdonami”.

Poi si è seduto vicino all’altare nella sua proverbiale sedia definita, come tutto il posto, “un po’ kitsch” da un italiano marito di un’alunna, presente alla sessione. Il Pai de Santo era seduto davanti alla statua di San Giorgio rappresentato a cavallo con la spada mentre trafigge il drago nella bocca, santo che, nel sincretismo afro brasiliano, è Ogum, Orixa’ della guerra e dei guerrieri. Davanti alla statua si sforzava di dare il via al momento dei canti, degli inni e delle incorporazioni ma, appena si è messo a cantare, è scoppiato a piangere come un bambino. Singhiozzava a sessant’anni suonati, senza vergogna. Gli si è avvicinata la moglie, gli si sono avvicinate le donne figlie di Santo del Terreiro; Valeria, una delle più assidue, gli ha sbottonato i bottoni più alti della camicia. Lui manteneva gli occhi chiusi e piangeva. Io, a pochi metri, ero in piedi nella fila degli uomini e lo osservavo pensando a come avrebbe reagito, a cosa sarebbe successo; ero sicuro che avrebbe reagito, che non avrebbe sospeso la festa, non avrebbe lasciato spazio eccessivo alla depressione, ero sicuro, sono sicuro che sarebbe capace di sacrificarsi pur di non dare spazio, non dare adito al non-sense, al vuoto, alla mancanza di significato. La fede per lui viene prima di tutto e senza fede, senza un Dio, senza una ragione, senza una spiegazione lui si sente perso. Eppure il rischio di un enorme ritardo (quasi un anno) nell’intervento chirurgico, la paura della morte, della perdita, la sofferenza (fa fatica a camminare) lo scuotono e lo inducono a chiedersi se davvero le Entità, gli spiriti lo stiano consigliando bene. Prima della sessione un figlio di Santo lo aveva stimolato:

  • Oggi finalmente parliamo con Exu Sete Encruzilhadas.

E lui aveva replicato:

  • Exu mi deve più di una risposta.

E non è, non era da lui mettere in dubbio la veridicità dei messaggi delle Entità, non è da lui lamentarsi, sentirsi quasi da loro abbandonato.

Poi la sessione delle incorporazioni è cominciata, nonostante tutto, e lui è stato posseduto prima da Exu Veludo (Mauricio l’ha riconosciuto subito, “E’ Veludo, è Veludo” ha detto, entusiasta), piegato in avanti, con le mani dietro appoggiate sulla schiena all’altezza dei reni, la voce pareva uscirgli dalle viscere producendo un verso, un lamento, un ringhio. Veludo ha preso una rosa e un garofano rossi e li ha passati, disegnando una croce immaginaria, nei vari angoli del Terreiro e fuori, davanti alla porta aperta. Quando lo spirito se ne è andato, ha abbandonato il corpo del mio amico vicino a me e a Leo che lo stavamo seguendo nei suoi spostamenti. E subito è arrivato Exu Sete Encruzilhadas, lo spirito capo del Terreiro che ha fatto ingresso nel corpo del nostro capo spirituale.

La porta del Terreiro era rimasta aperta. D’un tratto io ho scorto una decina di persone che stavano entrando, tra di loro, davanti a loro c’era Valdir. Non lo vedevo da almeno quattro anni (è  ingrassato, ma ha il volto più sereno). Ero indeciso se seguire Exu, ora incorporato nel mio amico (questo era il mio compito), ero indeciso se aiutarlo a vestirsi, se accendergli i sigari, versargli da bere, districare le collane d’oro e d’argento appese al forcone tra le mani della statua che lo rappresenta o se andare da Valdir, salutarlo, chiedergli come stava, felicitarmi del fatto che finalmente si fosse deciso a farsi vivo e magari a riallacciare i contatti con il Pai de Santo.

Si erano separati a male parole dopo anni di convivenza.

Valdir veniva dalla favela, aveva problemi economici e familiari ed era stato accolto, aiutato; nel Terreiro, grazie alle sue Entità e alle incorporazioni, aveva raggiunto una certa popolarità, il Pai de Santo l’aveva designato come suo sostituto e successore, gli aveva rivelato tutti i segreti, tutte le magie, lui però d’ un tratto se ne era andato, aveva abbandonato l’Umbanda ed era diventato adepto del Candomble’. Era stato convinto da un Sacerdote del Candomble’ che il nostro Sacerdote per anni aveva sbagliato nella lettura dei buzios e si era confuso quando gli aveva detto che il suo Orixa’ guida era Xangô. Questo dettaglio, che ai più può apparire insignificante, nelle religioni afro brasiliane è importantissimo: conoscere il proprio Orixa’ guida è fondamentale per iniziare un percorso di auto coscienza e di perfezionamento.

