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ANTIVIRUS (capitolo 2)

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Due

Io mi sveglio tutti i giorni e sento che sto per andare a combattere. Ormai sono diventata un soldato, mi prende l’inquietudine quando mi sdraio la sera e penso al numero di morti a Bergamo, Bresso, a Milano e a quelli che sono passati a miglior vita nel nostro ospedale – affogano, sì, affogano e ti guardano implorandoti di donar loro ancora un ultimo respiro per aiutarli a trovare refrigerio, lo slancio… Penso all’inquinamento e mi chiedo se questo virus non sia stato prodotto dalla nostra abitudine malsana di consumare tutto, consumare l’aria, consumare l’ossigeno.

L’ospedale di Toledo Lodigiano è in una bella struttura. Il Pronto Soccorso è composto da uno stabilimento di un solo piano, fuori, davanti al palazzo principale.

Ci lavoro da anni ormai e credevo di essermi abituata a tutto.

Ho visto morire parecchia gente, soprattutto malati di cancro, vari incidentati, uno o due sieropositivi che non sapevano di esserlo, una volta addirittura una bambina di dieci anni.

Ho visto guarire molta gente, ho seguito gli sforzi di più di un parente che aveva perso le speranze ed invece una buona chemioterapia e un po’ di fortuna li ha rimessi in sesto.

Ho cambiato tre reparti, le colleghe tra di loro mi chiamano Il Jolly perché mi offro sempre di provare la routine di un piano diverso da quello nel quale mi hanno inserita, sono curiosa, amo il mio lavoro e quando mi hanno proposto di trasferirmi al Pronto Soccorso, ho subito accettato.

All’inizio è andata bene, turni stressanti ma non troppo (lasciamo le ore piccole ai più giovani e agli ultimi arrivati) ossa rotte, stomaci ulcerosi, qualche infarto, niente di che.

I colleghi, le colleghe… tutti simpatici anche Mario, il barbone, che ci ha subito provato (tra di loro io so che mi chiamano La Zitellona e fanno a gara a chi riuscirà a conquistarmi – ci rido su e penso che in giro potrebbero farsi una strana idea di me se sapessero che in reparto sono “Il Jolly” e tra i più intimi “La Zitellona”) io gli ho detto di no ma non ho nascosto d’essere rimasta lusingata; Mario non è niente male, chissà che più avanti, quando e se questo casino finirà, ci ripensi.

Era tutto tranquillo, solita routine, giornate in ospedale, serate in casa con mia sorella e con quello scapestrato di mio nipote che, con la scusa che il padre l’ha abbandonato da piccolo, nella vita ha deciso di non fare nulla, di non lavorare e di passare ore al computer alla presa con fantomatici siti e pseudo concorsi per progetti web, che non vincerà mai.

La sera io e Monica Sansevero, mia sorella, chiacchieravamo, annoiandoci anche un po’, davanti alla televisione, a quei programmi nei quali devi indovinare le risposte ai quiz o al festival di Sanremo (quando era? Febbraio scorso, ma sembra passato un anno!) con la polemica tra quei due cantanti i cui nomi non ricordo, uno era Bugo, forse, l’altro Morgan.

Monica è così diversa da me, lei si è sposata, ci ha creduto, si è messa con un milanese (noi quando eravamo piccole siamo emigrate da Napoli, dal rione) ci ha fatto un figlio (Alessandro Ferrari, “l’inutile Alessandro” per le amiche) e, quando Monica e il marito si sono separati, mi ha chiesto di andare a vivere con lei, di farle compagnia e aiutarla nell’educazione di Alessandro che a scuola faceva disperare le professoresse; era intelligente ma non studiava, disturbava… Qui a Toledo Lodigiano sono tutti perfettini, ci tengono al decoro, alle apparenze e un figlio di cui gli insegnanti parlano male è un problema serio. E poi lui ha pochi amici, un’amica forse di cui è segretamente innamorato…

La sera io e Monica chiacchieravamo davanti alla televisione e al quadro enorme – lei lo ha fatto appendere nel suo bellissimo salotto – che rappresenta un forno a legna e ti dà l’illusione di startene seduta davanti al camino in un trilocale al terzo piano di una moderna palazzina in Via dei Glicini al diciotto. Si tratta di un condominio costruito da poco; mia sorella ci ha investito tutti i risparmi accumulati in anni di carriera da avvocatessa divorzista; da quello stronzo del marito non ha voluto nemmeno un soldo ed ha accettato che lui li spendesse con la sua puttana latino americana (dove sono andati? In Brasile, sì!).

