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Hoje tem gol do Gabigol

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Il bar lo chiamano “latteria” perché per loro bere birra è come bere latte; fuori dal tunnel chiamato “la bocca del lupo”, tunnel che unisce la piazza del Bairro Peixoto con la Santa Clara (è al di là di quel tunnel che dieci anni fa spararono a un mio conoscente, un blogger che criticava l’operato della polizia durante l’occupazione delle favelas).

Ci siamo ritrovati tutti lì per vedere la finale della Libertadores e quando dico tutti intendo io e vari illustri sconosciuti (per me) tutti grandi bevitori e bevitrici indossanti magliette rossonere o bianche, rosse e nere.

La graticola per il churrasco era posta a bordo strada, le carni erano bistecche, salsicce di pollo e porco, c’erano del pane con l’aglio dentro e molte casse piene di birra, casse che si svuotavano e riempivano a ritmi frenetici (si svuotavano di bottiglie piene e poi si riempivano di bottiglie vuote). Io conoscevo solo Fabio, padre di un’amichetta di mia figlia, Fabio che viene da Vila da Penha, uomo popolare di quartieri bassi, orgoglioso della simpatia e umanità di tali posti, critico verso ciò che lui chiama “l’individualismo di Copacabana” che in quel bar era espresso da un braccialetto segnaletico, con il nostro nome scritto sopra a penna, che ci siamo infilati quando siamo arrivati: solo chi indossava il braccialetto aveva diritto a mangiare e bere a volontà (perché aveva pagato i 50 reais richiesti dal gruppo nato in quel bar durante la partita Goiás – Flamengo e divenuto poi gruppo whatsapp).

Fabio: occhi azzurri, capelli biondi, ha un cognome e una discendenza italiana; nonostante i tratti somatici, non nutre particolari simpatie, non sente speciali attrazioni per il mio Paese.

C’era anche Germano, un cinquantenne dai capelli scuri, bianco di pelle come me e Fabio. Sempre con la birra in mano, Germano vagabondava riflessivo tra la graticola, la Santa Clara con le sue due linee di palazzetti a bordo pista e le macchine in lenta o scorrevole processione nel mezzo, e il bar coi tavolini all’aperto, il bancone sporco e le quattro uova, giallissime, in vendita dietro opachi vetri.

La televisione, anzi le due televisioni (una dentro al bar, l’altra fuori dove eravamo appostati noi) erano sintonizzate sulla Fox e trasmettevano Flamengo – River Plate.

Dietro di me c’era un tale che indossava una maglietta bianca e rossa col numero 10 e la scritta “Zico” sulla schiena che, poco prima, aveva raccontato a un altro tizio della sua recente separazione e della frase che aveva pronunciato davanti alla figlia per rassicurarla:

  • A parte il fatto che il papà frequenterà meno la mamma, tra me e te non cambia nulla.
  • Lei vive con me – aveva continuato, parlando della figlia – e stiamo benissimo.

Poi aveva sorseggiato la birra e gridato – Vamos Mengão! – a pieni polmoni.

Durante il primo tempo l’ho sentito ripetere almeno quattro volte “La squadra è persa”. Ed in effetti il Flamengo, preso il primo gol dopo quindici minuti, in campo non sembrava ritrovarsi; attaccava disordinatamente, non pareva lo squadrone che eravamo abituati a seguire già da qualche mese, squadra organizzata, impeccabile nei passaggi, ossessivamente votata all’attacco. Il River durante tutto il primo tempo e gran parte del secondo manteneva il controllo del gioco e il clima nel bar non era dei migliori: lamentele, poco tifo, poche grida, critiche, imprecazioni, sguardi tesi, “Non è giornata” dicevano alcuni, “Io non ce la faccio a sopportare tutto questo” ripeteva un signore mulatto, occhi azzurri, calzettoni del Flamengo a ricoprire le gambe curve verso l’esterno come quelle di alcuni calciatori.

