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Due racconti

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Fatima

La mia vicina di casa sta morendo. E’ sdraiata in una stanza a una trentina di metri, forse meno, da dove sto scrivendo. E’ piegata sul fianco destro, il lenzuolo le lascia scoperta una parte della coscia.

Un sacchetto di plastica adibito alla raccolta delle feci penzola nel vuoto tra il letto e il pavimento.

Di fianco a lei fino a poche ore fa c’era un’infermiera nera che, tra un’incombenza e l’altra, tra i ricambi dei sacchetti e dei cerotti imbevuti di morfina, traccheggiava con il cellulare.

Il marito, aiutato da parenti, stamattina si è sdraiato accanto a lei, accanto a Fatima e, piangendo, le ha accarezzato le braccia.

Lei non parla né mangia più, però si agita e lui cerca di calmarla come fosse una bambina appena nata.

Io sono andato a trovarla due volte, sono entrato nella stanza con un’ampia finestra che dà sul cortiletto del nostro palazzo, con alberi e uccelli che cantano al mattino e al pomeriggio (abitiamo come tutti a Rio vicino a una favela e ogni tanto il cinguettio è intervallato da scariche di mitragliatrice e di fucile).

Sono rimasto in piedi, mi sono seduto, rialzato e ho pregato non so quanti Padre Nostro.

Fatima dà qualche segnale di vita, respira, muove una gamba.

Il clima in casa è tranquillo, “Non abbiamo mai ricevuto così tante visite” mi ha detto il marito barbuto sui sessanta, medico, uomo razionale e buono. Lui e la figlia stanno cercando di vivere la morte come un fatto normale. I visitanti parlano a voce bassa di tutto e di niente. Non c’è disperazione, c’è attesa della morte come se fosse un parto. Tutti aspettano che da un momento all’altro lei respiri il suo ultimo respiro e consegni l’anima a Dio.

E’ venuta a trovarla anche la madre di novant’anni col fratello ed è stato il suo ultimo istante di coscienza. Li ha guardati e ha pianto, senza parlare.

Adesso li ho incontrati sulle scale che avevano comprato qualcosa da mangiare e da bere; loro aspettano ospiti anche perché, ironia della sorte, domani è il compleanno di lui e chissà che il regalo non sarà la partenza della moglie, la fine di una sofferenza che dura da due anni, di una tribolazione alla ricerca della cura per una malattia che non ha cura.

Quanto silenzio e quanto mistero s’aggirano attorno al letto di Fatima.

Dove starà andando? Quanta paura avrà di partire? A cosa starà pensando, nel sonno, starà cercando il coraggio per intraprendere l’ultimo viaggio?

Sarà un salto nel vuoto?

Quanti spiriti buoni e cattivi le staranno dicendo cose belle e spregevoli all’orecchio. Una delle ultime cose che lei ha detto è stata “Mi avrebbe fatto piacere avere fede, mi avrebbe aiutato in momenti come questi”.

Fatima, è ora di partire, te lo dice il tuo vicino di casa. Le valigie sono pronte, il viaggio è compiuto. Sei stata coraggiosa, valente, hai combattuto fino all’ultimo minuto. Tua figlia ti farà onore, ce l’ha scritto negli occhi.

Abbandona un corpo che non è più il tuo.

Abbandona il letto, l’infermiera, il marito, la madre, la figlia e la nostra palazzina di Copacabana. Va’, sorvola la favela e sali il più in alto possibile. Osserva gli esseri meschini e angelicali che popolano la terra, osservali dall’alto e sentiti finalmente lontana da tutto questo caos, dalle parole spese a vanvera, dalle ingiustizie, vai, segui la direzione che ti indicheranno e spera di trovare un Dio, un silenzio, un albero, una pace, qualcosa, ma va’, non aver paura, l’inferno non esiste, l’inferno lo hai già vissuto.

Requiem per un’amica

Della malattia di Fatima ho saputo mesi dopo la prima operazione. Me l’ha raccontato lei, qui sul pianerottolo, col suo fare calmo, tranquillo.

  • Il tumore era nell’intestino poi l’abbiamo tolto ma già era circolato nel sangue. Adesso devo fare la chemio per distruggere le cellule malate nella vescica.

Era truccata, bella, curata come sempre, e speranzosa.

Nei mesi seguenti l’ho visitata regolarmente anche se non molto spesso. Abbiamo parlato di letteratura, soprattutto di Elena Ferrante che piaceva a entrambi; con sua figlia Lais abbiamo discusso di Karl Ove Knausgard, Lais è stata una delle fortunate che ha partecipato alla presentazione dell’ultimo libro dello scrittore norvegese, a Ipanema (si è fatta firmare una copia).

La figlia di Fatima frequenta l’università. E’ calma come la madre e le assomiglia molto. Il marito, Alvaro, è medico e ha i tratti somatici di un portoghese.

Il dna di Fatima veniva dall’Europa dell’Est, il nonno e il bisnonno emigrarono dall’antica Cecoslovacchia, forse da Praga.

Lei è morta circa dieci giorni fa nell’appartamento qui accanto, dopo un breve periodo di coma.

