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Primo capitolo di “Un succo naturale, grazie”, libro disponibile su Amazon, IBS, ecc…

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L’arrivo

Chiesi al tassista di portarci dove stavano festeggiando. Quello mi capì e si diresse verso il Pelourinho, il centro storico. In macchina girava lo sguardo verso me e verso Fabio, seduto dietro. Parcheggiò davanti a un mini market; ci chiese uno sproposito e noi pagammo senza battere ciglio. Lui uscì dall’abitacolo gridando di felicità. Entrò nel mercato, poi riapparve con la spesa fatta; ricordo che comprò vari cartoni di latte Parmalat per i figli.

Ed eccoci io e Fabio Savoldelli, davanti all’ostello. Pousada Jô. C’era una luce strana, forti odori. Il vento muoveva le cime delle palme. Molta gente ci guardava, era pieno di neri ed io non ci ero abituato… Era il 2003 e l’Italia era diversa, meno meticcia di quella attuale.

Io non avevo la carta di credito, era il primo viaggio intercontinentale. Tenevo una busta con mille dollari sopra alle mutande. Non mi fidai della proprietaria che ci indicò delle piccole casseforti, in fila sulle scale. Se avessimo voluto, lei ci avrebbe dato un lucchetto… Fabio era il mio specchio, io ero lo specchio di Fabio. Famelici, pieni di vita, di ansie, di desideri ma anche di tensioni, venivamo da situazioni definitive, “eravamo alla frutta”. Lui s’era separato dopo anni di convivenza, io facevo l’insegnante in una scuola privata in centro Milano, mi ubriacavo quasi tutti i giorni, prima di entrare in classe mi facevo uno o due bicchieri di rosso… Il Pelourinho è un quartiere di casette colorate, in stile coloniale, circondato da favelas. Molti turisti, poliziotti e povera gente… in lontananza il mare maestoso e un ascensore, l’Elevador Lacerda che permette di accedere al Mercato, con gli odori di acarajé, di olio di cocco, di olio di dendê e le grida, le donne vestite di bianco con i foulard attorcigliati attorno alla testa; bambini, mocciosi dappertutto… Il mio primo approccio si chiamava Icaro, aveva nove anni, parlava italiano, la faccia da scugnizzo.

“Zio, vuoi che ti vado a comprare dei sandali?”.

Beh, in effetti, pensai, avrei proprio bisogno di un bel paio di…

“Ho solo una banconota da 50, quanto ti serve?”.

“Non ti preoccupare, te li vado a cambiare”.

Mi fidai, gli porsi il denaro e lui sparì tra i vicoli.

Io nemmeno mi arrabbiai. Ero intontito dal viaggio, dagli odori, dai neri, dalle nere… C’era una certa agitazione e Jô, la proprietaria della pousada, ci aveva detto che eravamo arrivati nel giorno della festa di San Giovanni. Ed eravamo nel Pelourinho, il centro di Salvador, dove venivano portati gli schiavi e, dopo essere stati esaminati, venivano venduti. Alle volte venivano frustati e uccisi in piazza, in quella stessa piazza che adesso ci riconosceva come turisti in cerca di emozioni. Molti baracchini che vendevano bibite e io volevo provare la caipirinha. Ne bevvi quattro o cinque di seguito. Il sole tramontò e noi seduti ai tavolini ci stavamo ubriacando come facevamo in Italia. Dopo il settimo bicchiere io mi alzai, raggiunsi un baracchino colorato pieno di frutta, lessi i nomi delle bibite e decisi che avrei sperimentato il Capeta, che allora non sapevo significasse Demonio. Ma non avevo più soldi in tasca, allora misi la mano sotto alla maglietta, estrassi una banconota da dieci dollari e, veloce come il vento, una bambina si intromise e mi portò via i soldi. Anche questa volta non me la presi.

Adesso era buio e l’oscurità in Brasile è più nera che in Europa… Quando mi accorsi che Fabio stava comprando dell’erba, era troppo tardi. Il mio collega di viaggio, il bel Savoldelli dai capelli neri, figlio unico come me, viziato, coccolato, come me al limite della tossicodipendenza o della psicosi, aveva fatto amicizia con Junior e Puma.