Il nostro Sacerdote s’era arrabbiato e non ammetteva che Valdir, dopo tanti anni, dubitasse delle sue doti. Il giovane intanto affrontò peripezie e crisi; dopo un divorzio dalla moglie conosciuta durante una sessione di Umbanda in favela, si era sposato di nuovo, aveva aperto un suo proprio Terreiro dove le sessioni funzionavano secondo le sue regole (ma aveva anche rischiato il ricovero in psichiatria a causa di un attacco di panico avuto durante un rituale di Candomble’), ed ora tornava, assieme ai suoi figli di Santo, a visitare il suo vecchio amico. Lui e i suoi erano vestiti di bianco, in attesa, fuori della porta azzurra della nostra casa spirituale. Io mi sono avvicinato. – Non ti ricordi di me, vero? – gli ho detto.

  • Certo che mi ricordo, Matteo – ha risposto.

Ci siamo abbracciati.

 

L’Entità del Pai de Santo l’ha accolto come un figliol prodigo. Exu Sete Encruzilhadas, davanti a tutti, ha aperto le braccia ed ha affermato:

  • Adesso mi puoi dare un abbraccio, filho da puta!

I due, Valdir e il Pai de Santo incorporato (con un cilindro in testa, un mantello sulle spalle e anelli d’oro e d’argento nelle dita) sono rimasti nel centro del Terreiro osservati da molti e anche da me, ora di nuovo tra le fila degli uomini, in piedi, attento a battere le mani, a cantare e a cercare di captare la natura delle parole dei discorsi tra loro.

Non ho sentito nulla, ed è meglio così.

La festa è durata qualche ora, quasi tutti i figli di Santo tranne me, Mauricio e Leo, erano incorporati, noi ci destreggiavamo tra l’uno e l’altro accendendo sigari e sigarette, versando vino, champagne (non di buona qualità) e cachaça nei bicchieri, ascoltando le richieste d’uno e dell’altro, aiutando i visitatori ad avvicinarsi, a porre le domande, aiutandoli, quando richiesti, nell’interpretazione delle risposte degli spiriti che possedevano i corpi dei nostri compagni.

Quando le incorporazioni sono finite ed ognuno è tornato in sé, il Sacerdote era di nuovo seduto nella sua regale sedia rossa, con tutte le sue collane colorate al collo. Valdir (carnagione bianco latte, espressione da scugnizzo napoletano – e di chi sa che l’ha fatta grossa) gli si è avvicinato. Questa volta davanti a lui non c’era Exu ma un uomo, non c’era uno spirito ma Paulo, il capo del centro spiritista di via Teixeira de Carvalho nel quartiere Aboliçao, vicino a Meier.

Il più giovane ha baciato le mani del più vecchio, gli si è disteso davanti e ha appoggiato la fronte per terra in segno di reverenza, poi si è rialzato, l’ha abbracciato e gli ha chiesto dei problemi di salute (durante la sessione io l’avevo avvisato che Paulo stava male e che la sua amicizia, il suo ritorno gli avrebbero fatto bene).

Quando Valdir e i suoi adepti se ne sono andati, Paulo, sempre seduto nella stessa sedia nella quale qualche ora prima aveva pianto, mi ha fissato. Io ho ricambiato lo sguardo. Eravamo sorpresi, entrambi, di quella visita dopo tanti anni. Io ho pensato che le Entità del Pai de Santo sapevano che Valdir sarebbe arrivato e non era un caso che il primo Exu incorporato in lui aveva disegnato una croce immaginaria con la rosa e il garofano rossi in tutti gli angoli, in tutti gli ingressi del Terreiro, compreso il portone. Lo spirito stava preparando lo spazio, il centro religioso a quell’evento.

Lui mi ha guardato e si è messo a ridere.

  • Il tempo fa strani giri, non ti pare? – ha commentato.
  • Sì e sai cosa significa? – gli ho risposto. – Che tu hai molti difetti ma qui dentro hai piantato buoni semi. Se ne sono usciti in tanti, non solo Valdir ma molti di quelli che oggi sono venuti a visitarci se ne erano andati parlando male di te e del Centro e oggi sono tornati tutti insieme con la coda tra le gambe, a chiedere la tua amicizia -.

Paulo adesso era più calmo, visibilmente soddisfatto e forse pronto per affrontare le vicissitudini mediche legate all’operazione chirurgica dei prossimi mesi.

4 Commenti

  1. Questo genere di racconti faccio fatica a capirli, secondo me non funzionano e dopo qualche paragrafo vien voglia di mollare la narrazione.

    • anch’io ho letto il pasto nudo, ma non lo rileggerei.
      castaneda sempre eviitato, sapevo a cosa andavo incontro. e naturalmente detesto paulo coelho.

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