Poco prima dell’inizio della partita io avevo quasi litigato con un gaucho nativo di Porto Alegre che mi si era avvicinato, mi aveva chiesto se ero italiano, mi aveva detto che lui ama l’Italia, conosce bene l’Italia del sud da Napoli a Palermo, lui qui a Rio lavora come sub, organizza le immersioni subacquee di un gruppo di sommozzatori, guadagna molto bene, ha un appartamento a Copacabana e uno a Porto Alegre, è sposato perché il matrimonio è importante, ha due figli che stanno a Porto Alegre con la moglie, tra qualche mese andrà a Malta per studiare inglese, lui è un privilegiato sì ma è nato povero, molto povero, si è fatto un culo così, è riuscito a emergere grazie alle immersioni e vota a destra, adora Bolsonaro, il Brasile sta cambiando in meglio, dopo tanti anni di estrema corruzione adesso il Paese finalmente ha preso la giusta direzione.

Il gaucho aveva una cinquantina d’anni, i baffi e la barbetta, un corpo robusto, gambe magre coi muscoli in evidenza, una canottiera del Flamengo e bermuda colorati. Nei piedi, i sandali come la maggior parte dei partecipanti alla grigliata (io però calzavo scarpe da montagna, da trekking o, mettiamola così, da avventuriero, da esploratore).

Ascoltando stranito il mio silenzio quello ha detto: – Non sarai mica di sinistra?

Gli ho fatto cenno di sì, con la testa.

  • Ma non sai che la sinistra solo promuove dittature? Hai visto che casino in Venezuela e Bolivia?
  • Senti – gli ho risposto – ogni Paese ha partiti di sinistra differenti, non puoi generalizzare e poi, per favore, oggi evitiamo di parlare di politica.

Ci siamo guardati un po’ male, un po’ duri visti i tempi che corrono e la polarizzazione politica ma la partita del Flamengo non era il luogo adatto per discutere e litigare parlando di Lula e Bolsonaro. Da anni qui in Brasile non facciamo altro e uno dei motivi per cui avevo scelto di partecipare alla grigliata era quello di cercare di avvicinarmi agli “energumeni di destra” per trovare in loro qualcosa di positivo, un punto di contatto.

Alla fine del primo tempo il clima era mogio; “Niente è perduto, il Flamengo è superiore, basta mantenere la calma” ho commentato con un ragazzo dallo sguardo acceso, allucinato ma non credevo molto in quello che affermavo, più che altro io, da juventino, di finali perse ne sapevo qualcosa e conoscevo bene l’ansia da ineluttabile disfatta che prende i cuori dei tifosi quando nel giorno più importante tutto pare andare storto.

Comincia così il secondo tempo.

La televisione, in alto sotto alla tettoia, è collegata a una cassa così le voci dei cronisti squillano e le loro parole si mescolano alle nostre, di critica e sconforto.

Io sono in piedi, non mi sono mai seduto, né prima della partita, a bordo strada, mangiando carne, né durante il primo tempo; in piedi mi protendo, mi curvo in avanti perché non vedo bene lo schermo e devo quanto prima cambiare le lenti degli occhiali. Sedute davanti a me ci sono varie persone tra le quali il gaucho e un uomo sovrappeso che è il papà di Amanda, una bambina che andava all’asilo con mia figlia.

Dietro di me c’è il tizio che si è separato da poco e che veste la maglietta bianca e rossa del Flamengo col dieci di Zico. – La squadra è persa – ripete.

Fabio il biondo, papà di Giovanna attuale compagna di classe di mia figlia, non ha un posto fisso, o sta in piedi vicino all’albero a bordo strada o rimane pochi istanti seduto (col bicchiere di birra in mano) o passeggia, raggiunge la graticola, si apposta a ridosso delle macchine che procedono sicure poi torna affianco a me, sbraccia, applaude, borbotta.

Il mulatto con gli occhi azzurri ogni due per tre si gira nella mia direzione con la bottiglia di Brahma in mano e mi offre della birra.

Germano, alto, grosso, la faccia da impiegato di una multinazionale o da avvocato di uno studio del centro, beve e cammina, cammina e beve.