“Io faccio capoeira e sono buono”, affermò Junior (dopo tutta quella caipirinha, ormai capivo il portoghese!), “Lui invece è cattivo…”.

Parevano usciti da un fumetto. Puma col berrettino di lana, la barba, i pantaloni sporchi della tuta dell’Adidas; Junior grassottello, in bermuda. “Non vogliamo niente, grazie”.

“Niente, un cazz…”, Fabio parlava in dialetto. “Io voglio sballare!”. E allora sballiamo!, pensai io e cominciò una lunga trattativa tra il mio collega e i due. Eravamo nella piazza centrale, quella con la casa di Jorge Amado e il museo, tra i baracchini, i negri festanti, le donne con i foulard bianchi, i mocciosi, gli odori di spezie… Fabio entrò in una via laterale, era sorvegliata dalla polizia ma forse c’era un accordo tra le parti; quando tornò, credo che ci sedemmo in un tavolino e fumammo assieme ai nostri due amici.

“Io sono buono, faccio capoeira”, gli offrii da bere perché mi stava simpatico; Puma invece non diceva niente, ci fissava, chi eravamo, cosa eravamo per lui? In quel momento non ci pensavo, eravamo appena sbarcati e stavamo “sballando” da matti… Ricordo io e lui in macchina, a Pesaro; passando sotto il cavalcavia Fabio disse “dopo questo viaggio, non saremo più gli stessi” e io non sapevo che pensare… Stessa reazione quando un comune amico, Bolo, in spiaggia, aveva profetizzato “per me, tu non torni…”. E poi i numerosi amici, conoscenti di Fabio e Bolo, quando avevano saputo che andavamo in Brasile, ci avevano preso in disparte tra i lettini e ci avevano raccontato le loro esperienze a Copacabana con le puttane.

Non ricordo quando ci separammo da Junior e Puma. Quello con la tuta però aveva cominciato a infastidirci chiedendoci altri soldi per l’erba che Fabio gli aveva già pagato. E io mi innervosivo e invitavo il mio amico ad andarcene. Alle tre entrammo in una discoteca con musica reggae vicino al Pelourinho e bevemmo ancora, stavolta della birra. C’erano delle ragazzine con le borsette, parevano prostituirsi. Fabio trovò una donna e le chiese di venire con lui nell’ostello, ma Jô gli proibì di portarla in stanza.

Al mattino, con un mal di testa terrificante, stavamo mangiando frutta e pane e osservando la luce, i colori; tutto pareva strano, un’incredibile energia nell’aria, una forza spirituale fatta di lacrime, sesso, poesia e istinti di morte, grida disperate piene di vita, canzoni, un’impossibile leggerezza… “Avrete dei problemi”, affermò Jô, la bella Jô, amorevole come una mamma. Fuori dall’ostello ci aspettavano Puma e Junior, vestiti come la sera precedente (e forse avevano dormito per terra). “Te l’avevo detto, cazzo!”, imprecai perché io ero un drogato, un alcolizzato, ma mantenevo sempre una candela accesa, un filo diretto col mio angelo custode…

“Puma vuole che gli paghiate l’erba”.

“E tu digli di non romperci i coglioni!”. Fabio s’era innervosito.

“Io sono buono, ma lui…”, replicò Junior.

Eravamo in strada, in mezzo ai rifiuti, ai camion della spazzatura e Jô ci osservava. Era una donna sulla trentina, capelli corvini, corpo da ballerina… “Se volete vi faccio da guida turistica, voi mi pagate quello che potete”,  questa fu la proposta di Junior, quasi un compromesso.

