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L’organismo

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Testo e foto di Gianluca Uda

  Del resto me lo avevano detto e anche più di una volta ad esserne sincero.
Stai attento, mi dicevano, in quel posto là… è difficile entrarci.
Ma non era solo questo, mi ripetevano anche che il difficile sarebbe stato uscirne.
Forse non ne uscirai mai del tutto… mi facevano abbassando in parte lo sguardo.
Logico, chi parlava così era solo gente che ci era entrata dentro quel luogo. Persone che in un qualche modo, avevano avuto un contatto con quell’essere.
Si perché forse, osservandolo bene, era più simile ad un’organismo che ad un vero e proprio luogo.
Quando mi sono ritrovato di fronte quell’ammasso, mi trovavo nell’asfalto a pochi metri dall’entrata.
Avevo in testa le parole degli altri.
Si… i giudizi e le paure di chi non aveva mai varcato quel limite.
Tra l’asfalto e l’organismo c’era una barriera mentale.
Barriera costruita da paure, da storie riprese dalla televisione, da racconti altrui.
Logico c’era del vero in tutte quelle storie, ma come ogni cosa non è sempre quello che gli altri ci dicono che corrisponde alla verità.
Forse la verità non esiste, non è mai esistita.
La bugia ci aiuta ad andare avanti è quasi strutturale, ma questo non è un mio pensiero, mi è stato detto… o forse l’ho solo letto da qualche parte.
Le chiamano favela per via delle piante di fave… già perché non ci avevo pensato prima.
Dall’asfalto puoi osservare la struttura imponente, quasi per tutta la sua ampiezza.
Sembra quasi che respiri quella cosa la… ma certo che respira, lo sento e non credo di essere l’unico a sentire quell’affanno.
A vederla così nella sua interezza potrei solo paragonarla ad un’opera artistica.
Un’arte moderna o antica, non saprei.
Un’ordine nel disordine, non so… quest’immenso paesaggio urbano mi disorienta, ma sono pronto ad entrare.
La paura è andata via come ho lasciato l’asfalto. Forse quel sentimento è imprigionato in questa linea invisibile che divide San Corrado da Rocinha.
Le parole degli altri, non è sempre bene ascoltarle.
Ci sono varie forme di entropia, una che parla di calore e universi, un’altra di organizzazioni sociali, ma questa di entropia, di caos e del tutto differente.
Cosa è il caos?
Per molti è disordine, mancanza di regole, anarchia… ma si sbagliano.
Il caos è solamente un’ordine complesso, una volta che sai leggere le carte di quella che definiamo confusione, tutto ci appare molto più chiaro e in linea, riesci anche a percepire l’ordine e l’equilibrio delle cose.
Rocinha credo sia un’enorme ordine complesso.
In realtà questo luogo è vivo, un organismo dai mille occhi colorati come le luci che escono dalle finestre.
Il posto ti osserva, non c’è dubbio… anche le persone ti osservano anche se sembra non abbiano gli occhi puntati su di te.
E poi tutti questi fili elettrici legati in enormi matasse, questo è un’organismo e questi fili non sono altro che il sistema nervoso del tutto.
I nervi, gli occhi, le moto che passano in continuazione come globuli rossi in grosse arterie abitate di gente e volti nuovi.
Sento il respiro.
Alcuni edifici hanno inglobato alberi o pali della luce, sembra che l’organismo in un qualche modo cresca ed è la sua gente ad alimentarlo, a renderlo vivo.
Non c’è silenzio.
Un sottofondo continuo di clacson, rumori di gente, di musica.
Musica che parla di sesso.
Questo posto è donna, lo si capisce dalla sua forza nel resistere.
La strada principale divide l’organismo, questa grande arteria sempre in movimento. Su i due lati si capisce che labirinti di vie ti potrebbero portare ovunque.
Quei labirinti sembrano come le varie alternative che il caos può regalarti, che la vita può donarti.
La musica parla di sesso ma non solo.
Pochi sono gli edifici intonacati, la maggior parte ha il colore della pelle… un colore simile al rosa.
La pelle dell’organismo, fatta di mattoni posati in fretta, attaccati con del cemento messo alla buona.
Si vede sempre dell’acqua scendere giù, come un fluido corporeo, come il siero che esce dalle ferite per guarire la tua pelle.
Le ferite ce ne sono e questo è un po’ come il respiro di quest’essere… lo si sente.
Le chiamano favela per via delle piante di fave… già perché non ci avevo pensato prima.

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1 commento

  1. Grazie per aver condiviso queste tue riflessioni . Ho una foto simile che ho scattato tanti anni fa a Salvador . Ogni tanto mi diverto ad ingrandirla ed osservare da vicino dei dettagli dell'” organismo ” e scopro sempre qualcosa di nuovo . E’ come se mi muovessi su un frattale matematico , più scendi nel dettaglio e più scopri nuovi mondi .

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