Le donne presenti (quelle cioè che hanno aderito all’iniziativa e hanno il braccialetto al polso col loro nome scritto sopra) sono quattro: una bionda e una mora di una cinquantina d’anni vestite con le magliette ufficiali del Flamengo a righe trasversali rossonere, una bionda con la maglietta azzurra del Flamengo, con le righe rosse sulle maniche, che beve una birra dopo l’altra e ride, poi si rabbuia poi grida a squarciagola e canta l’inno della squadra, visibilmente ubriaca e una signora di una settantina d’anni vestita di rosso che beve e fuma molto e si alza in continuazione dalla sedia posta davanti a me, per prendere della carne dalla graticola (con le mani) e passarla sulla farina di uova, burro, olio e sale prima di ficcarsela tra i denti e giù in gola.

Tra di noi c’è anche una coppia: lui alto, magro, atletico prima della partita aveva raccontato di essere nativo di Juiz de Fora e che già adolescente beveva tanto. Una volta aveva bevuto così tanto che aveva forzato la portiera di una macchina scambiandola con la sua, era entrato, aveva fatto entrare gli amici e solo quando aveva inserito le chiavi per mettere in moto si era accorto che c’era qualcosa che non andava. Fortuna sua che mentre la polizia s’era decisa ad arrestarli era passata sua madre in taxi, li aveva riconosciuti, era scesa dall’autoveicolo amarelo e aveva risolto la questione parlando con gli sbirri.

La moglie o compagna del flamenghista atletico non beve: è mora, slanciata, magra, sui quaranta e attira la mia attenzione.

Il Flamengo si sforza d’attaccare, è più continuo del primo tempo ma le occasioni migliori sono del River.

Dovessero segnare il due a zero, la partita sarebbe già finita.

Gli argentini sono tosti, si difendono con ordine, sfruttano il contropiede, si presentano spesso dalle parti di Diego Alves, sfiorano il gol.

A metà secondo tempo, l’occasione migliore per il Flamengo viene sprecata prima da Arrascaeta che a pochi passi dalla porta non riesce a calciare col mancino, poi Gabigol tira ma colpisce la schiena e il braccio, attaccato al corpo, di un difensore, la palla finisce sui piedi di Everton Ribeiro che calcia di destro (lui è mancino) tra le mani di Armani, portiere del River.

Veementi sono le proteste degli argentini perché mentre il Flamengo attaccava uno dei loro giocatori era dolorante a terra, nell’area avversaria.

Nella seconda metà del secondo tempo, verso il settantacinquesimo, le cose però cominciano a cambiare. L’allenatore argentino sbaglia un cambio, inserisce Lucas Pratto, vecchia conoscenza qui in Brasile perché ha giocato in molte squadre locali, e toglie l’autore del gol del vantaggio.

Il centravanti subentrato è lento e macchinoso.

L’allenatore portoghese del Flamengo sostituisce Gerson, affaticato, con Diego che entra subito nel vivo del gioco.

Le squadre si sono allungate ed Everton Ribeiro (aiutato da Vitinho subentrato a Arão) riesce a collegare difesa e attacco grazie ai suoi dribbling e ai passaggi nella direzione di Rafinha, stantuffo dal motore infaticabile.

Il Flamengo costruisce buone azioni ma non riesce a tirare efficacemente in porta fino a quando, all’ottantottesimo, Bruno Henrique  ne scarta uno, due, si accentra, vede Arrascaeta tra i difensori avversari, gli allunga la palla, l’uruguagio in spaccata gira per Gabigol che, a porta vuota, appoggia in rete.

Il bar scoppia in un urlo di liberazione.

Gridiamo tutti, all’unisono.

Destra e sinistra brasiliana, energumeni e presunti intellettuali, bianchi e mulatti, uomini e donne, ricchi e poveri, addetti alla graticola e possessori di un braccialetto di identificazione.

Gli unici che non gridano sono i tifosi di Vasco, Botafogo e Fluminense.

Gridiamo tutti, io afferro Fabio per le spalle e gli salto sulla schiena, poi scendo, il mulatto dagli occhi azzurri mi abbraccia così forte da farmi male, “Gol” grido a pieni polmoni (mi duole un po’ la gola), “Gol” ripeto quando il sommozzatore gaucho mi abbraccia e anche io l’abbraccio, lui più forte degli altri.

