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“Il Signor 7”

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Il primo capitolo (comincia col numero 7) di un romanzo breve intitolato “Il Signor 7”, scritto qualche anno fa e mai pubblicato

7

Eravamo in tre in quello stupido posto.

Io, Vannar e Dostoieschi.

Venivamo da una delle nostre avventure in giro per la costa, dentro la macchina di Vannar. Avevamo bevuto più di trenta birre a testa e si farneticava. Dostoieschi parlava dei libri che avrebbe scritto, Vannar di finanza e io di donne.

Non era la prima volta che ci succedeva d´essere ubriachi alla ricerca di una puttana. Una sarebbe stata sufficiente per noi tre. Magari a turno o anche assieme.

Sbagliammo strada.

Vannar prese un viottolo, in salita. “Siamo finiti in campagna”, disse Dostoieschi, “ed è notte di luna piena”.

A me e a Vannar non importava se c´era luna piena, calante o crescente, per noi era come dire “Oggi è l´otto marzo, festa della donna” o “È il due novembre, il giorno dei morti”. Per noi il calendario, il sole e la luna non contavano nulla.

Dostoieschi era diverso. Lui leggeva. Ed era interessato a politica, astronomia, letteratura e magia. Ci parlava di libri, ci diceva che ne avrebbe scritti di “immortali”, li chiamava così, non sarebbero stati immediatamente accolti dai favori del pubblico ma gli sarebbero sopravvissuti. Io gli credevo. Vannar no, perché a lui piacevano solo le azioni della borsa  valori.

Quando Vannar ebbe raggiunto la vetta della collina, ci accorgemmo dell´hotel.

Con insegna e tutto.

Parcheggio all´aperto. Sotto una luna piena.

Sull´insegna c´era scritto “Sette volte sette” e io, leggendo, pensai “Settanta volte sette”. Dostoieschi mi osservò e io credetti che stessimo pensando la stessa cosa. Vannar aveva gli occhi infuocati.

“Deve essere un postribolo”, dissi.

“Certamente”, rispose Dostoieschi.

“Settanta volte sette è un verso della Bibbia”, dissi io, “…forse il Nuovo Testamento”.

“Ma qui c´è scritto sette volte sette”

“Perché un postribolo si dovrebbe chiamare sette volte sette?”, chiesi.

“Forse non è un postribolo”, rispose Dostoieschi.

Vannar aveva parcheggiato, era sceso dalla macchina e già stava entrando.

Io e Dostoieschi restammo in macchina.

Aprimmo le portiere e con enorme fatica ci staccammo dalla lamiera. Eravamo ubriachi.

Il cielo terso, l´aria né calda né fredda. Il verde dell´erba e nessun segno di presenza di un essere vivente.

L´insegna dell´hotel era illuminata, le luci spente.

Era una palazzina di tre piani. Marrone tendente al verde.

All´ultimo piano si leggeva: “Motel”. E sotto: “Sette volte sette”.

Io non sarei entrato. Nemmeno Dostoieschi. Perché  non era un postribolo e noi cercavamo un postribolo. Donne facili, con una rosa rossa tra i denti o impugnata come un feticcio. Che ci aspettassero sedute in stanze spoglie o in piedi nella hall. Che ci dicessero “Salve uomini!”, inorgoglite dalla nostra presenza e dai nostri desideri.

Ma Vannar aveva aperto la porta. “Non pensava solo ai soldi?”, mi dissi. “Cosa vuole ricavarci?”. Dostoieschi mi fissò.

Avremmo dovuto andarcene. Lasciare la macchina lì, abbandonare Vannar al suo destino e tornare a casa a piedi. Camminando avremmo smaltito la sbronza e saremmo rincasati sobri. Avremmo dormito sogni irrequieti, ma al mattino avremmo aperto gli occhi calmi e sereni, con un leggero senso di colpa per aver abbandonato un amico e aver bevuto troppo.

L’idea di tornare a casa e cercare di dimenticare un´altra serata inutile mi parve insopportabile. Per questo corsi dietro a Vannar e Dostoieschi mi seguì.