Andammo così in spiaggia, al Forte, io, Fabio e Junior. Puma a cinquanta metri, seduto, con la tuta, sulla sabbia, ci fissava. “Finché resterò con voi, non vi succederà niente…”. Provai a rilassarmi, a non pensarci. Il mare era bello, calmo, si vedevano gli scogli sotto. C’erano delle famiglie come a Pesaro, persone che correvano, in molti mangiavano piatti di pesce appena pescato e fritto sul posto… Ma Puma, senza mangiare, senza bere, impassibile, voleva i suoi soldi. Prendemmo l’autobus e lui si sedette dietro, negli ultimi posti. Ricordo dei ragazzi, forse drogati, che battevano sulle sedie e gli usciva la bava dalla bocca mentre cantavano. Ricordo una piazza, un mercato, strapieno di gente, molte grida, gli odori e la luce erano diversi, erano strani, a Rio de Janeiro non trovai quegli odori, quella luce e nemmeno quell’energia. Pareva che tutto il male e tutto il bene del mondo potessero realizzarsi in quella piazza in qualsiasi momento. Mangiammo del pesce, del riso e dei fagioli. Junior ci ringraziò per il pranzo, io ogni tanto lo guardavo indicandogli l’amico seduto a pochi metri da noi, muto, senza sete, senza fame, che aspettava il resto dell’erba. “Fabio, dagli i soldi e mandalo affanculo”.

“Poi ce ne chiederebbe degli altri!”.

La sera non uscimmo dall’ostello e io cominciai a sentire nostalgia dell’Italia, pensai che il Brasile non era fatto per me e ipotizzai di telefonare a mia madre. “Ero alla frutta”, di nuovo. “Sono sempre al capolinea, in Italia come in Brasile…”. Lo spettro della depressione divenne realtà quando, la mattina, dopo aver bevuto il caffè ed esserci preparati per incontrarci con Junior che ci avrebbe mostrato le chiese della città, scorgemmo Jô con il viso preoccupato. Fuori dalla porta della pousada, davanti alla scalinata piena di bambini che giocavano con delle specie di biglie e gridavano e parevano aver dormito per strada tanto erano sporchi, vidi Puma e Junior. Io ero ansioso e pieno di rabbia verso Fabio che aveva provocato quell’inconveniente e non era capace di risolverlo e verso Puma che avrei voluto affrontare. Ma la candela della ragione (il filo diretto col mio angelo custode) consigliava di rimanere calmo, almeno di fingermi calmo. Non volli parlare nemmeno con Junior perché era chiaro che anche lui non era buono, nonostante la capoeira, i valori del maestro e tutte quelle stronzate. Nel tragitto verso l’ascensore Lacerda credo di aver visto anche Icaro, il bambino dei sandali, che mi salutò, senza preoccuparsi di avermi fottuto cinquanta reais. In prossimità dell’ascensore Fabio il pesarese si avvicinò all’edicolante (poi scoprii che a Salvador come a Rio la maggior parte dei proprietari di un’edicola sono discendenti di italiani) e gli chiese un pacchetto di Marlboro. Quello, magro coi baffi, ci fissò, capì al volo che eravamo italiani e disse qualche parola sull’Italia. Io non replicai, anzi lo scrutai. Lui notò, dietro di noi, gli individui. “Sono vostri amici?”, chiese e io rimasi muto, con lo sguardo da cane bastonato. L’uomo mise la mano vicino alla cassa, estrasse una P38 e la puntò verso i due mulatti. “Andate via, figli di puttana!”, gridò e i due compari finalmente ci lasciarono in pace.

Ritornammo a Salvador un mese dopo perché dovevamo prendere il volo per Bologna. Io mi ero rotto una spalla a Rio, mi ero innamorato di una carioca che pensavo non avrei più rivisto e Fabio aveva incontrato una baiana, Gisele, con la quale anni dopo avrebbe convissuto a Pesaro. Dormimmo nella stessa pousada e, durante la colazione a base di mango, papaia, prosciutto, pane, burro e caffè, chiesi a Jô notizie dei nostri amici. Lei disse che Puma non l’aveva più rivisto e Junior, quello buono, che seguiva i consigli del maestro di capoeira, era in prigione perché aveva tentato di uccidere la madre.

