Home Racconti da Rio de Janeiro Un capitolo di “Il fumo della pipa va lontano”, romanzo inedito in...

Un capitolo di “Il fumo della pipa va lontano”, romanzo inedito in cerca di un editore

0

Il conflitto s’incrudì nel periodo che seguì il mio passaggio dalla scuole medie al liceo scientifico.

Gli esami di terza media filarono via lisci come olio. Agli orali le professoresse mi chiesero che prospettive avessi per il futuro e perché avessi scelto lo scientifico mentre loro mi avevano consigliato il classico. Io non seppi cosa rispondere. Sapevo cioè che avevo deciso di seguire le orme di mio padre che aveva frequentato il liceo scientifico di Pesaro ma ero consapevole che mai sarei riuscito a lavorare all’Eni come lui, la convivenza con i colleghi in un ufficio e i brevetti non facevano per me. Mi pareva anche poco probabile che all’università studiassi chimica come Marco perché, sebbene fossi bravo in matematica, i numeri mi interessavano sempre meno, avevo iniziato a provare gusto per la lettura e stavo pensando di seguire un giorno un corso che mi avrebbe permesso di leggere molti libri. Le professoresse della sezione H della scuola media Alcide de Gasperi  l’avevano capito e forse mi conoscevano meglio di quanto credessi: il Liceo Classico era quello giusto, chiaro. Ma io avevo paura del greco e anche del latino, e poi mi piaceva contraddirle (e indirettamente contraddire mia madre).

Scelsi lo Scientifico allora e l’ingresso nelle scuole superiori, all’Omnicomprensivo di San Donato Milanese a non più di 700 metri dall’ingresso del nostro condominio, fu un disastro.

La colpa non fu né mia né di mia madre.

Io oggi attribuisco i nostri litigi di quei giorni e le conseguenze che ne derivarono al fato.

La Giusi infatti poverina s’era adoperata perché frequentassi una delle migliori classi del liceo di San Donato ed aveva consultato una sua collega, la mamma di Simone mio compagno delle elementari, la quale lavorava sia alle medie che alle superiori ed aveva una certa influenza nella composizione delle sezioni. Giusi le chiese di mettermi nella A o nella B tutt’al più nella C perché erano le più efficienti, i professori erano di ruolo e di attestata professionalità, essere un alunno della A, B o C mi avrebbe garantito studi e prospettive interessanti.

Ignara la mamma andò in vacanza, e a Pesaro (dove mi divertii con i cugini) in un’altra delle nostre belle estati mi ripeté che grazie a lei avrei avuto ottimi professori e professoresse.

Lei nuotò, scherzò, si rilassò.

Quando però tornammo a San Donato e io mi recai con gli amici coetanei del condominio, cioè i due Luca, Simone e con i miei nuovi amici della squadra dell’oratorio, cioè Ricky e Fabio, all’Omnicomprensivo sulle cui porte erano appesi i fogli con i nostri nominativi, appresi che ero stato messo nella G.

Per me non cambiava poi molto, quelle erano solo lettere: A, B, C o G che differenza faceva?

Ma quando in casa lo comunicai alla Giusi subito capii che le cose non si mettevano per il verso giusto.

  • La G? – disse fissandomi stranita. – Sei sicuro che hai visto bene?
  • Si, è la G, mamma. Sono con Danilo che da poco è venuto a giocare con noi nel Sant’Enrico. Posso sedermi accanto a lui.
  • La G, la G – ripeté parlando da sola. – L’hanno fatto apposta, sì sì, l’hanno fatto apposta.

Lì per lì non capii a cosa alludesse ma il giorno in cui lei andò alla riunione con il corpo docenti della sua scuola, intesi.

La mamma rientrò in casa verso l’una, sistemò la borsa in cucina (il papà durante la pausa pranzo era passato a prenderla e ora era in bagno a pisciare), tornò in sala, si sedette sul divano e, fissando il vuoto, disse: – L’hanno fatto apposta.

Io ero seduto dall’altro lato della sala su una delle poche sedie foderate e aspettavo di pranzare con i miei genitori.

  • Sì, l’hanno fatto apposta! – gridò la Giusi e batté con le palme delle mani sui braccioli del divano.
  • L’HANNO FATTO APPOSTA, L’HANNO FATTO APPOSTA! – continuò a gridare e si buttò per terra contorcendosi come una tarantola.

Il papà era tornato in sala dal bagno e, come me, osservava la scena col terrore negli occhi.

  • L’HANNO FATTO APPOSTA – urlò poi si alzò, si avvicinò minacciosa a noi due.
  • Cosa volete da me? – biascicò – Volete che mi ammazzi? E’ questo che volete? Sì, sì! – .

 

Io non ne potevo più. Ad ogni sua parola desideravo morire. Quando lei si mise di nuovo a gridare infilai le mani nei boccoli dei miei capelli e tirai così forte che staccai qualche ciocca.

  • Capite che l’hanno fatto apposta? Quella stronza l’ha fatto apposta per colpire me. Ti ha messo nella classe peggiore senza un cazzo di professoressa per colpire me.