Dentro all´hotel era buio pesto. “Vannar!”, gridai. Allungai il braccio e afferrai la maglietta del mio amico. La tenevo tra le mani. “Come fai a camminare, io non vedo niente…”, dissi ma lui non rispose. Dostoieschi mi chiamò, lo esortai ad allacciarsi alla mia maglietta.

Camminammo così, io con un lembo della maglietta di Vannar in mano e Dostoieschi con in mano un lembo della mia. Vannar non parlava, ma procedeva diritto. Entrò in una stanza, girò in tondo ed eravamo in un lungo corridoio. “Torniamo indietro”, dissi io.

“Ho paura”, disse Dostoieschi.

“Vannar!”, gridai.

“Zitti!”, rispose il mio amico.

“Che succede?”, chiesi.

“Ho detto zitti!”.

Vannar non era mai stato prepotente, almeno con me. Chi lo frequentava più spesso di noi diceva che era una brutta persona che pensava solo a se stesso. Ma per me e Dostoieschi non era così. Noi ci divertivamo con Vannar. Lui ci aveva anche presentato la sua ultima fidanzata con la quale aveva rischiato di sposarsi, poi lei lo aveva lasciato perché beveva troppo.

Pensai all´ultima prostituta con la quale ero andato a letto.

In un bordello non lontano dal lago. Magra, secchissima. Occhi scuri, capelli lunghi neri. Ero entrato nel bordello e la vidi seduta in un conciliabolo. La mezzana m´aveva salutato caldamente. “Che piacere rivederla!”, le avevo detto io con almeno sette birre in corpo. “Quale sceglierà oggi?”, mi aveva chiesto. Era una donna dall´aria dolce e solenne. Una madre. La padrona affettuosa dei corpi delle sue ancelle. Ma non delle loro anime.

“Non saprei”, le avevo risposto, “oggi…”. Mi interruppi. Fissai la mia prossima emozione. Magrissima. Occhi neri. Espressione serafica e profonda. Non era interessata a me. Non mi guardava. Non voleva essere la prescelta. “Voglio lei”, dissi. “Lei?”, chiese la donna. “Sì, lei”.

“Amanda!”, gridò la tenutaria.

Amanda si alzò. “Sí”, rispose.

“Lo straniero ha scelto te”.

“Me?”, rispose Amanda.

“Sì, te”.

Amanda chiese il permesso, si scansò, salutò le amiche e camminò, leggiadra e sensuale, verso di me.

“Salve uomo!”, mi disse, sorridendo ma senza guardarmi negli occhi. Io le porsi la mano e camminammo adagio, verso una delle stanze. Come se fossimo diretti al centro del salone per una danza.

Pensavo a queste cose e tenevo stretta la maglietta di Vannar mentre Dostoieschi stringeva la mia. Dopo il primo corridoio, eravamo entrati in una stanza, dalla quale eravamo usciti per riprendere un nuovo corridoio.

Il motel pareva un labirinto. Le stanze avevano più porte, uscendo da una porta noi imboccavamo sempre una nuova direzione.

Era buio, ma la luna, attraverso i vetri, agevolava i nostri movimenti.

Intravedevamo le pareti bianche, le poltrone e i quadri, che sembravano antichi. Ma non scorgevamo niente nitidamente.

“Vannar,  dove stiamo andando?”, chiesi.

“Io ci sono già stato”, disse lui.

Vannar è già stato in questo posto, pensai io. Ottimo, adesso che lo sappiamo possiamo tornare a casa… “Dostoieschi io torno indietro!”.

“Vengo con te”, rispose Dostoieschi.

“Vannar tu che fai?”, chiesi.

“Io continuo”, disse Vannar.

“Ma dove credi di andare?”, gli risposi.

“Nella stanza del Signor 7”.

“Di chi?”.

“Del Signor 7”, ripeté Vannar.

“Chi è il Signor 7?”, chiesi.

“Un amico di mio padre”

“Abita qui?”

“Sí”

“Come fai a esserne sicuro?”

“Me ne sono accorto quando siamo entrati…”

 

Continuammo a camminare. Io attaccato alla maglietta di Vannar e Dostoieschi attaccato alla mia. Giungemmo ad una rampa di scale e io pensavo al corpo di Amanda sopra al mio, al suo sesso, a lei con gli occhi chiusi che si muoveva, io le baciavo il collo, le orecchie e dicevo sei una dea. Le luci si accesero.

