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La maga

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Vera è un’infermiera di Meier, zona nord di Rio. Abita con Caio in un appartamento bellissimo perché ampio e spazioso con la terrazza che dà sul verde parco sempre pieno di barboni e sulle case, casupole a mattoni che caratterizzano questa zona della città.

Meier è un quartiere contraddittorio: da un lato le favelas tra le più efferate in guerra le une con le altre, di notte l’andirivieni per le vie è pericoloso, ci sono abitanti che hanno smesso di portare fuori i cani perché quando lo facevano venivano puntualmente derubati. C’è una abitante di Meier che, dopo che il ladro le aveva preso portafogli e cellulare, ha chiesto:

  • E adesso io come faccio a tornare a casa in autobus?

L’assaltante ha risposto:

  • Dimmi quanto ti serve, zia.

E ha detto “zia” perché è la forma colloquiale quando ci si rivolge a un adulto, è una forma rispettosa e anche un po’ affettuosa.

  • Almeno 5 reais.
  • Allora tieni, zia – e le ha restituito 10 reais presi tra quelli che le aveva appena sottratto.

E poi ci sono i bar e ristoranti in stile portoghese con i mattoni bianchi e blu, i tavoli di legno e quell’atmosfera allegra, spensierata nonostante il clima d’insicurezza.

Vera è una donna di una trentina d’anni, piccola di statura, che ha lavorato a lungo nel reparto di rianimazione dell’ospedale Pasteur. Ha cambiato reparto e ospedale da poco perché è incinta della seconda figlia e vuole salvare il matrimonio con Caio; era troppo nervosa quando faceva i turni giorno e notte, gridava per un nonnulla e Caio non la sopportava più.

Lui è un musicista mulatto con i capelli rasta che ha ereditato qualche soldo e l’ha investito in immobili così mentre si occupa di basi musicali, programmi con cui fare musica al computer, mentre prepara i suoni di questa o quella band, riceve gli affitti degli inquilini degli appartamenti di cui è proprietario, uno dei quali a Copacabana nella zona sud della città.

Caio e Vera si amano, ultimamente però hanno litigato molto, sarà il calore che quest’anno è eccessivo, saranno i turni in ospedale, le recenti elezioni che hanno visto trionfare l’estrema destra invisa a entrambi, sarà quello che sarà ma per salvare il matrimonio avevano bisogno di guardarsi in faccia senza astio. Sono anche andati dallo psicologo e Caio ipercritico coi freudiani e junghiani per lei ha accettato il confronto con uno specialista e dopo la terapia di coppia ha proseguito da solo, sforzandosi per la prima volta in quarant’anni di capire la ragione di un’insofferenza spesso attribuita a fattori esterni.

E fu durante uno dei loro spostamenti verso lo studio del terapeuta (avevano curvato nella Dom Helder Camara, ad Aboliçao, e proseguivano con la Teixeira de Carvalho sulla destra) che, poco prima del semaforo della panetteria, alla sinistra del quale una scritta sul muro faceva propaganda dei servizi della Fattucchiera Rossana che fa e disfa qualsiasi tipo di lavoro spirituale, magia nera o bianca, e fa in modo che la persona amata strisci ai vostri piedi entro tre giorni dall’appuntamento con lei, la macchina di fronte a quella nella quale procedevano Vera e Caio inchiodò. Vera, incinta, non si fece sorprendere e frenò a sua volta lasciando il muso della sua Volkswagen a qualche millimetro dal paraurti posteriore di un altro autoveicolo. La coppia scese dall’autovettura lasciando il cane a dormire sui sedili di dietro (l’altra figlia era dalla nonna). Lei agitò i capelli neri lunghissimi come per compensare l’assenza di vento, lui si sistemò sulla schiena i lunghissimi capelli rasta, più lunghi di quelli di lei, in un gesto di maschile vanità.

A terra c’era una bambina. Era sdraiata a pochi metri dal semaforo. Era stata investita, tremava. Accanto a lei il padre e la madre pronunciavano frasi sconnesse. L’infermiera Vera si catapultò su quel corpicino e allontanò con un grido feroce chi, curioso, le stava togliendo spazio. Proibì al padre di dare dell’acqua alla figlia. Le tolse i pantaloncini dalle gambe e, mentre sentiva la vena sotto il femore, quella soffrì un attacco cardiaco.

Il cuoricino si fermò.

  • Chiamate un’ambulanza! – gridò la donna e un passante fece il 192.

Lei intanto cominciò il massaggio cardiaco.

