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Michele da Padova

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Si chiama Michele Muffato, ha 34 anni, è di Padova.

Ha lavorato per dieci anni in un’azienda di import export, si occupava dell’amministrazione necessaria al commercio in Italia di prodotti cinesi quali candele, fiori di plastica, vasi e oggettistica varia. Guadagnava bene, circa 4mila euro al mese.

Fin dall’adolescenza ha giocato a calcio in squadre locali, è stato convocato nella nazionale dilettanti.

A ventuno anni è stato operato di un tumore maligno al testicolo, è stato fermo parecchio e ha smesso di giocare.

Aveva problemi in casa e fuori per gli eccessi in discoteca con marijuana e cocaina.

La prima luce fuori dal tunnel l’ha vista quando ha conosciuto la futura moglie brasiliana, in Italia, a Padova. Michele ha pensato alla classica storia estiva e invece… Si sono sposati nel maggio 2012 e hanno viaggiato in Brasile per qualche mese. Al ritorno lui ha deciso di cambiare vita, si è licenziato, è partito di nuovo, questa volta per restare.

L’avventura è iniziata a João Pessoa con un amico col quale in Italia aveva condiviso il calcio e le pasticche in discoteca. Hanno aperto una pizzeria e le cose sono andate male. Michele però è rimasto stregato dal nord est, ha conosciuto due siciliani e ha lavorato per loro come gestore di un ristorante enorme, in riva al mare. Era difficile perché i proprietari volevano qualcuno con il polso duro (c’erano camerieri che arrivavano con due ore di ritardo), lui invece divenne amico un po’ di tutti. I giovani del Nord Est hanno il loro stile di vita, lo seguono alla perfezione e il lavoro non è l’elemento più importante. Nei ristoranti i ragazzi sono abituati a faticare poco, dopo sei mesi chiedono la rescissione del contratto, se non gli viene concessa intentano un processo.

I proprietari comunque in sei mesi hanno fallito. Uno dei soci è scappato ed è tuttora irreperibile, l’altro è in Germania (è probabile che il ristorante fosse solo una facciata per il riciclaggio). Prima di pensare alla fuga, i siciliani avevano messo in vendita la loro attività ma i possibili compratori hanno capito la situazione e hanno desistito. Un giorno Michele si è presentato allo stabile, c’erano i ragazzi fuori ma era chiuso e nessuno sapeva che le attività erano cessate. Dopo tre giorni è arrivato un messaggio da uno dei due soci che diceva che il collega era scappato. Il fuggitivo ha un figlio brasiliano di 20 anni e l’ha abbandonato, quello ha cominciato a dormire nel locale del padre; oggi è un consumatore di crack. Pare che il genitore fosse coinvolto nel traffico di cocaina a Natal (è attualmente ricercato dalla polizia). L’altro socio ha mandato un secondo messaggio che recitava: “Non sappiamo come pagarvi, se li volete abbiamo 4 freezer pieni di cibo”.

Michele ha preso 50 aragoste.

In casa non aveva spazio, non sapeva dove tenerle, allora ha chiamato l’amico della prima pizzeria e insieme qualcuna ne hanno venduta. Le altre se le sono mangiate.

Gli altri dipendenti hanno litigato per i monitor, le televisioni, per il cibo. Si sono portati via anche i tavoli e le sedie.

Michele (biondo, occhi azzurri) è andato così a vivere insieme alla moglie a Campinas, città natale di lei. La moglie è evangelica e lo è diventato anche lui, si è convertito nel maggio 2014 nella chiesa del Nazareno. Non si droga più dal marzo 2014. Gli amici e i parenti in Italia pensavano che in Brasile si sarebbe perso e lui invece si è ritrovato. L’ultima sbronza l’ha presa al compleanno del nipote della moglie, ci ha litigato, si sono dati calci, pugni, si sono accapigliati. Quando ha capito che avrebbe rovinato il matrimonio e i rapporti con la famiglia di lei, ha deciso di smettere, per sempre. E di dedicarsi al volontariato.

Oggi si occupa di un bellissimo progetto legato al calcio nella favela Parque Oziel di Campinas,  territorio di circa 35mila anime.

Quando è entrato in favela si è sentito a casa e ha intravisto la possibilità di fare qualcosa per gli altri che desse un senso a quella corsa verso la morte che pare la vita.

I ragazzi dell’under 12 e under 18 si allenano tre volte alla settimana; mentre giocano con Michele, i narcotrafficanti curiosi li osservano e l’italiano osserva gli acquirenti nella Boca de Fumo: c’è gente di ogni tipo, dai fumatori di crack senza denti ai business man in giacca e cravatta.

L’italiano gestisce anche la palestra di un condominio di lusso e così tutti i giorni entra ed esce da ambienti contrastanti.

“E’ il mondo migliore per conoscere il Brasile” dice “lasciare che le differenze sociali, di classe e di infrastrutture ci impressionino e ci obblighino a stare attenti, vigili.

Ti voglio parlare di un fatto legato alle partite di calcio e al recupero dalle droghe: i nostri ragazzi vengono da quel mondo lì.

Alla terza giornata di campionato l’arbitro ci ha rubato la partita. Abbiamo subito due gol in fuorigioco negli ultimi cinque minuti e i miei ragazzi hanno sclerato. Cleiton, uno dei migliori, ha minacciato l’arbitro di morte così la ONG evangelica che ci sponsorizzava ha deciso di ritirare la squadra dal campionato. Ed è già successo che ci fossero delle sparatorie durante le partite. Adesso sopravviviamo con pochissimi aiuti economici anche se l’attività che svolgiamo è fondamentale. E’ grazie agli allenamenti e allo spirito di gruppo che molti di loro sono riusciti a non avere ricadute.

Alcuni tenteranno la carriera, io vorrei portarne uno in Italia a fare un provino. E’ un ragazzo con un fisico pazzesco tipo Boateng, quello del Sassuolo. Ed ha un ottimo tocco di palla, corre e fatica senza lamentarsi, insegue gli attaccanti avversari, sa costruire il gioco, sa finalizzare…

Pensa che  mio fratello, che è diverso da me e fa parte dei circoli di estrema destra di Padova, mi è venuto a trovare credendo che mi avrebbe visto male, invischiato in brutti giri, invece anche a lui è piaciuta la favela e quando si è reso conto della squadretta e dell’attività agonistica di recupero che ho creato, ha subito telefonato alla mamma. Lei poi vedendo le foto si è commossa e ora, quando le dico che in Brasile c’è la crisi e io e mia moglie stiamo pensando di tornare in Italia, avvisa “No, rimani lì che stai bene!”.

Ha paura di una ricaduta.

Io però a Campinas già sono stato derubato, mi hanno preso la macchina, erano in tre, erano armati…

Ed è successo anche a mia moglie.

Per questo all’Italia ci stiamo facendo un pensierino…

L’appello che rivolgo è per i miei ragazzi che sono già una quarantina. Stiamo mantenendo in piedi il progetto grazie alle donazioni di privati e all’aiuto di pochi familiari. Vorremmo continuare e fare in modo che lo sport contribuisca alla salvezza di questi giovani. E se, tra gli italiani all’ascolto, c’è qualcuno che può aiutare Claiton con un provino in una squadra… Ne vale la pena, contattatemi che vi mando i video e vi mostro di che è capace!”.

Contatti: 0055 19 984334500

                 0055 19 981890672

6 Commenti

    • Si confermo, a Joao Pessoa sono già alcuni mesi che gira il volantino x le iscrizioni, ma essendo un ” gobbo ” mio figlio va a quella del Flamengo ( anche se è rossonero ) ….
      Enrico da Jampa

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