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I primi capitoli di un romanzo scritto una decina di anni fa (e ancora alla ricerca di un editore)

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1.

Le piacevano gli anelli d’oro, i bracciali e le collane di diamanti, gli abiti  e gli occhiali firmati. Le piaceva essere notata quando entrava nei locali alla moda di Milano. Frequentava Le Trottoir in Porta Ticinese ed era amica dello scrittore di romanzi gialli che fumava il sigaro, quello che tutti avrebbero voluto conoscere e che nessuno riusciva a intercettare. Lei invece aveva il suo numero di telefono e non ne era l’amante solo perché non si sarebbe trovata a suo agio in mezzo alle altre. Ma avrebbe potuto esserlo se lo avesse desiderato, avrebbe potuto essere e avere tutto ciò che sognava. Le bastava chiudere gli occhi, credere in se stessa e l’oggetto dei desideri le si materializzava davanti. Era questo uno specialissimo e magico potere di cui lei non parlava con nessuno. Costanza aveva la fortuna di vedere realizzati i propri sogni non nell’esatto momento nel quale li sognava, ma alcune ore, talvolta giorni, a volte anni dopo.

La sua occupazione principale era quindi allenare la fantasia alla ricerca di sempre nuove soddisfazioni che la rendessero felice e che potessero fare felici le persone che amava. Non era un’egoista o almeno non lo era all’inizio della sua parabola quando, a soli vent’anni, gestiva la ditta di pompe funebri lasciatele in eredità dai genitori. Era un lavoraccio vestirsi elegantemente per presentarsi ai funerali, dover osservare la faccia, i tratti, l’abito impeccabile del morto o della morta. Alle volte Costanza fremeva d’invidia perché non sopportava di vedere un bellissimo vestito Armani o Missoni finire per sempre sotto terra, dentro una fredda tomba. Ma che poteva farci lei, costretta a mantenere un atteggiamento tra il serioso e il triste dentro agli impeccabili pantaloni, nascosta nel suo cashmere di primissima qualità, sorridendo con pietà mentre si faceva il segno della croce.

Riceveva gli assegni nell’esatto momento in cui il parente del defunto iniziava le procedure. Il cliente poteva scegliere tra differenti bare proposte in un dettagliato catalogo fotografico. Il prezzo del funerale variava a seconda della qualità dei fiori, della cilindrata della macchina e, soprattutto, del materiale della cassa e del numero e della preziosità delle incisioni. Fin da piccola, seguendo il padre, si era abituata a vivere a stretto contatto con la morte e tutte quelle lacrime e tutto quel dolore non la turbavano affatto. Lei poi aveva il suo segretissimo potere magico. Più di una volta le era capitato di fantasticare desideri inconfessabili proprio durante una cerimonia. Più di una volta aveva trovato il neo vedovo assurdamente attraente, si era invaghita di più di un figlio divenuto improvvisamente orfano e, spesso, c’era andata a letto. Non si innamorava mai di nessuno. A lei gli uomini piaceva usarli o almeno le piacque finché non incontrò Fabrizio. Prima di Fabrizio la sua vita era segnata dall’alternarsi di lavoro e piacere, la parte del piacere però era davvero senza limiti. Il meglio di sé lo diede quando desiderò a tal punto il marito della defunta Clarissa che l’uomo avvertì lo stesso impulso, accarezzandole la vista con gli occhi ancora pieni di lacrime. I due camminarono parlottando tra le lapidi, lei nascosta nel tailleur perfetto, lui rigidamente contenuto dalla giacca e dalla cravatta. La sera cenarono assieme mentre il telefono dell’uomo suonava e lui non rispondeva. La notte dormirono nello stesso letto in uno squallido motel, il giorno dopo le lacrime al signore si erano seccate, Costanza gli aveva fatto un gran favore. Lo aveva cullato, amato, lo aveva accudito come un figlio, gli si era concessa più per pietà che per amore finché il sogno s’era avverato, il desiderio realizzato e il suo imperioso corpo femminile s’era placato. Del resto, dei possibili commenti cioè, delle ripercussioni sociali e dei sentimenti del marito di Clarissa, non le importava nulla.

