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ANTIVIRUS

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In mezzo a questo caos sto scrivendo un romanzo che parli di questo caos, ambientato tra Italia e Brasile. Quando l’avrò finito, pubblicherò un ebook e lo metterò in vendita su questo Blog.

Segue uno dei capitoli che, finora, su Facebook, ha attratto l’interesse di lettori e lettrici.

E’ il capitolo 8. Protagonista è l’infermiera Milena Sansevero che racconta, in prima persona.

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Quando sono positivi e hanno difficoltà respiratorie vanno in terapia intensiva. Qui il primo tentativo è realizzato attraverso la Maschera Venturi che funziona da aerosol e somministra ossigeno (da due a quindici litri al minuto). Se il paziente non migliora in tempi rapidi o se peggiora allora passiamo allo Scafandro, una specie di casco da astronauta che esercita una pressione positiva affinché l’aria rimanga nel polmone e non venga dispersa nell’ambiente

  • il problema di questo virus è che, nei casi più gravi, provoca una polmonite interstiziale, malattia che non intacca gli alveoli ma la struttura che supporta gli alveoli, a ridosso dello scheletro. Possiamo immaginare il polmone come un grosso sacco, da una parte c’è l’aria, dall’altra le arterie verso le quali viene direzionato l’ossigeno; in mezzo c’è la parete polmonare, tessuto che costituisce la struttura esterna, l’involucro; ecco, il Coronavirus, infiammandola, ispessisce la parete del sacco e rende più difficile il passaggio dell’ossigeno dalla parte interna del polmone alle arterie –.

Se i primi due tentativi non hanno sortito effetti, non rimane che il tubo (se ce n’è uno disponibile; se non c’è il paziente muore – qui da noi a Toledo Lodigiano non è ancora successo di dover decidere chi intubare e chi no ma so che dalle parti di Bergamo, a Pesaro, in centro Italia e penso anche in Brasile dove vive il padre di Alessandro, sono già arrivati o stanno arrivando a quei limiti).

Prima di addormentarli, gli diamo la possibilità di telefonare ai parenti.

La maggior parte dei pazienti è disorientata.

Immaginate: sono entrati al Pronto Soccorso per un’insufficienza respiratoria, probabilmente fino a pochi giorni prima stavano bene o non credevano che la pandemia potesse colpirli; si ritrovano circondati da uomini e donne senza identità né volto, vestiti con maschere, tute, guanti, copriscarpe, come gli astronauti – siamo infermieri dai colori sgargianti: verde mare, azzurro cielo e giallo sole…

Loro capiscono tutto, parlano, esprimono opinioni, si lamentano dello Scafandro o della Venturi ma accettano – sono obbligati – il fatto di essere intubati.

Hanno quindi un momento di lucidità.

“Rivedrò la luce del sole?” si chiedono.

“Rivedrò mia moglie, mio marito, i miei cari?”.

Prima di ritirargli i cellulari noi li invitiamo a fare una telefonata e loro chiamano a casa.

Sono momenti dolorosi.

I pazienti non sanno se sopravviveranno, noi non sappiamo se, assieme all’anestesista e al pneumologo, riusciremo a curarli.

In caso di morte, saremo noi a dargli l’ultimo addio; non ci saranno i loro cari, non ci saranno i preti. I corpi finiranno in una sala adibita a questo ingrato compito, che è strapiena, ormai. Poi verranno bruciati, senza funerali.

I pazienti lo sanno. Per questo prima di farsi intubare ti osservano smarriti e a me, le poche volte che dal Pronto Soccorso sono stata mandata in rianimazione per supportare il team di Carlos, l’amico peruviano (viviamo ormai la cronica mancanza di infermieri perché molti di noi sono a casa, positivi, in quarantena e quindi ci sostituiamo a vicenda e ci lasciamo inserire dove siamo necessari) gli occhi dei malati hanno ricordato le foto dei detenuti di Auschwitz Birkenau, in quell’unico viaggio che feci, molti anni fa, con l’amica Katia che poi divenne estetista.

Rimasi parecchio tempo, forse un paio d’ore a camminare nel centro di detenzione del campo di sterminio, misi un braccio, fino al gomito, dentro alla bocca di un forno crematorio, osservai quelle stanze spaziose, fredde e vidi foto, foto, foto di facce, occhi, sguardi impauriti.

Ecco, i pazienti hanno espressioni di chi sta saltando in un abisso dal quale non sa se risalirà.

Il signor Giuseppe, di 54 anni, era andato a un funerale di un amico in un cimitero del Lodigiano in uno degli ultimi giorni di febbraio, forse il 29 di questo anno bisestile.

72 ore dopo si è sentito male, aveva le febbre, soffriva di dispnea, non respirava.

E’ venuto da noi perché a Lodi non c’era posto. Il tampone ha dato positivo, maschera e casco non sono serviti e allora lo abbiamo intubato.

Prima di addormentarsi ha chiamato la moglie e si è messo a piangere, come un bambino.

Ha dormito per due settimane, poi è tornato a respirare con più regolarità (mentre dormono noi, dietro ordini dei medici, gli controlliamo la pressione, gli preleviamo il sangue per assicurarci che i parametri generali e il livello di ossigenazione siano normali e, a volte, li portiamo in radiologia per una lastra).

Per due settimane Giuseppe ha vissuto nel limbo o in uno stato di pre-morte poi i suoi esami sono tornati normali e allora lo abbiamo svegliato.

Lui ha seguito il percorso inverso: dal tubo è passato al casco, dal casco all’aerosol.

Io, curiosa della possibile esistenza di un aldilà, quando si era già ripreso e stavamo per dimetterlo gli ho chiesto se, da incosciente, aveva sentito qualcosa.

Il paziente ha risposto:

  • Ho visto il mio corpo, dall’alto. Ero circondato da voi infermieri vestiti da astronauti. Mi ero sdoppiato, sapevo di essere dentro però ero fuori.

Poi vi ho sentiti che chiamavate Giuseppe, Giuseppe, ho visto l’ingresso di una galleria con una luce in fondo… e mi sono svegliato.

 

Tarcisio, invece, un paziente di 60 anni che dal Pronto Soccorso è passato in Rianimazione, non è stato fortunato.

Quando gli abbiamo detto che l’avremmo intubato lui mi ha guardata con quegli stessi occhi, la stessa espressione di un prigioniero di Auschwitz Birkenau immortalato nelle foto appese alle pareti del museo che io e Katia abbiamo visitato più di 30 anni fa.

Non ha aperto bocca, si è limitato a fissarmi.

I suoi occhi dissero “Cosa devo fare? Mi devo addormentare?” – quando i pazienti dormono, i loro polmoni appartengono a noi perché siamo noi che, attraverso la macchina, glieli facciamo funzionare.

Io non gli risposi. Il mio sguardo però affermò “Sì, ti dobbiamo addormentare”.

“Solo dormire o… morire?” comunicò lui, silenziosamente.

“Solo dormire, solo dormire” gli risposi io, silenziosamente.

Ma in certi casi dormire rima con morire.

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