Insomma la mia scialba vita anaffettiva, improntata sul mio lavoro da infermiera, sul ruolo di zia educatrice di un uomo pigro e solo (tendenzialmente depresso) e su un bellissimo rapporto d’amicizia con una sorella napoletana come me, procedeva senza scossoni quando al Pronto Soccorso sono aumentati rapidamente i casi di polmonite. Durante l’inverno italiano (anche se ultimamente gli inverni sono miti) è normale morire di polmonite soprattutto quando il paziente ha più di ottanta anni. Ma cinque decessi in cinque giorni erano troppi. Ce ne siamo accorti subito; qualcosa non andava. Ed è arrivato l’avviso da Codogno, qui vicino: il Covid 19, lo stesso virus che ne aveva ammazzati 4mila in Cina, stava circolando nel nord Italia, nel milanese.

Siamo corsi ai ripari, abbiamo intubato i pazienti, ci siamo muniti di mascherine. I malati aumentavano – ed erano tutti anziani residenti nelle vicinanze (tra di loro il signor Toni, un vecchiettino che giocava a carte con mio padre al Bar Italia, prima che il papà ce lo portasse via un tumore) – e noi li stendevamo a pancia in giù, proni sui letti e lettini, se necessario li ventilavamo, cercavamo di farli smettere di tossire, di farli respirare.

Nella prima settimana di epidemia io ho pensato si trattasse di una normale influenza.

Lo dissi ad Alessandro che mi fissava preoccupato (lui è ipocondriaco).

  • Sì, abbiamo qualche decesso, non molti in più di un’influenza di stagione. E poi vuoi vedere che molti vecchietti non si sono nemmeno vaccinati? Fanno sempre di testa loro!
  • Sei sicura che non ci sono rischi di contagio?
  • Quelli ci sono sempre ma io prendo le mie precauzioni. C’è troppo allarmismo in giro, la televisione ne parla troppo. Ieri sono andata all’Esselunga e la gente stava assaltando gli scaffali come fossimo all’inizio di una guerra. Calma, ragazzi! Tanto ci siamo noi, i dottori, le dottoresse, le infermiere e gli infermieri di Toledo!

Alessandro mi squadrò pieno di ammirazione e io per un attimo pensai che magari, invece di restare tutto il giorno al computer, avrebbe potuto studiare e diventare medico, infermiere, un brillante avvocato come la madre o un… imprenditore come il padre! (In realtà il padre non fa un cazzo, ha ereditato un gruzzoletto dai suoi genitori, nonni di mio nipote, ha lasciato un “suo uomo” a lavorare al posto suo nell’azienda di famiglia nel Lodigiano ed è scappato in Sud America).

Dopo dieci giorni però i pazienti continuavano ad arrivare sempre con gli stessi sintomi (tosse, crisi respiratorie, febbre e affanno) e io cominciai davvero a preoccuparmi.

Se il ritmo dei ricoveri e quello dei contagi non fosse diminuito, avremmo dovuto chiudere il Pronto Soccorso per mancanza di letti e di risorse umane.

Due piani interi dell’ospedale vennero trasformati in “lazzaretti” – così li chiamiamo tra di noi – per pazienti Covid. Il direttore decise di isolare, di mantenere “pulito” solo l’ultimo piano, riservato ai malati in dialisi. I piani restanti sono metà Covid – metà non Covid e questa è stata un’idea di merda, causa principale dei contagi tra i colleghi. Un medico dei nostri è in coma, il dottor Masera, infettivologo 60enne, personaggio ricco di buona famiglia che se avesse voluto, visto l’andazzo, sarebbe potuto scappare in Australia o alle Maldive, invece lui ha deciso di restare e, se continua così, di morire a Toledo Lodigiano.

In televisione il Presidente del Consiglio ha fatto prima uno, poi un secondo bel discorso col suo accento del sud e io l’ho visto che parlava, l’ho ascoltato assieme a Monica e Alessandro e tutti e tre abbiamo pianto come gli imbecilli, abbiamo pianto perché l’Italia è l’Italia, cazzo e non si può ridurre in questo Stato.

Ma è colpa loro, è colpa dei politici di destra e di sinistra e dei tagli alle spese per la Sanità. E’ inutile che ci giriamo attorno: se, al giorno d’oggi, domenica 22 marzo 2020, in Germania il tasso di mortalità per questa malattia è dello 0,3% un motivo ci sarà, no?