2.

Costanza era nata in una piccola città bagnata dal mare Adriatico. Lei adorava il mare e i continui viaggi che era costretta a fare tra Pesaro e Milano non le piacevano affatto. Il padre e la madre si erano separati quando la loro bambina aveva compiuto otto anni, fino a quel momento avevano vissuto in un clima di unità rassicurante, il divorzio fu un fulmine a ciel sereno che cadde sulla famiglia come una maledizione. La madre di Costanza non pensava che il suo uomo potesse tradirla, si fidava di lui, era un buon padre e un buon marito, accudiva e vigilava i figli come fossero di porcellana, li seguiva nelle loro iniziative e interveniva quando c’erano dei problemi. Con lei poi era affettuoso e tenero, premuroso le regalava un mazzo di rose ogni venerdì notte quando tornava a casa dopo la pesante settimana, passata lavorando presso la succursale dell’impresa di pompe funebri che avevano aperto a Milano. Nonostante la distanza, questo pensava la madre, moglie e marito si amavano. Lui trascorreva il week end con lei dimostrando una certa passione, portava i figli al mare quando a Pesaro splendeva il sole dell’estate o si rintanava con loro in casa durante i freddi dell’inverno. Quando la moglie ricevette la stranissima telefonata anonima che le comunicò, telegraficamente, “Tuo marito ti tradisce”, non seppe bene a cosa credere e da principio pensò ad  uno scherzo. Lei gestiva le pompe funebri pesaresi, è  vero, lui le milanesi, stavano insieme solo il venerdì sera, il sabato e la domenica fino a mezzogiorno, al massimo le due quando lui prendeva la macchina e si dirigeva verso l’autostrada. Ma loro si amavano, s’erano giurati eterno amore davanti all’altare e a Don Morucci nella piccola e accogliente chiesetta del Cristo Bambino. Dalle panche, annusando bene, si sentiva l’odore del mare, salmastro e intenso come la sincerità che avrebbe marcato la loro relazione. E invece? E invece adesso questa telefonata. Silvana, la mamma di Costanza Giardini, rimase esterrefatta e, di primo acchito, pensò che fosse una stupidaggine. Coi piedi però fortemente attaccati al suolo e conoscitrice di ciò che si celava nei meandri più reconditi dell’animo umano, decise di indagare. Aspettò una domenica che il marito fosse partito dopo averla baciata come sempre e averle detto che l’amava e che, senza di lei, i giorni e le notti sarebbero trascorsi grigi come la nebbia d’autunno. Incontrò la   vicina e le chiese di occuparsi dei tre figli (oltre a Costanza c’erano Ludovica e Paolino) e disse che questioni imprescindibili legate al lavoro la obbligavano ad andare a Cesena. Si diresse invece alla stazione, prese il primo treno per Milano e, cinque ore dopo, raggiunse il piccolo appartamento che Edgardo aveva comprato a San Giuliano Milanese, nella provincia sud, e che usava come base per gli spostamenti e per trascorrere, secondo lui, le solitarie notti vicino all’agenzia di pompe funebri. Silvana Serafini in Giardini suonò al citofono del numero undici di via Cortellesi e nessuno rispose. Provò ancora e niente, s’incollò all’apparecchio, s’accanì senza staccare il dito, ci pigiò sopra il palmo, poi il polso, poi il gomito e niente. Entrò in panico, inspiegabilmente. Edgardo poteva aver incontrato un contrattempo che aveva ostacolato il viaggio verso il nord Italia, qualcuno poteva averlo avvisato tramite l’apparecchio radio della macchina di un impegno improvviso. Non poteva cercarlo al telefono perché non aveva con sé il numero dell’agenzia, che peraltro non ricordava mai. Decise di andarci a piedi, all´agenzia. Passò per il Parco Nord, incontrò qualche corridore instancabile, qualche mamma che ancora giocava coi figli, alcuni giovani che bevevano. Passò sopra il fiumiciattolo, era tesa, stressata, chi glielo aveva fatto fare, dare credito a una telefonata anonima non era da lei. I figli in casa con la vicina chissà come stavano adesso e cosa avrebbero pensato della sua partenza improvvisa. Avevano forse dubitato di lei? Le luci dell’agenzia erano accese nonostante fosse domenica. Delle quattro stanze solo una era illuminata, la finestra verde avrebbe però reso difficile ogni tentativo di sbirciare dentro. Silvana era piena di passione e di apprensione, una stupida telefonata l’aveva portata fino a lì. S’avvicinò e scoprì, con sua profonda sorpresa, che le persiane erano solo accostate, Sei proprio un idiota Edgardo, pensò, ormai sicura di trovarlo con un’altra donna a fare all’amore in mezzo ai drappeggi viola. La stanza invece era vuota, le luci accese e