Home Racconti da Rio de Janeiro ANTIVIRUS (capitolo 1)

ANTIVIRUS (capitolo 1)

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Uno

Mi sono rotto il cazzo di ascoltare mia zia che torna dopo estenuanti turni qui all’ospedale di Toledo Lodigiano, si catapulta in bagno, si spoglia meticolosamente attenta a dove ripone i panni sporchi, si getta sotto a una doccia bollente e poi viene da noi in sala, bianca cadaverica, occhiaie profonde, vestita solo di un accappatoio e dice:

  • Da questa esperienza dobbiamo trarre degli insegnamenti. E’ in gioco il futuro della razza umana. Lo capite?

Fissa le nostre facce annoiate, i visi stanchi.

  • Dobbiamo ridiscutere tutto, principalmente il modello economico e il sistema di produzione capitalistico globale. Non possiamo continuare a credere in un sistema fondato sul petrolio e sui meccanismi architettati dagli squali della finanza!

Mia zia ha 50 anni, è una comunista, legge Il Manifesto, è zitella e vive insieme a me e mia madre in un trilocale a Toledo Lodigiano.

Lei e mia madre sono legate, hanno fatto tutto insieme fin da bambine, la zia però non si è sposata, non ha trovato l’uomo giusto, ci ha provato un paio di volte con due colleghi del Pronto Soccorso ma è stata tradita da entrambi e li ha mandati a fare in culo.

Io oggi però a farsi fottere ci manderei lei.

Ok, tutta Italia la applaude, a ragione; i medici e gli infermieri sono degli eroi (lei dice di no, dice che sono delle persone normali che svolgono il loro lavoro) però la patente da super-woman non le dà il permesso di delirare.“Ripensare il sistema economico, la dipendenza dal petrolio” è una frase sua; “ridurre la dipendenza dai meccanismi della finanza” anche.

Il mondo non cambierà mai, ve lo dico io che ho 27 anni e so come vanno le cose.

La zia è sfinita ed è un miracolo che non si sia ancora ammalata e non abbia contagiato anche noi.

La zia è fiduciosa, è ottimista nonostante le botte prese dalla vita, ma io no.

Io so come va il mondo.

E il mondo va che a Toledo Lodigiano, a pochi chilometri da Codogno, comune start-up di questa infezione di merda, ieri si sono messi tutti in balcone a cantare Toto Cutugno.

Toto Cutugno! Avete capito?

Un vecchio decrepito che suonava canzonette stupide che ascoltavano i miei genitori e che, per induzione, sono stato obbligato ad ascoltare anch’io, da piccolo.

Molto meglio quando due giorni fa sono andati tutti sui balconi a cantare l’inno nazionale; quasi emozionante l’inno che ci riporta ai Mondiali, alla vittoria in Germania che io ho visto in diretta e ricordo la mamma che gridava in perfetto stile sguaiato napoletano (che segna come un marchio le origini della famiglia) e la zia era felice nonostante detesti il calcio.

Comunque i suoi discorsi sono inutili e io ne ho pieni i coglioni di restarmene chiuso in casa a chattare con gli amici al cellulare e a giocare ai videogiochi al computer.

Però, anche se la critico, le voglio bene (ha aiutato la mamma a crescermi).

Io la zia l’ammiro (la amo e la odio, diciamo così) e l’ho ascoltata quando mi ha raccontato dei primi contagi tra gli infermieri del Pronto Soccorso, della sua amica che ha ceduto davanti a lei e le ha steso la mano, le ha chiesto di sorreggerla perché le faceva male la testa; lei, la zia, non aveva guanti di lattice e le dita della collega erano sudate.

La zia però dice una stronzata quando parla di un futuro migliore, diverso e della necessità di una seria discussione su come sarà il mondo dopo questa pandemia e io vi spiegherò perché  – prima però devo confessarvi una cosa: lei è comunista ma io sono di destra: ammiro, rispetto, adoro Matteo Salvini che considero il mio Capitano!