 

Quando sono iniziate le restrizioni, “State a casa” hanno cominciato a scrivere su internet e in pochi rispettavano le regole. Piazza Trieste qui a Toledo era sempre piena di vecchietti che giocavano a carte seduti ai tavolini, il parchetto era stracolmo di bambini i cui genitori si sentivano in vacanza.

In pochi credevano alla morte, le televisioni hanno intervistato medici e infermieri, ricordo la foto di una collega stremata, addormentata sulla tastiera del computer e di un collega col viso piagato dalla mascherina e poi appelli dei direttori sanitari tipo quello dell’ospedale Sacco di Milano, ma la gente non ci credeva.

Ci applaudiva sì alla finestra, inneggiava a medici e infermieri ma non rinunciava ad una festa da amici, alla corsetta serale… e faceva bene, come dargli torto, come accettare che un nemico invisibile ti possa rendere asociale.

Eppure in reparto e al Pronto Soccorso moriva un sacco di gente e non erano più solo i vecchi a crepare ma i malati di tumore devastati dalla polmonite interstiziale, erano i diabetici, gli ipertesi e anche signori e signore di cinquanta, sessant’anni apparentemente forti e sani, che reagivano male alla nuova malattia e affondavano giorno dopo giorno nei lenzuoli come risucchiati da una vortice abissale.

Morì anche Toni, amico di papà, tra le mie braccia. Mi fissò con i suoi occhi tristi, liquorosi mentre io gli sussurravo “Non è niente, non ti preoccupare” e gli soffiavo sulla faccia sudata, stanca.

Tra le braccia me ne sono morti tre. Una era una ragazza di anni 37 affetta da sindrome di Down, una ragazza che a Toledo conoscevano tutti perché lei simpaticamente, quando entrava nel bar di Piazza Trieste, dava il cinque al barista gridando “E allora?”.

Era un’interista sfegatata, quando poteva nella bella e nella brutta stagione vestiva la maglietta sbiadita e sporca di Zamorano (che forse era appartenuta al padre).

“Quest’anno vinciamo, quest’anno è nostro” aveva detto al bar, qualche settimana prima di entrare in coma, mentre io bevevo il mio caffè ristretto, e avevamo riso tutti convinti che a Torino alla Juve gliele avrebbero fatte vedere (io sono una moderata tifosa del Napoli) invece l’Inter a Torino ha perso in una partita giocata a porte chiuse e lei si è ammalata di Covid 19.

Non voleva morire, non era rassegnata come certi vecchi, ci teneva a continuare a tifare Inter, a lavorare nella mensa della scuola, a vedere il suo fidanzato, un ragazzo Down che abbiamo fatto fatica a trattenere fuori dall’entrata del Pronto Soccorso.

Una sera, mentre tornavo a casa a piedi l’ho visto, seduto sui gradini della chiesa di Santa Barbara, quella con la guglia in finto oro che ci invidiano in tutta la Lombardia. Mi sono fermata, gli ho detto:

  • Che ci fai qui? Non lo sai che Conte ha messo il coprifuoco? Dai, vai a casa!
  • Preferivo Conte l’allenatore dell’Inter a Conte Presidente del Consiglio!
  • Anche tu sei un ultras?
  • Io e Annalisa siamo della Curva Nord. Andiamo al Meazza tutte le domeniche.

Fissai i suoi capelli scarmigliati e con amarezza mi resi conto che non ricordavo il nome di lei. Se lui non l’avesse pronunciato, io forse non l’avrei mai saputo (ci sono così tanti pazienti che a volte  è difficile ricordare i nomi).

  • Dottoressa? – disse il ragazzo e io gli avevo già voltato le spalle.

Mi girai anche se sapevo di non essere una dottoressa, il fatto però che lui pensasse che potessi svolgere quel ruolo mi lusingava.

  • Sì?
  • Ce la farà?
  • Certo che ce la farà. Vedrai, è forte – lo confortai.

Però non ce la fece. Esalò l’ultimo respiro davanti a me, a meno di mezzo metro dai miei occhi. Anzi l’ultimo respiro non lo esalò affatto, ci provò ma non trovò più ossigeno.

1 commento

  1. ci sono alcune cose strane della storia del COV in brasile.
    1) il paese pullula di cinesi che vanno e vengono dalla madrepatria per affari, niente contagi.
    2) 200 brasiliani rimpatriati da wuhan, niente contagi.
    3) carnevale, turisti stranieri a milioni, niente contagi.
    i contagi sono venuti da singoli brasiliani rientrati da viaggi in italia e spagna.
    boh…

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