Ah che stronza sono stata a fidarmi di lei.

Ah che stronza! –.

 

Papà impotente non muoveva un dito.

Io sentivo dolori nello stomaco, nel costato.

Soffrivo per lei e per me che dovevo subire quello strazio.

  • Capisci? Non studierai, non ti preparerai, perderai l’anno. Non dovevi scegliere lo Scientifico, io te l’avevo detto, non dovevi.

Ah che stronza sono stata.

Ah che stronza – ripeté la Giusi gridando come un’ossessa.

 

“Basta, mamma, basta” non ebbi il coraggio di pronunciarlo, ma dentro sentivo odio. Non era giusto che lei facesse quella scena davanti a me, ero suo figlio, avrebbe dovuto proteggermi, avrebbe dovuto risparmiarmi quel dolore. Sentii odio anche per il papà che non fece niente quando avrebbe potuto prendere provvedimenti e cercare il numero di uno psicologo.

Perché lei se la prendeva tanto per una sezione del liceo scientifico?

Era così grave quello che aveva fatto la sua collega?

Sarà poi stato vero che l’aveva fatto intenzionalmente? Non era possibile che la mamma di Simone non contasse poi così tanto nel gioco della composizione delle classi?

Cercai di calmarmi e l’indomani tornai a scuola nella fatidica sezione G del Liceo Scientifico di San Donato. Compagno di banco era Danilo, i tavoli erano disposti a ferro di cavallo così ci guardavamo tutti in faccia. C’erano anche delle ragazze carine. Il professore d’italiano non venne ed usammo la prima ora buca per giocare a battaglia navale e conoscerci meglio. Non venne nemmeno la professoressa della seconda ora, al suo posto entrarono tre ragazzi della quarta che obbligarono un mio compagno a chiudersi dentro l’armadietto. Era il più mingherlino, il più bassino e gli spilungoni presero a calci l’armadio con lui dentro e gridarono: – Cantaci qualcosa, cazzo!

Quello non rispose.

  • Cantaci qualcosa, porco D.. – bestemmiarono.

E il malcapitato con le lacrime agli occhi improvvisò Vasco Rossi.

  • Voglio una vita spericolata! -.

 

Io tutto osservavo e pensavo che se mi avessero chiuso lì dentro non avrei cantato, anzi, se avessero provato a prendermi avrei reagito. Sapevo però che con me non avrebbero fatto niente perché ero robusto, giocavo a calcio, mi allenavo e non avevo l’espressione di un bamboccione.

La mia preoccupazione era la mamma.

Avevo paura di come avrebbe reagito quando avesse saputo che per la seconda settimana di seguito i professori non erano venuti, non li avevano ancora assunti, quelli che erano stati chiamati non avevano accettato, il Provveditorato di Milano sembrava ignorare la prima G del Liceo di San Donato.

Quel pomeriggio subito mi chiese come era andata e quando, omettendo i dettagli, glielo raccontai lei ebbe un’altra crisi, si gettò di nuovo a terra, minacciò il suicidio, disse che l’avevano fatto apposta, ce l’avevano con lei, io mi strappai di nuovo i capelli e avrei voluto prenderla a sberle, avrei voluto picchiarla fino a farla stare zitta e a farle capire che era il caso di darsi una calmata.

Telefonai a Danilo, gli raccontai a grandi linee quello che stava succedendo in casa e lui mi ricordò che un comune amico, Alberto, centrocampista della squadra di un altro oratorio di San Donato, frequentava una scuola privata in zona Corvetto. Cercai il numero di Alberto nell’elenco del telefono, sapevo che abitava in via Mattei in una villetta a due piani vicino a quella della famiglia di Lorenzo e Francesca. Lo trovai, chiamai, mi feci passare il nome e il numero della scuola. Telefonai all’istituto e presi appuntamento per la mattina seguente.

Lo dissi subito a mio padre che in sala cercava di consolare la mamma. A lui sembrò una buona idea.

La mamma non so cosa deve aver pensato, frequentare un istituto privato rinomato per essere facile e promuovere tutti senza farli studiare non era ciò che desiderava per il mio futuro. Ma in quel momento era in gioco il presente della nostra famiglia e il suo fragile equilibrio.

La notizia la calmò.

  • Allora domani andate a parlare con questa nuova scuola?
  • Sì, Giusi – rispondemmo in coro io e papà.
  • Vedete quanto costa e poi decidete. Se costa troppo…
  • Non ti preoccupare, Giusi – disse il papà – Vedrai che Matteo si troverà bene –
  • Sì, mamma, mi troverò benissimo e poi c’è Alberto… Ci ho giocato a calcio, lo conosco.

Giusi intanto piangeva.

  • Ho bisogno di andare un po’ a letto –.
  • Sì brava vai a letto così ti riposi – replicò il papà.

La mamma alle due del pomeriggio si infilò il pigiama e andò a dormire.

Anche io riuscii ad appisolarmi nella mia stanzetta.

Ero esausto, ero nervoso, ma anche felice e curioso di sapere come sarebbe stata la mia nuova scuola.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here