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Il primo articolo di Gianluca Uda per il nostro blog

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PAROLIN UNA FAVELA MINORE

Testo e foto di Gianluca Uda

La gente del posto la chiama la Villa, nome abbastanza bizzarro per essere un posto di merda.

Da di  fuori, la Villa, è conosciuta più semplicemente con il nome di favela Parolin.

Un posto da evitare, un posto che anche se è al centro della città di Curitiba è meglio non visitare, Curitiba ha tante attrazioni turistiche la Villa sta bene dove sta, così mi hanno detto.

In realtà questi luoghi sarebbe meglio chiamarli comunità, il nome favela è brutto, discriminatorio quasi razzista… così mi dicono le persone che vivono fuori dalla Villa.

L’ apparenza… penso.

Sembrare quello che non si è, qua è molto comune. Sento questo in molte circostanze qui in Brasile, ma sinceramente la prima volta che entrai a Parolin non ho sentito questo sentimento.

Ho provato altre cose, tra cui la paura, la forza della vita, ma non quello di voler sembrare quello che non si è.

Il mio contatto era una certa Maria.

Ci mettiamo d’accordo e gli chiedo maggiori informazioni sulla comunità di Parolin.

-Quale comunità? La favela.- Mi fa lei quasi incazzata.

Io replico timidamente. -…eh, che pensavo, che favela potesse essere offensivo e quindi…-

Lei taglia corto dicendomi di non dire cazzate, la favela è favela e punto.

Meglio così penso io.

Questa storia della comunità in realtà non mi convinceva fino in fondo.

Passa qualche giorno e vado a casa di Maria come d’accordo.

Lungo il tragitto vedevo l’architettura della città evolversi e trasformarsi, i palazzi e i grattacieli del centro stavano lasciando il loro posto a strutture differenti.

Sembrava quasi come se fosse in atto una metamorfosi architettonica, che dall’ordine passava al caos.

Entropia, pensai tra me.

E’ solo un ordine complesso, non avere paura.

La casa di Maria paragonata alle altre case era anche abbastanza buona, se si escludeva l’acqua piovana che era entrata dentro e che donne e bambini armati di scopettoni cercavano di buttare fuori.

La forza della natura, più cercavano di farla uscire e più quella merda d’acqua sudicia entrava con maggior vigore.

Una battaglia persa, ma forse non era il caso di farglielo notare.

Maria mi offre un caffè e una sigaretta, accetto entrambi con estremo piacere.

Come dicono qua sono viziato in caffè e sigarette.

Meglio questi di vizi che il crack o altra merda simile, penso io assaporando il caffè.

Ora… bere un caffè in Brasile per un italiano non è certamente una passeggiata.

Il punto è, su questo genere di cose la critica è inevitabile per uno abituato al caffè espresso dei bar nostrani, ma stiamo in una favela e non mi sembra il caso di esprimermi con troppa verità.

-Come è il caffè-   Mi fa Maria.

-Una merda.-   Le rispondo con gli occhi che guardano un punto indefinito sulla parete umida.

Un attimo di silenzio e poi Maria scoppia in una grande risata ed io la seguo volentieri.

Il ghiaccio si è rotto.

Maria mi spiega un po’ la storia di Parolin, dicendomi che si la droga e la violenza fanno parte della vita quotidiana, ma che in generale la maggior parte degli abitanti della Villa è solamente povera  e   pacifica.

La cucina di Maria ha una porta che si affaccia ad piccolo fiume, ed oltre la riva opposta, si espande tutta la piccola favela di Parolin.

Copertoni che bruciano, gente che fuma, drogati, mamme che portano i bambini a giocare con gli aquiloni, bambini senza mamme al seguito, anziani seduti su sedili di vecchie macchine.

Uno scenario forse un po’ inquietante, almeno per me, e non posso dire che di posti particolari non  ne abbia mai visti.

Maria parla, ma io sono ora avvolto da mille pensieri e non riesco a seguirla attentamente.

Il piccolo panorama che ho di fronte mi ha rapito, sento tante emozioni che mi avvolgono, i pensieri  si fanno confusi, ma stranamente non sento quello che per me è apparenza.

In questo piccolo scenario, questa sorta di Grand Guignol, ho ben chiaro con che tipo di persone ho a che fare.

Sicuramente molti di loro non saranno dei santi, ma a quanto sembra non si nascondono dietro maschere che non gli appartengono.

I miei pensieri, veloci e sconnessi, vengono infranti dall’urlo di un uomo che dall’altra parte del fiume mi urla non so che cosa.

Paura.

Cazzo, penso io. Questa è pur sempre una favela, altro che comunità… i miei occhi preoccupati corrono velocemente in cerca degli occhi di Maria.

-E’ Diogo.-  Mi fa Maria, apparentemente tranquilla.

Che stupido che sono… è Diogo di che preoccuparsi.