Uno, due, tre tentativi.

Il passante col telefono in mano chiese:

  • Mi hanno risposto, cosa devo dire?
  • Sentite, sono Vera Alcantara, infermiera nel reparto di rianimazione dell’ospedale Pasteur qui a Meier – il passante aveva messo il viva voce – Sto facendo un massaggio cardiaco in una bambina di apparentemente quattro o cinque anni. Sono nervosa. So come si fa ma voi per favore datemi delle indicazioni!

Lei ascoltava e massaggiava come in trance mentre Caio, in piedi al semaforo, la osservava. Vera incinta di quattro mesi aveva al collo un ciondolo a forma di palla che si chiama “Bola messicana” o “Chiama Angeli”. Era un ciondolo di metallo grigio che, mentre l’infermiera spingeva con i palmi delle mani sul torace della malcapitata, penzolava a destra e a sinistra come il pendolo di un orologio. Caio ricorda la sua Vera così: incinta, china sulla bambina, il ciondolo ballonzolante, la figlia dentro di lei succhiando la vita dal cordone ombelicale e la ragazzina sotto di lei, prossima alla morte.

Fino a che la piccola Andrea sdraiata a terra tossisce, sputa un grumo di sangue, respira. Il cuore le torna a battere.

Il massaggio cardiaco ha funzionato.

Qualcuno ha anche filmato la scena con il cellulare.

L’infermiera Alcantara, tutta sudata, si emoziona. Ce l’ha fatta!

Si rialza, lascia la piccola in consegna agli infermieri sopraggiunti in ambulanza (il padre e la madre piangono lacrime di gioia) Vera e Caio si fanno spazio nel crocicchio di gente che si è formato al semaforo di fianco alle scritte pubblicitarie e al numero di telefono della fattucchiera, rientrano nella Volkswagen, il cane adesso è sveglio e inquieto, è l’uomo che siede al volante.

La strada viene liberata e loro partono seguendo la direzione dello studio del terapeuta.

L’infermiera venne a sapere il nome della ragazzina solo qualche mese dopo. I genitori infatti avevano tappezzato i muri di Meier di fogli stampati nella stampante di casa con la scritta “Questa è la foto dell’angelo che ha salvato la vita della nostra Andrea. Per favore aiutateci a rintracciarla”. Ne avevano messo uno proprio sul muro accanto al semaforo sovrapponendolo ai numeri finali del cellulare di Rossana, la maga. La foto di Vera era stata presa da uno dei fotogrammi della telecamera di uno dei cellulari in azione subito dopo l’incidente.

Secondo Caio chi trasse beneficio dall’episodio fu la seconda figlia della coppia. La madre, compiendo quel gesto, si assicurò una gestazione tranquilla, cosa c’è di meglio che salvare una vita per celebrare la vita che sta per nascere?

E quella “Bola Messicana” o “Chiama Angeli” aveva funzionato proprio come diceva il suo nome: l’angelo era stata l’infermiera che aveva compiuto il suo dovere.

Eppure l’incontro con la famiglia della bambina fu freddino. Vera, incinta di sei mesi, non seppe che dire. Ricevette baci e abbracci oltremodo imbarazzata. La ricoprirono di elogi ma lei non si sentiva così importante come la dipingevano i genitori della bambina. Capiva però la loro felicità, era stato merito suo in fondo se quel cuore aveva ripreso a battere. Merito suo e di Dio.

Osservò quindi Andrea dritto negli occhi neri e desiderò per la figlia in arrivo una madre premurosa e pronta ad intervenire come l’infermiera Alcantara.

Era stata proprio brava.

Si intenerì pensando a se stessa, a quella bambina e alla sua in arrivo. Si accarezzò la pancia e, congedandosi dalla piccola, le regalò il ciondolo che teneva al collo il pomeriggio dell’incidente.

3 Commenti

  1. Chiamare qualcuno di “Tia ou Tio” non ha nulla di rispettoso é anzi di estrema maleducazione e finiscono per farlo anche a scuola con i Professori.

    I pochissimi ragazzini educati chiamano gli adulti “Senhora ou Senhor”.

  2. Non è ora di identificarsi con nome, cognome e commentare previo login in questo blog ?

    Penso sia una forma di educazione e rispetto per chi legge ed evitare i commenti di idioti che si nascondono dietro nomi da imbecilli, come sopra.

    E’ già successo in passato di frequentatori assidui commentassero con altro nome da quello vero. (ammesso che lo sia).

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