15 Commenti

  1. grande racconto matteo!
    per fare grandi racconti sul brasile “de na vorta” basta descrivere (bene) ciò che ci accadeva.
    mi hai fatto ricordare il leggendario mio primo giorno di brasile nel 1990 (ma fu a rio, ci siamo scambiati i luoghi, ahah!), peccato che non ho tempo se no ci scriverei su e ve lo manderei.

  2. ci chiese uno sproposito e noi pagammo senza battere ciglio

    Bravi fenomeni. Per colpa di gente cosi poi per noi gringos costa tutto piu caro. Fenomeni davvero. STATEVENE A CASA.

    • pensa che io qualche anno fa mi incazzavo come una bestia con gli italiani che in spiaggia pagavano una birra e espeitinho de camarao a quelle che volevano rimorchiare più alle loro amiche, rovinavano il mercato, ahahah!

  3. caro Fagiano, chi è venuto in Brasile e non si è fatto mai rubare niente, non è stato ingannato, fottuto, non ha perso soldi, non è stato preda di qualche malandrino, in Brasile non ci è venuto.

  4. Voglio dire (sperando di non essere frainteso) che ogni esperienza è valida e ti aiuta a conoscere il posto in cui sei.
    In altre parole: chi ama è destinato a perdere, sempre.
    Solo chi non ama ne uscirà vittorioso.
    Chi ha orecchie per intendere, intenda.

    • Gennaro , come ti capisco ! Concordo perfettamente con la tua riflessione che : chi ama è destinato a perdere , sempre . Tuttavia considero queste perdite alla stregua del prezzo pagato per un corso di specializzazione in una università straniera con la differenza che non esistono corsi così incisivi , quasi scarnificanti , come questi .

  5. a me a livello di truffe o superfatturamenti non hanno mai tolto un cent. tuttavia:
    – nel 1990, al mio secondo giorno di brasile in assoluto, mi rapinarono un orologgiaccio di plastica trovato nel dash, puntandomi una peixeira sotto la gola
    – nel 2008 sull’autobus mi sfilarono con destrezza 30 reais dalla tasca.
    direi che m’è andata bene :))

  6. sinceramente ho avuto piu’ problemi di “sicurezza personale” in Italia, dove sono nato e vissuto per 45 anni ed in Francia, dove ho vissuto per 9 anni per motivi di lavoro, che qui in Brasile che frequento dal 1982 e ci vivo da 12 anni. nei 3 Paesi citati per fortuna ho subito piccole piccole truffe in Italia e Francia e 2 assalti personali: orologio e portafoglio in Italia e un paio di infradito e canottiera in Brasile mentre ero in acqua, tutto qui…….al momento. da amici sento di continui assalti ma noto che in Brasile sono assalti per rubarti il telefonino di mano mentre in Francia e Italia sono furti sia con destrezza che rapine in casa per fortuna in assenza dei titolari. non parliamo poi di furti di auto…. oggetto tanto desiderato in tutti i Paesi. se sono auto vecchie servono per parti di ricambio se sono auto nuove le stesse vengono rivendute dopo lavorazione.
    regole d’oro piu’ volte ripetute e sentite per il Brasile ma valgono anche negli altri Paesi: volare basso, non ostentare, sapere cosa puoi e chi incontrare dove vai e …. meglio non andare alla “boate” e al “night” e attenzione in banca.

    • io l'”università stradale” la feci a roma, estrema periferia “pasoliniana”, migliaia di baraccati a 300m da casa mia, zingari, solo nella mia scala del palazzo dove abitavo c’erano: 2 case di puttane, una di rapinatori, 2 di spacciatori.
      per cui qui a salvador sento la dolce “aria di casa mia”, ahahah!

      • ben per te! sicuramente ti è servita per destreggiarti in salvador ba ….. in roma avrai anche imparato che mai fidarsi troppo è meglio e che non fidarsi è meglio + meglio. io sono nato e ho vissuto in una cascina nella campagna “bassa” padana in provincia di piacenza e, come quasi tutti i campagnoli, sono un poco ingenuo di natura ma in aperta campagna avevo un orizzonte vasto che mi è servito e mi serve tutt’ora per andare oltre sempre. life is good.

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