Io l’ho visitata fino all’ultimo, ho pregato per lei e ho chiesto a Dio di guarirla; lungo i due anni di malattia mi era parso che ce la potesse fare, forse perché più volte mentre fumavo la pipa giù in cortile l’ho sentita al telefono dietro alla finestra che chiacchierava con le amiche, rideva, scherzava. O perché i nostri dialoghi sulle scale o nel bello studio del suo appartamento durante i mondiali di calcio erano privi dei segni distintivi della disperazione. Lei e Alvaro credevano nelle terapie e i medici gli avevano assicurato che aveva l’ottanta per cento delle possibilità di scamparla.

La sua apparenza era buona, aveva perso peso sì, ma non i capelli.

Non aveva trovato la fede. Ci aveva provato. Mi aveva detto:

  • Mi piacerebbe visitare i centri che frequenti tu; in quello di un’amica una volta sono andata e mi hanno detto che mi avrebbero fatto un’operazione spirituale. Mi sarei dovuta vestire di bianco, stendermi in un lettino, rimanere ad occhi chiusi mentre un medium sarebbe stato posseduto da uno spirito di cura che avrebbe operato sui fluidi, sulla materia del mio corpo. Io ci ho pensato seriamente, ho preso appuntamento ma poi ho rinunciato.

Al marito venti giorni prima di morire aveva rivelato:

  • Se avessi trovato la fede, magari in questa malattia ci avrei visto qualcosa di buono e invece io solo penso che se continuerò così non vedrò nascere i miei nipoti.

Sua figlia ha ventidue anni, è fidanzata con un ragazzo magro coi capelli fini, pieno di attenzioni (ieri li ho incontrati sul portone che portavano il gatto col guinzaglio in cortile).

Quando ha saputo che non c’era più niente da fare, Fatima ha chiesto di tornare a casa.

Nell’appartamento qui di fianco si è creata una situazione strana che non so ancora se mi è piaciuta o se mi ha fatto ribrezzo. La loro sala è divenuta luogo di incontro dei parenti, degli amici e di noi inquilini del palazzo. Il mio amico con gli occhiali, i capelli radi, bianchi ha preparato un vassoio con i salatini e ha distribuito bibite ai visitatori che, seduti sul sofà, parlavano di Fatima, del suo dolore e di altro.  Il fratello di Alvaro si è prodigato in un discorso interessante sul valore degli immobili nella zona sud di Rio che negli ultimi anni è crollato. I vicini del piano di sotto hanno fatto una risatina nervosa quando a Sergio, basso e burbero, è suonato il cellulare e la suoneria era la musica della campagna a favore di Lula, l’ex presidente, ora in prigione.

Io e qualche coraggioso, tra i quali la sorella di Alvaro, siamo entrati nella stanza in cui la nostra amica agonizzava, a letto. L’abbiamo osservata inorriditi, almeno io lo ero, nel riconoscere i tratti inconfondibili della morte: la pelle del viso stava diventando bianca, sembrava carta velina, gli occhi chiusi si muovevano nervosi sotto alle palpebre, il respiro affannoso di un sonno inquieto obbligava la donna a rigirarsi su se stessa mentre un’infermiera paziente, seduta al capezzale, giocherellava con il cellulare.

Un pomeriggio, il penultimo di lei viva, ero seduto nel sofà insieme ad Alvaro e gli ho detto:

  • Io non capisco perché Dio ha permesso che soffrisse così, perché ha permesso che la madre, a novantadue anni, vedesse la figlia morire, non capisco cosa ha fatto tua moglie per meritare tutto questo.
  • Io di sofferenza ne ho già vista tanta – ha risposto lui – ho visto bambini nella sua stessa situazione e ti assicuro che non c’è niente da capire. Lei non ha fatto niente per meritare questo dolore così come i bambini in ospedale non hanno fatto niente che giustifichi la loro malattia. E’ così e basta. E’ così che vanno le cose e noi dobbiamo accettarle così come vanno.

Al funerale c’erano rappresentanti di tutti gli appartamenti del palazzo con esclusione degli inquilini che vivono sopra di me, piuttosto anziani. Io ho abbracciato a lungo il fratello di Alvaro, magro, più carioca (forse perché smilzo e dall’apparenza malandrina) e meno portoghese del mio vicino di casa, che piangeva. Il mio vicino si è comportato impeccabilmente e ha dispensato sorrisi a noi che non riuscivamo a farcene una ragione. Lui, al contrario, una ragione se l’è fatta da un pezzo.

Lais, la figlia, era la più triste e perplessa.

A lei ora spetta la responsabilità di fare onore alla memoria di Fatima.

Io sono andato via dal cimitero in fretta e furia quando ho visto la nonna novantenne di Lais seduta sulla sedia a rotelle davanti alla fossa nella quale è stata calata la bara.

Nella testa mi ronzavano sempre le stesse domande ma adesso ho capito che le risposte non ci sono.

A noi umani non è dato capire, noi dobbiamo vivere tutto, anche la morte, ostentando coraggio.

 

3 Commenti

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