-Usa baseado, ma è una brava persona non temere.-   Sorride Maria.

Che cazzo è il baseado  mi domando perplesso.

Cerco di comunicare con Diogo ma il fiume ci divide, questo cazzo di fiume che entra in casa di Maria, questo fiume cos’ piccolo ma così grande da creare danni.

-Qua tutti conoscono Diogo, è fatto così.-   Mi dice Maria vagamente allegra.

E’ fatto, punto, non è fatto così.

Logico tutti conoscono Diogo, un mito del resto l’andatura che ha è uguale a quella di Iggy Pop in trasferta in Brasile.

Neanche il tempo di chiedere a Maria dell’altro caffè, che Diogo si materializza dietro di me.

Non so come abbia fatto, se c’era qualche ponte li vicino, se sia venuto a nuoto… fatto sta che Diogo ora è di fronte a me.

-Vieni con me, Gringo ti porto a casa mia.-    Mi sbiascica Diogo quasi salendomi addosso.

-Gringo ci sarai.-  Gli replico io con grande orgoglio, ma purtroppo Diogo non capisce l’Italiano ed è pure fatto.

Maria ha cominciato a stendere i panni subito fuori la cucina e mentre attacca mutande e pantaloni fa cenno a sua sorella di dare a Diogo una busta.

La busta è piena di cibo, riso, olio, fagioli e cose simili, Maria aiuta come può la comunità, perdon la favela.

-Hai mai visto la città di dio, vieni andiamo.-  Mi ordina Diogo.

Maria strilla alla sorella di accompagnarmi, dalla faccia non mi sembra molto convinta, mi sembra che come me abbia un po’ di paura.

Cazzo ho pure la macchina fotografica con me, speriamo bene.

Andiamo.

Passiamo attraverso di un ponte, e rapidi affrontiamo una vieta stretta piena di rifiuti di ogni genere.

– Sei il primo Gringo che entra qua.-  Mi rivela Diogo.

Che culo, penso io guardandomi intorno.

La sorella di Maria sembra sconcertata quanto me, mi spiega che è la prima volta che entra in casa di Diogo e che in realtà non lo conosce molto bene.

Sto cazzo… ma non era il Jim Morrison di quartiere che tutti conoscevano.

Entriamo, Diogo a capo della fila, io in mezzo e la sorella di Maria dietro.

Non so nemmeno come si chiama la sorella di Maria, ma il fatto che lei sia dietro di me mi da un poco di sollievo.

La casa di Diogo è su due piani, casa abusiva fatta in legno cemento e mattoni, non riesco a capire con quale regola fisica possa tenersi in piedi una struttura del genere.

Saliamo al secondo piano, pavimento fatto di tavole appoggiate senza nessun chiodo, si muove tutto e mi muovo anche io ma Diogo sta stranamente fermo.

– Qua se ti sparano nessuno ti trova.-

Immaginavo.

– Questa è la città di Dio… hai visto il film.-

Ancora con sto cazzo di film.

Poi ad un certo punto Diogo mi abbraccia, il suo alito è altamente alcolico, apre una finestra e tutta la favela entra incorniciata.

– Questa è Parolin, benvenuto.- Mi consola Diogo scroccandomi due reali.

13 Commenti

  1. Benvenuto a Gianluca e grazie a Matteo che lo ha introdotto . La descrizione che ha fatto mi ha ricordato le volte che frequentavo a Bahia una casa molto simile nel barrio di Sussuarana . Una casa sul bordo di uno strapiombo con le mura che si aprivano e venivano continuamente richiuse con la calce !

  2. comunque… gianluca vive in brasile o solo ci “passeggia”? a quando risale l’avventura del racconto?
    permettetemi una battuta… quando arriva qui un italiano con intenzione di stabilirsi, gli faccio il “test del caffè”. gli chiedo che ne pensa del caffè alla brasiliana… a seconda della risposta prevedo quanto tempo resisterà in brasile prima di tornare in italia (è divertente, quasi quasi ci scrivo sopra un racconto):
    – “è una merda”: meno di un anno
    – “fa schifo”: 1-2 anni
    – “insomma, non è un granchè”: 3-5 anni
    – “lo bevo tranquillamente”: tutta la vita.
    ahahah!

    • io l’espresso all’italiana non l’ho mai sopportato, anche se ne prendo uno a pranzo poi la notte non dormo. preferisco il caffè lungo alla brasiliana.
      a casa me lo faccio solo all’alba con la caffettiera, ma nel caricatore ci metto 1.5 cucchiaini mentre ne entrerebbero 4. e in più ci aggiungo pure altra acqua.
      non mi fanno bene le droghe psicotrope eccitanti, ahah!

  3. io l’espresso all’Italiana me lo godo mediamente 3 volte al giorno anche in Brasile (trovo l’Illy per la mia vecchia moka Bialetti di 40 anni). per me è un vero “taste of Italy”.

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