“Gol” ripeto, incredulo perché un gol così all’ottantottesimo non se lo aspettava nessuno e poi lo ha segnato Gabigol, che stava giocando malissimo.

“Gol” dico e mi giro verso la strada: ha cominciato a piovere, l’acqua è battente, pervicace e…

Cosa fanno Fabio e Germano?

Si sfilano le magliette imitando i loro idoli e si gettano a pesce in mezzo alla strada liscia, bagnata, incuranti delle macchine. Un autista di taxi e una macchina Uber sterzano e li evitano per un soffio. Germano, dall’aspetto curato, ma ubriaco, rimane sdraiato per qualche secondo a pancia all’aria. “Andate a fare in culo!” grida mentre noi fermiamo il traffico.

Fabio tra le mani ha una trombetta (dove l’ha presa?) e suona ai guidatori che l’osservano, dietro i finestrini. Imprecano, lo mandano a quel paese.

Chi replica è Germano, ancora sdraiato a terra: – Tomar no cu, porra!

Quando ci ricomponiamo e ci fiondiamo di nuovo tutti uniti tutti insieme sotto alla tettoia per evitare la pioggia resistente, insistente e inaspettata alziamo di nuovo le teste verso la televisione giusto in tempo per vedere Diego che al novantatreesimo pesca Gabigol al limite dell’area con un lancio di quaranta metri, il difensore del River è titubante e sbaglia l’intervento di testa passando la palla al centravanti brasiliano che non se lo fa ripetere due volte e di sinistro buca il portiere avversario.

E’ l’apoteosi. Sotto a una pioggia battente ci togliamo le magliette, le facciamo sventolare e ci piantiamo ritti sotto all’acquazzone mostrando i muscoli delle braccia come fa il nostro centravanti in Perù, davanti alle telecamere.

Blocchiamo di nuovo il traffico; Germano ha uno sguardo incredulo divertentissimo, Fabio salta come un adolescente, io grido, grido come un pazzo.

2 Commenti

  1. letto su facebook:
    Parando para pensar…
    “Já imaginaram o tamanho que o Brasil teria diante do mundo se todo esse “amor” que o povo tem por um time de futebol fosse convertido em patriotismo?”

  2. Ho visto la partita perché c’era in casa un rompipalle flamenguista (insieme ai tifosi del Corinthians sono di gran lunga i più ignoranti e antipatici) dopo anni senza vedere una partita di calcio per intero ma qualche spezzone per caso.

    Un bando di beduini con i piedi a forma di zampa (o zoccolo…?) di cammello per l’appunto…non c’è un giocatore che sappia puntare l’avversario, dribblarlo e creare problemi, non una giocata, solo corsa ed errori grossolani dalle due parti per vedere un gol, altrimenti le partite finirebbero tutte 0-0…una porcheria inguardabile.

    Il calcio è diventato veramente una combriccola di bamboline tatuate, con i capelli tinti biondi e le scarpe verdi fluorescenti che corrono letteralmente dietro ad un pallone (più di questo non sanno fare), si buttano per terra al minimo contatto, non sanno fare niente con il pallone tra i piedi, fà veramente cagare…anni fà era ben altra cosa.

    I narratori inventano di tutto nel tentativo inutile di somministrare un prodotto di bassissima qualità per quello che non è, un passaggio ad un compagno che si trova a 5 metri oggi è diventata “una giocata fantastica”, “un passaggio magistrale” ed altre puttanate del genere per infilare un pò di sterco nella testa dei brasiliani (un pò come le telenovelas che insieme al calcio sono oggi usati come armi per il ritardo di massa…), nauseabondo. Giornalisti e veri intenditori di calcio vedevano le partite senza audio, tanti anni fà ormai.

    Definire il livello dei calcio odierno come ridicolo è un complimento, quello brasiliano è caduto al minimo storico, continua e continuerà ad affondare…ma per i tifosi va bene tutto, basta che la squadra vinca. Dalle altre parti non è meglio, il calcio è morto e sepolto da molto tempo ormai.

    Quando mi chiedono per quale squadra tifo, rispondo per il Botafogo, del quale non ho mai visto una partita e non me ne frega niente, era la squadra di Garrincha.

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