Ma veniamo ai fatti…

Il 18 febbraio 2020 il signor Mattia M., 38 anni, si recò al Pronto Soccorso dell’ospedale di Codogno (qui vicino). Era un dirigente di una multinazionale, la Unilever (non era ma è: è ancora vivo!) sposato, la moglie incinta partorirà prima dell’estate. E’ un maratoneta, un atleta: nei dieci giorni precedenti alla malattia aveva corso due mezze maratone e giocato una partita di calcio per novanta minuti, undici contro undici.

All’ospedale lo visitarono, gli fecero una radiografia e gli diedero una ricetta con degli antibiotici da prendere perché gli esami rilevarono una lieve polmonite. Il 20 febbraio lui stava peggio, andò di nuovo al Pronto Soccorso; lo ricoverarono e intubarono perché gli antibiotici non avevano fatto nessun effetto e la polmonite da lieve in tempo record era diventata grave e gli aveva preso i due polmoni; era diventata interstiziale.

Chi rimase sorpresa dall’inspiegabile rapidità nell’evoluzione della malattia fu la dottoressa Annalisa Malara, 38 anni, anestesista rianimatore; la dottoressa domandò alla moglie di Mattia se il marito aveva avuto contatti con la Cina.

La donna prima rispose negativamente, poi ci pensò meglio e affermò:

  • Una settimana fa è andato a cena con un amico, un imprenditore che va e viene da Pechino. Ma questo cosa c’entra, scusi?

Annalisa s’insospettì e decise di chiedere all’ospedale Sacco di Milano di mandarle il materiale per applicare al paziente un tampone per il nuovo Coronavirus. Il protocollo non l’obbligava ad agire così e in Italia non c’era nessun sospetto di una possibile epidemia della febbre di Wuhan che tanti problemi stava creando in Cina. Comunque lei insistette e fu grazie alla sua testardaggine che Mattia M. divenne il Paziente Numero Uno.

Il commercialista, l’imprenditore che aveva cenato con lui venne rintracciato, gli si applicò un test che diede negativo.

Nessuno sa da chi Mattia abbia contratto la malattia (lui comunque sta meglio; la moglie, positiva, non ha sviluppato alcun sintomo). Si sospetta che a Milano e nella Lombardia a gennaio già si fossero verificati casi di decessi per polmoniti, pare che nelle valli bergamasche degli anziani già fossero morti, nessuno aveva però collegato quei decessi al virus (abbiate pazienza, arriverò alla zia e spiegherò perché il suo ottimismo, la sua fiducia in un mondo migliore è una stronzata ma, per farlo, ci metterò del tempo).

Andiamo in Cina, al 30 dicembre 2019, quando il dottor Li Wenliang, 34 anni all’epoca (già deceduto) scrisse un messaggio allarmistico sulle reti sociali, diretto ai medici.

Il dottore, oftalmologo, si era accorto che al Pronto Soccorso dell’ospedale di Wuhan, nella regione dell’Hubei, erano giunti un gran numero di pazienti/lavoratori del mercato di pesce e animali della città, affetti da polmoniti aggressive, non curabili con antibiotici. Si era ricordato dell’epidemia di Sars del 2002/2003 ed aveva scritto in una rete sociale un messaggio ai medici colleghi, invitandoli a stare attenti, coprirsi bocca e mani quando lavoravano perché i casi registrati erano troppi per essere soltanto la conseguenza di un normale e passeggero male di stagione.

Gli rispose il Comitato Direttivo del Partito Comunista della regione rimproverandolo, accusandolo di cercare di sabotare il tranquillo tran-tran della vita della città, minacciandolo di rappresaglie qualora avesse continuato a diffondere notizie false.

“Speriamo che ti calmi e rifletti sul tuo comportamento” gli fu scritto.

Il 12 gennaio 2020 Li Wenliang venne ricoverato all’ospedale di Wuhan con tosse e febbre. Nel frattempo i casi di polmonite erano aumentati e fu chiaro a tutti che ci si trovava di fronte a un’emergenza.