la stanza vuota, la villetta di un solo piano le mise paura. Spinse il vetro e quello s’aprì. Silvana come un gatto o un ladro entrò nell’Agenzia Pompe Funebri Giardini e Soci, pensando d’un tratto che forse era un malvivente colui che avrebbe incontrato lì dentro e non il marito. Voci soffuse, quasi sospirate, provenivano dall’ufficio semioscuro data l’ora serale e il parco utilizzo dell’energia elettrica. Silvana s’acquattò dietro la porta dell’unica stanza illuminata ed ascoltò timidamente e perversamente la conversazione tra il marito e la segretaria che se ne stavano praticamente al buio. “Non puoi tenerlo, pensa alla mia famiglia” (le voci erano basse, fioche come neve che ha paura di cadere), “Ma io ti amo ed ho anche telefonato a tua moglie”, “Cosa hai fatto?”, “Ho telefonato alla signora Giardini, non le ho detto chi ero,  ma le ho detto che sei un traditore”, “Tu sei pazza”, “Io non ce la faccio più a vivere in questa situazione, sono anni che fingo, che dico buongiorno e buonasera ma io voglio stare con te, voglio che tu ammetta davanti a tutti che sono io la tua donna”, “Va bene se vuoi lo dirò davanti a tutti ma tu non devi tenere questo figlio, è troppo presto, io non sono pronto”, disse Edgardo. “Come fai a non essere pronto se hai già tre figli?”, rispose la segretaria, “Con Silvana è diverso, io e lei ci siamo sposati in chiesa, stiamo insieme da tanti anni, abbiamo fatto tutto insieme, abbiamo accettato di condividere questo lavoro e non è stato facile, perché alle volte un lavoro come questo è meglio perderlo che trovarlo e io, obbligato ai funerali fin da adolescente, a vent’anni già non ne potevo più, Silvana però è rimasta incinta e allora ho deciso di impegnarmi nell’azienda e lei mi ha aiutato e mi è stata vicino, senza di lei non saremmo mai riusciti a comprare la quota di mio zio e aprire questa agenzia a Milano, è stata lei a farmi capire che c’era qualcosa di etico in quello che facevamo, che stavamo offrendo alle persone un importante servizio, seppur doloroso, che l’abito scuro era la nostra divisa e non dovevamo vergognarcene, che era per mezzo di questo lavoro che avremmo mantenuto ed educato i nostri figli”. “Se era così diverso con Silvana”, incalzò la segretaria, “perché mi hai sedotto? Ricordi Edgardo, ricordi quando abbiamo fatto all’amore al cimitero, di notte, sulla lapide di un giovane appena morto di cancro, ricordi quella volta che ci siamo chiusi dentro una bara e siamo rimasti così, uniti come in un abbraccio eterno, e poi tu hai goduto dentro di me e io ho abortito per la prima volta”. Silvana non credeva alle proprie orecchie. I due dovevano essere seduti per terra ma lei non riusciva a scorgerli. Un lume intermittente, forse una candela mossa dal vento, proiettava un bagliore sinistro contro la parete. Lei si chiese se, visti i loro discutibili gusti, si stessero appoggiando alle incisioni marmoree o ai gualdrappi neri o forse, come passatempo, si pungessero con le rose bianche sempre presenti nei loro uffici. Le veniva da vomitare, si trattenne, voleva andarsene, per un attimo pensò di tornare a Pesaro, di mentire ai figli, di aspettare il marito fino al week end successivo, di preparargli una cenetta deliziosa e di amarlo come se non fosse successo niente. “Adesso che hai telefonato a Silvana non avrò più il coraggio di guardarla in faccia”, disse Edgardo, “Sono dieci anni che la guardi in faccia mentendole, non credo che questo dettaglio possa cambiare qualcosa”, rispose la segretaria, “Io non voglio avere un figlio da te, non adesso”, “Ma io stavo scherzando” disse lei con voce birichina e quasi inudibile tanto che Silvana dovette tendere il collo assumendo una posizione che immediatamente giudicò grottesca. “Non sto aspettando nessun figlio, l’ho detto per farti arrabbiare”, Edgardo sospirò e Silvana riconobbe, senza vederla, l’espressione di sollievo che gli si stava dipingendo sul viso. “Lo facciamo sulla scrivania o sopra il crocifisso?” disse lui, “Oggi mi sento puttana, ti voglio sulla scrivania”. Silvana si stava mettendo a ridere ma si contenne pensando a dove era e al fatto che non si trattava di un imbecille qualsiasi ma di suo marito, del padre dei suoi figli. Raggiunse silenziosamente la finestra e mentre usciva, agile come un colpevole, pensò al caso che aveva voluto che la persiana fosse accostata e la finestra aperta e si ricordò d’aver immaginato Edgardo che faceva all’amore dentro a una cassa da morto e poi l’aveva trovato quasi nello stesso modo in cui lo aveva immaginato.