Vannar aveva trovato uno degli interruttori ed era immobile con la mano appoggiata alla parete. Ci guardammo, io, Vannar e Dostoieschi. Facce stravolte di chi ha bevuto e ha passato troppo tempo senza dormire. Vannar col ciuffo biondo come se fosse soltanto appiccicato alla testa. Dostoieschi coi lunghi capelli sporchi e arruffati. E io…

La stanza era un antico salotto borghese coi divani in pelle, le persiane di legno, il camino, un focolare domestico arredato a modo.

“Benvenuti”, disse un tale, scendendo  scale di legno.

Io e Dostoieschi alzammo la testa.

Vannar s´inginocchiò ai piedi delle scale.

L’abbigliamento dell’uomo lo faceva sembrare un Diavolo. Un cilindro rosso in testa. Un mantello bianco. Due o tre collane di oro. Due o tre anelli nelle dita.

Gli occhi aperti, fissi. Vitrei e allegri. Le mascelle larghe. Il collo largo. Carnagione chiara.

“Benvenuti, signori, nella mia dimora”, disse.

Poi raggiunse Vannar sul primo scalino, il nostro amico gli prese la mano e la baciò.

“Come stai, carissimo?”, disse il diavolo.

“Bene, Signor 7… adesso che la rivedo”

“Eri solo un bambino”

“È impossibile dimenticarla”

“Vedo che non sei solo”, disse quello, lisciandosi gli anelli d´oro.

“Sono con due amici: quello alto coi capelli lunghi è Dostoieschi e quello magro é ***”

“Quest’ultimo nome mi suona familiare… Vieni qui”, disse il Signor 7, indicandomi.

Io stavo morendo di paura. Sarei scappato, magari da una finestra, visto che difficilmente avrei ritrovato la porta dalla quale eravamo entrati. Invece avanzai.

Lui disse: “Vannar, da bere e da fumare”.

“Certo Signor 7”, disse Vannar che si allontanò, lasciando me e Dostoieschi in balia di quel tizio.

“Avvicinati”, mi ordinò. Io arrivai a un metro di distanza. Il Signor 7 sembrava si sforzasse d´apparire felice. Sembrava odiarci e amarci allo stesso tempo. Sembrava volerci morti e non poter fare a meno di noi. Questo pensai guardandolo negli occhi.

Mi porse la mano, io gliela strinsi.

Lui mi guardò severo, io mi inginocchiai. Portai la sua mano alle labbra e la baciai. Avevo paura. Per questo gli obbedivo ed ero sicuro che era quello che lui desiderava: che avessi paura e gli obbedissi.

“Avvicinati anche tu”, disse, rivolto a Dostoieschi.

Il mio amico schiacciò i capelli sulle tempie ma non c´era niente da fare, senza gel quell´operazione era inutile e un ciuffo irrequieto gli ricadde sugli occhi.

Mi fissò e io abbassai la testa per convincerlo ad accondiscendere.

Così Dostoieschi si inginocchiò al mio lato, raccolse la mano che il diavolo gli aveva porto e la baciò, debolmente.

Vannar rientrò con una bottiglia di vino e due bicchieri. Nel taschino della giacca aveva dei sigari.

Vannar conosce il posto, pensai.

Perché non ci ha detto che lo conosce?

Forse ci ha attirato qui volontariamente e poi ci ha parlato del suo deja-vù. Vannar sapeva quello che stava facendo. Ha architettato tutto. Già conosceva il Signor 7 e voleva presentarcelo.

Vannar stappò la bottiglia e versò del vino al signore.

“Posso berne anch´io?”, chiese.

“Non ti sembra d´averne bevuto abbastanza?”, rispose quello.

Vannar estrasse uno dei sigari dalla tasca, assieme ad una scatola di fiammiferi. Accese il sigaro e lo pose al suo amico, con il cilindro rosso, gli anelli e le collane. E un mantello bianco.

Vannar abbassò lo sguardo, visibilmente depresso.

“Non sei cambiato”, disse il signore. “E non cambierai”.