I biologi isolarono il virus in laboratorio e scoprirono che si trattava di un nuovo Coronavirus.

Il medico aveva ragione, la causa delle polmoniti che avevano colpito i lavoratori del mercato era un agente aggressivo, pericoloso.

I suoi colleghi credettero che il male si annidasse negli animali e che questi potessero trasmetterlo agli uomini senza però che avvenisse il contagio tra gli essere umani.

Si sbagliavano.

Li Wenliang, dopo vari esami che testarono negativo, venne ufficialmente dichiarato affetto da Coronavirus il 30 gennaio 2020.

Lui postò una foto su internet che lo ritrae sdraiato, la bocca coperta dalla maschera, nella mano la sua carta d’identità.

Morì il 7 febbraio scorso; la moglie, incinta, partorirà un bambino entro l’estate.

Adesso, per arrivare a spiegarvi perché, nonostante la ami e la ammiri, io pensi che mia zia stia dicendo solo cazzate causate dal pathos, dall’eccesso di sentimento e di risentimento provato in questi strani giorni nei quali lei combatte in prima linea contro la malattia nel Pronto Soccorso dell’ospedale di Toledo Lodigiano, devo proporvi tre tesi che ho raccolto da internet (io sono un nerd e in questo periodo di quarantena non mi schiodo dal computer anche se mamma mi urla e mi chiede di aiutarla in cucina!).

Ne ho discusso e ne discuterò anche con zia che comunque pensa che io sia un cretino complottista.

La prima, quella che io definirei “naturalista”, afferma che gli animali, in condizioni di forte stress e di eccessiva presenza e vicinanza da parte dell’uomo, sviluppano malattie dovute alla mancanza di igiene, di spazi, di un habitat adeguato alle loro necessità. Essendo il Coronavirus caratterizzato da una tale Proteina Spyke simile a quella che compone parti dell’organismo del pipistrello, sarebbe proprio in un pipistrello che il Male è nato: un pipistrello stressato dalle sue condizioni di vita e dalla presenza dell’uomo. Si sarebbe poi realizzata la zoonosi, cioè il passaggio del virus dalla bestia all’uomo e tale processo sarebbe avvenuto nel mercato del pesce di Wuhan.

Questa è la tesi preferita dalla zia (io non la confuterò, non sono qui per confutare ma per sottolineare le conseguenze del caos che stiamo vivendo): la colpa è dell’uomo che, col suo comportamento, ha invaso spazi che non gli appartenevano e ora la Natura se li riprende costringendoci dentro alle nostre case, lasciando così libero il campo al “ritorno” degli animali nei boschi, nelle città deserte, nei cieli meno inquinati, nei mari.

Chi vuole (mia zia, che è comunista e intrinsecamente cattolica, tende a seguire quest’intuizione)  può vederci la mano di Dio. Il Padre ci sta punendo perché noi, Figli Degeneri, abbiamo abusato dei doni (il mare, l’aria, i boschi, le piante, l’ingegno, la nostra intelligenza) che Lui ci ha dato.

Io però, che tendo a pensar male, ho cercato e ricercato su internet in siti americani, britannici, italiani e brasiliani (mio padre abbandonò il tetto coniugale quando io avevo 12 anni e andò a vivere in Brasile, con una mulatta – per questo ho imparato il portoghese) e ho trovato altre teorie, corroborate da molti fatti e buona immaginazione, davvero interessanti.

La prima la definirei “filoamericana”.

Questo il punto: lo sapevate che a Wuhan c’è un Laboratorio di Biosicurezza Nazionale che, da anni, studia virus e rimedi contro Ebola, Sars, ecc?

Ecco, secondo insinuazioni statunitensi (Trump, Pompeo) il nuovo Coronavirus potrebbe essere stato creato in provetta a partire dall’analisi delle molecole malate presenti negli organismi dei pipistrelli o potrebbe essere stato iniettato in un pipistrello per osservarne gli effetti sulle difese immunitarie dell’animale e poi sarebbe “sfuggito di mano”, letteralmente scappato dal laboratorio a causa dell’imperizia di uno biologo o di un addetto.