Di nuovo sul fiumiciattolo pensò che era stato tutto un sogno, che il marito non la tradiva con la segretaria, che lei si era inventata tutto. Passò la notte nella stazione di Rogoredo ad osservare i barboni e gli accattoni, si stupì nell’attribuirgli tratti familiari. Durante il viaggio di ritorno finalmente avvertì la disperazione e la voglia di piangere. Non erano ancora le dieci di mattina quando passò per Cesena e pensò di scendere e di gettarsi sotto il treno successivo. Non era lei quella che era stata tradita per più di dieci anni dal marito con la segretaria, non era lei quella che, dopo una strana telefonata, era andata a Milano e aveva trovato Edgardo, il suo Edgardo, che si dilettava in discorsi dolci e controversi con il suo amore, che non era lei. Pensò che sarebbe impazzita e che, al ritorno a Pesaro, l’avrebbero rinchiusa in manicomio. Il fatto d’aver prima immaginato il marito e l’amante tra i drappeggi funebri e poi di averli realmente trovati lì la riempì d’angoscia. Credette d’essere una veggente. Si sentì una fallita. Non avvertì dentro di sé né orgoglio né amor proprio. Scese alla stazione di Pesaro senza capire come aveva fatto a riconoscere il suo borgo natio, tanto era stordita. Camminò confusa tra la sala d’aspetto e i binari, sembrava aver perso qualcosa o averla inaspettatamente e malauguratamente trovata. Un poliziotto le si avvicinò e le chiese: “Ha bisogno di aiuto?”, lei gli cadde tra le braccia ma non svenne. Non riusciva a parlare, “Di dove è, cosa fa qui?”, s’informarono, un passante disse: “Io questa signora la conosco, è quella delle pompe funebri”, “Lei è quella delle pompe funebri?”, domandò il poliziotto, ma Silvana pareva aver perso l’uso della voce.

1 commento

  1. micro-racconto tragico:

    anonimo – “lucio, tua moglie ti tradisce –
    lucio – “sul serio? è terribile… aspetta… aspetta! nooooo! ma quale rigore??? platini è caduto 4 metri fuori area! arbitro infameeee!”

    ci sono cose che segnano la nostra esistenza, ahahah!

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