 

Io e Dostoieschi ci eravamo alzati e non sapevamo come comportarci. Ci scrutammo, il mio sguardo terrorizzato nello sguardo terrorizzato di Dostoieschi. Mentre Vannar fissava il pavimento.

Il signor 7 mi chiamò.

“Non cercavi una serata differente, straniero?”, disse.

Mi chiamano così anche le prostitute, pensai io e commisi un errore imperdonabile. Esitai. Davanti al diavolo non si può esitare. Perché il diavolo non è intelligente quanto appare, nè molto perspicace. Ma sa come impressionare, manipolare, come rendersi ambiguo. E non è colpa sua, non è lui che decide di comportarsi così. È Dio che l´ha fatto così.

“Non saprei”, risposi.

Il Signor 7 sogghignò sommessamente, poi proruppe in una fragorosa risata, Vannar lo seguì e lui e il 7 risero assieme della stessa risata, solo che il diavolo sapeva perché rideva e cosa voleva esprimere, Vannar voleva imitarlo facendogli capire che lo rispettava.

Se lo rispettasse davvero non lo copierebbe, pensai io.

Dovrebbe capirlo, magari studiarlo. O servirlo, nei limiti della ragionevolezza.

Come si fa a servire il diavolo nei limiti della ragionevolezza?, mi chiesi.

“Io ti fotto”, mi disse il diavolo, “Da davanti e da dietro!”.

Pensai a un coito col diavolo e mi vennero i brividi.

Non avrei dovuto bere. Non avrei dovuto seguire quell´imbecille di Vannar.

Non è vero che Vannar pensa solo alla borsa  valori.

Vannar pensa a come fottere gli amici, portandoli negli hotel sbagliati, nelle ore peggiori del giorno.

Vannar è un grandissimo figlio di puttana, conclusi.

Ed osservai Dostoieschi che stava tremando, dalla testa ai piedi.

Magro come un chiodo. Si muoveva come una foglia al vento.

“Stavi cercando una puttana, vero?”.

“Veramente io…”, balbettai.

“Entrate, signore e signorine!”, gridò il diavolo e, come per incanto, dalle quattro porte che  della sala, passarono non meno di trenta donne.

Tra le quali Amanda.

La riconobbi subito.

Mi sfiorò, mi strizzò l´occhio. Vestiva un abito rosso e nero. Nemmeno molto scollato. Una collana rossa. I capelli raccolti dietro. Il trucco azzurro, pesante, sugli occhi. Non era bella, io sapevo che non era bella.

Mi faceva impazzire.

Sentivo una specie di adorazione per lei, come un feticcio.

Deve avermi stregato, pensai. Deve aver preparato una pozione.

Non ci sono altre spiegazioni.

Ero sicurissimo di quello che stavo pensando.

Ed avevo paura.

“Giochiamocela, magro”, disse Dostoieschi.

Dovevamo giocarcela, assolutamente. Non potevo abbandonare la partita o lasciare che la paura, il motel, il Signor 7, le prostitute e tutto quello che sarebbe successo prendessero il sopravvento.

Non ero solo.

Vannar era un figlio di puttana, ma Dostoieschi no. Dostoieschi era mio amico. Della mia stessa razza.

Amanda mi prese la mano. “Allora”, disse, “hai deciso?”

“Cosa?”, risposi.

“Con chi andrai a letto!”.

Mi guardai attorno.

Ragazze,  donne, tutte puttane di differenti età.

Ce n´era una anziana, coi capelli bianchi che s´era seduta sul divano e giocherellava con un bicchiere.

Un´altra, in reggiseno e mutandine, con giarrettiere bianche, camminava avanti e indietro, fissandomi.

“Non mi dire che sceglierai lei un´altra volta!?”, disse Amanda.

Io mi voltai verso Dostoieschi e il mio amico già stava uscendo dalla porta assieme a una morena, dalle grandi tette.

Anche Vannar s´era diretto verso la porta, con due donne, le braccia attorcigliate. Bevevano da grandi coppe e ridevano a crepapelle.

Il Signor 7 mi stava fissando e io non ne sopportai lo sguardo.

“Scelgo te!”, dissi indicando la donna bianca, seminuda.

“Ne pagherai le conseguenze!”, gridò Amanda e io sorrisi della sua gelosia.

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