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ANTIVIRUS capitolo 4

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Mio nipote è un complottista imbecille ma noi, io (Milena) e mia sorella Monica Sansevero lo tolleriamo perché gli vogliamo bene. Però leggiamo le cazzate che scrive nel suo Blog e gli rispondiamo a dovere – gli rispondo io per tutte e due – con queste poche righe.

Invece di delirare navigando nel web, dovrebbe leggere il libro “Spillover” di David Quammen e chiarirsi una volta per tutte le idee:

il termine Spillover indica il momento in cui un virus passa dal suo “ospite” non umano (un animale) al primo “ospite” umano. Il primo ospite umano è il paziente zero. Le malattie infettive che seguono questo processo si chiamano zoonosi.

Il Coronavirus è una zoonosi pericolosissima perché, essendo meno letale della Sars ma molto più contagiosa a causa del grande numero di pazienti asintomatici (40 per cento) e del fatto che i sintomi ci mettano più tempo a manifestarsi, si diffonde rapidamente, è difficile da fermare, distrugge i polmoni più vulnerabili, paralizza l’economia di un Paese e ci obbliga all’isolamento.

Quammen aveva scritto qualche anno fa che una possibile pandemia sarebbe nata tra le cellule di un pipistrello e non l’aveva fatto perché “sapeva” (come direbbe subito Alessandro) ma perché i pipistrelli hanno ospitato altre malattie (forse anche l’Ebola) essendo mammiferi come noi – i virus che si adattano a loro hanno più probabilità di adeguarsi a noi rispetto a un virus che è in un rettile o in una pianta – i pipistrelli rappresentano un quarto di tutte le specie di mammiferi del pianeta, vivono a lungo e tendono a rintanarsi in enormi aggregazioni; in una grotta potrebbero esserci anche 60mila esemplari.

Quindi, se doveva nascere un virus e se doveva attaccare la Cina, l’Italia e il resto del mondo era probabile che sorgesse nelle cellule di un pipistrello in cattività – come ha scritto Alessandro? “Stressato” sì, stressato! – perché lo stress aiuta, fomenta, incoraggia l’insorgere del Male. Quale posto sarebbe stato migliore del mercato di Wuhan nel quale gli animali sono venduti in gabbie, ammucchiati e mal alimentati?

E’ ironico, sarcastico, è difficile accettare che il mondo intero sia stato messo in ginocchio da un cinese che ha mangiato la zuppa sbagliata (lo dico senza razzismo e senza voler colpevolizzare nessuno ma per enfatizzare il ruolo del Caso, del Destino in questa storia) ma è vero.

Quindi… nessun complotto, Alessandro, per l’amor di Dio…

Tu sai, nipote, quante volte arrivando a piedi fino al parcheggio dell’ospedale, di fianco alla chiesa di Santa Barbara qui a Toledo Lodigiano, ho pensato che avrei voluto andarmene, sarei voluta scappare?

Centinaia.

Gli sguardi dei miei colleghi e colleghe, degli addetti alle pulizie e di chi cammina nelle adiacenze rivelano paure. Non vorremmo essere qui, non vorremmo entrare nella palazzina del Pronto Soccorso; in ascensore, nell’altro palazzo, quasi nessuno pigia col dito sul numero del piano perché quel pulsante potrebbe essere infetto. Chi lo fa, chi non sale a piedi, ha la sensazione di flirtare con la morte.

Ci temiamo, ci osserviamo e cerchiamo di capire chi sarà il prossimo a cadere, chi manifesterà per primo i sintomi.

Abbiamo paura di morire come tutti, come voi che state a casa e abbiamo già amaramente constatato che non eravamo pronti per questa pandemia non solo dal punto di vista pubblico-sanitario ma anche psicologico.

La nostra sofferenza fino a un mese e mezzo fa era astratta, ci preoccupava la presenza di troppi stranieri sul territorio (loro non si ammalano, letteralmente: non si ammalano!) credevamo ci potessero rubare il lavoro, i diritti e privilegi, ci lamentavamo per quisquilie.

Forse questo Coronavirus è l’Ebola dei ricchi, venuto a ricordarci quali sono le priorità.

Quando mi preparo nello spogliatoio prima di entrare nel Pronto Soccorso, tutto è impegnativo, tutto è difficile; riporre le chiavi in un sacchetto e il cellulare nel cassetto richiede uno sforzo meticoloso – a fine turno poi mi devo ricordare di disinfettare lo schermo dell’apparecchio e il cassetto stesso.

Sia noi che i medici ci laviamo le mani con attenzione maniacale almeno 30 volte al giorno, praticamente ogni venti minuti. Non ci vogliamo ammalare, non vogliamo diventare come i pazienti che arrivano a frotte, disperati, negli occhi le espressioni di chi non se l’aspettava, non credeva che potesse capitargli… A me i loro sguardi ricordano quelli dei prigionieri di Auschwitz Birkenau immortalati dalle foto scattate dai russi quando li liberarono e la visita che feci a diciott’anni nel campo di sterminio assieme a Katia, la mia amica del cuore – io e lei a braccetto nello stanzone sentimmo un rumore, un sibilo ed erano gli spiriti, sì, erano gli spiriti dei reclusi…

I pazienti sono così, inermi, ormai convinti d’essere destinati al macello e a non rivedere più i loro cari perché abbiamo dovuto isolarli, gli abbiamo presi i cellulari perché loro sono incoscienti o semi coscienti; gli infermieri che maneggiano coi loro corpi usano tuta, guanti, mascherine, copriscarpe che alla fine del turno gettano in un sacco.

Speriamo che gli sforzi servano a qualcosa.

 

In quel viaggio io e Katia facemmo dei progetti, io le dissi “Voglio essere infermiera” e ce la feci, studiai, feci il tirocinio al Policlinico di Melegnano e poi entrai a Toledo Lodigiano, vicino a casa.

Katia voleva diventare estetista, aveva imparato durante un viaggio in India non so quale tipo di massaggio con aggeggi che parevano ventose (lei li chiamava Campane Tibetane).

Ad Auschwitz ci impressionò il museo con i denti, spazzole, capelli, resti di scarpe e le uniformi a righe simili a pigiami ammucchiati dai tedeschi quando i prigionieri arrivavano per la visita e non sapevano che molti di loro, i prescelti, sarebbero finiti nei forni crematori.

Qui a Toledo invece i pazienti sanno, ce lo hanno scritto negli occhi, sanno, conoscono l’orrore che li aspetta che in realtà non è greve come quello di una guerra in Siria, di una epidemia in Africa Occidentale o una lotta fratricida nel Ruanda ma, come ho detto prima, noi in Lombardia non eravamo preparati, la morte l’avevamo scordata, credevamo d’essere diversi, privilegiati.

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