Home Racconti da Rio de Janeiro Visita a un’organizzazione non governativa, in favela

Visita a un’organizzazione non governativa, in favela

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Per parlare dell’ “União de Mulheres Pró Melhoramento da Roupa Suja” scriverò due o forse tre post.

Cominciamo con un testo, un capitolo del romanzo “Un succo naturale, grazie”, nel quale ho raccontato l’esperienza di collaborazione in favela con l’italiana Barbara e la brasiliana Márcia, tra il 2004 e il 2006.

Márcia

Le mamme venivano fino a me nella stanzettina al terzo piano dell’asilo di Márcia e facevano la fila per raccontarmi le loro sventure. Alcune erano sincere, avevano bisogno di aiuto e noi eravamo una possibilità concreta; altre erano abituate a cantilenare le proprie sciagure e lamentarsi era diventato il modo per ricevere qualche soldo. Non succedeva la stessa cosa coi progetti di recupero sociale del governo Lula?

Ne ricordo una, che lavorava nella lotteria clandestina (il jogo do bicho); stava seduta agli angoli delle strade e gli scommettitori compravano da lei le schede coi numeri corrispondenti agli animali. Quando c’era l’estrazione, lei riceveva dei soldi che distribuiva tra i vincitori… Il figlio credo si chiamasse Breno e soffriva di una bronchite cronica. Vivevano vicino a un incrocio stradale, alla polvere, in una zona umida, nascosta ai raggi del sole. Il bambino aveva bisogno delle medicine e i padrini italiani gliele compravano. La madre non era sposata, forse era separata come la maggior parte delle intervistate. Ricordo Fabiana, la mamma di una ragazzina bellissima a cui mi affezionai. Nera, di carnagione lucida, era incinta del secondo figlio e viveva in una casa di legno, sotto alla roccia che segnava il limite della collina. Nel bagno non c’era un vaso sanitario, ma un buco che dava direttamente sul rigagnolo della fogna. Il box doccia era di legno marcio, la sua non pareva una casa ma una palafitta. Fabiana raccontava quella triste vita meccanicamente… Io annotai tutto, cioè il numero di figli (una più uno in arrivo), il reddito (uno stipendio minimo che riceveva da Márcia, essendo una delle collaboratrici dell’asilo), le condizioni abitative (la palafitta), la mancanza di un marito/padre per i figli (situazione cronica, già l’avevo capito). Gli amanti o fidanzati abbondavano, invece. E io pensavo non fosse poi così male che i brasiliani amassero divertirsi e fare all’amore, non capivo però perché non usassero il preservativo… Ne ricordo un’altra, madre di quattro figli di quattro padri diversi, tre dei quali narcotrafficanti o collaboratori del traffico di droga. Praticamente se la spartivano durante i sabato sera e lei sfornava dei bei bambocci, che Barbara aveva deciso di salvare! Più tempo passavo al contatto con queste donne, più giusta mi pareva la missione che l’italiana aveva scelto per dare un senso alla sua vita. Ero orgoglioso di aiutarla, ero felice di far parte di un progetto così ambizioso. Stravedevo poi per Márcia, la direttrice dell’asilo della Roupa Suja. Quando mi raccontava le sue vicissitudini, i miei occhi si riempivano di ammirazione per il coraggio e la forza di volontà di questa donna che, dal niente, aveva costruito un lavoro giusto, era diventata una leader per i suoi vicini di casa, era riuscita a diffondere, in un ambiente malsano, messaggi di speranza. Chiunque avesse un problema da risolvere andava da Márcia e lei cercava di aiutarlo. Márcia aveva adottato la figlia di una donna schizofrenica che viveva per strada, le aveva dato il suo cognome, il suo affetto, trasformandola in una adolescente piena di sogni. Márcia mi portava in giro per la favela, mi faceva entrare nelle case; io scattavo delle foto per i progetti della ONG oppure chiacchieravo dell’Italia, di calcio, di cibo o rimanevo zitto, ad osservare. La direttrice dell’asilo mi fece conoscere Ezequiel, un ragazzino che era allevato dalla nonna e dallo zio, malati. Lo zio beveva molto e pareva uno scheletro (poi morì di aids). La nonna picchiava il nipote e la mia amica lo aveva inserito nel progetto adolescenti, così lui, quando tornava da scuola, continuava a studiare e passava in casa solo le notti. Lei voleva evitare che collaborasse col narcotraffico o che tornasse a vivere per le strade della città di Rio de Janeiro, dove era solito guadagnarsi qualche spicciolo facendo il giocoliere, ai semafori. Di Ezequiel nella Rocinha ce n’erano migliaia, nella Roupa Suja centinaia, la mia amica li avrebbe salvati tutti, se avesse potuto.

La ricordo una mattina che stavamo accompagnando i bambini dell’asilo verso la scuola nel quartiere Barcellos. Sentimmo degli spari. Uno scontro tra banditi e polizia. Affrettammo il passo. Arrivati in fondo al sentiero, scorgemmo una decina di poliziotti. I narcotrafficanti erano dietro di noi e rispondevano al fuoco, dall’alto, dalla Roupa Suja. Io avevo paura, non solo per la mia incolumità ma anche per quella dei bambini. Eravamo intrappolati, stretti tra i vicoli e dovevamo scegliere tra le possibilità di tornare indietro ed affrontare i narcos o continuare a scendere, verso la polizia. Osservai la direttrice dell’asilo. Viso duro, serio. Si avvicinò al caporale, che aveva il fucile puntato verso di noi, in posizione di tiro. Lei oppose il suo petto alla canna del fucile. Il poliziotto abbassò l’arma.

“Non lo vede che devo passare?”, disse Márcia.

E quello si scansò.

 

 

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