Secondo i complottisti americani, la Cina avrebbe creato il virus per trovarsi esattamente nella posizione che ora occupa nello scenario internazionale: il Paese asiatico ha già risolto il problema e può tornare ad occuparsi della propria crescita economica mentre il resto del mondo si sta fottendo o è già fottuto.

L’altra teoria complottista, la più affascinante, la definirei “filocinese” e si basa su due fatti, su due eventi organizzati negli ultimi mesi dell’anno scorso, “l’ultimo anno prima del Coronavirus”.

Tra il 18 e il 27 ottobre 2019 a Wuhan si sono svolti i Mondiali di Atletica per Militari, vi hanno partecipato 10mila atleti provenienti da 140 paesi e, secondo le autorità cinesi, 5 soldati americani sarebbero stati ricoverati all’ospedale di Wuhan passando per lo stesso Pronto Soccorso nel quale, pochi mesi dopo, sono iniziate le diagnosi di polmoniti. I cinesi insinuano che il virus sarebbe stato prodotto nel laboratorio di Fort Detrick, nel Maryland e portato in Cina dai soldati.

Interessante poi il fatto che la Fondazione gestita da Bill e Melinda Gates da anni avverte l’umanità del pericolo di una crisi pandemica e proprio nell’ottobre scorso, esattamente venerdì 18 ottobre 2019 nell’hotel Pierre, a New York, ha organizzato un’esercitazione denominata “High level pandemic exercise”, dalle 8 e 45 del mattino fino alle 12 e 30, davanti a 130 invitati.

La Fondazione di Bill Gates in quelle poche ore ha simulato la reazione del Mondo di fronte a una possibile pandemia causata da un Coronavirus (il “nostro” non è il primo con questo nome) sì, avete capito bene – C-o-r-o-n-a-v-i-r-u-s, nato spontaneamente in Messico. Gli esperti hanno illustrato come avrebbero reagito i governi, come e in che termini avrebbero dovuto cooperare, come e di quanto si sarebbero ristrette le nostre libertà, hanno riflettuto sulla nuova funzione assunta da Esercito, Polizia e dagli organismi di sicurezza addetti al controllo dei nostri spostamenti, attraverso l’invasione sistematica dei cellulari.

Si è parlato della necessità di un Governo Unico, Mondiale e di una Banca – ovvio – uguale per tutti.

Delle due l’una: o i Gates sono così intelligenti da aver previsto quello che di lì a poco sarebbe accaduto o… sapevano!

Oppure si tratta di una coincidenza, conferenze come quella, denominata “Event 201” – trovate tutto su internet – erano già state allestite ma il caso ha voluto…

Pochi giorni fa su Repubblica ho letto un’intervista a Enrico Letta, noto esponente dei Radical Chic di Sinistra Italiani, il quale auspicava una “alleanza mondiale contro il virus” e poi un “governo mondiale”.

Che sia questo l’obiettivo, un governo che ci controlli intimamente, che sappia dove siamo, con chi, che limiti le nostre libertà?

Un governo mondiale apparentemente democratico, rispettoso della Natura e in realtà dittatoriale?

Non so rispondere, io come mia zia auspicherei che tutto questo caos fosse di origini casuali o “volute da Dio” e che il virus davvero è nato nel mercato di Wuhan nel novembre scorso (quando gli atleti dei Mondiali di Atletica per Militari già se n’erano andati) nelle cellule di un pipistrello, io vorrei credere all’ipotesi “naturalista” e considerare, come fa lei, infermiera del Pronto Soccorso di Toledo Lodigiano, il dolore che sentiamo come un’occasione, un momento di riflessione in vista di un futuro migliore.

Se penso al futuro però lo vedo militarizzato, con meno libertà e ancora più globalizzato.

Spero comunque che sia io a dire una cazzata e non la zia (si chiama Milena Sansevero, è di origini napoletane come me e mamma) cioè quando Milena parla concitata in sala davanti a noi –  la luce fioca del sole di questo marzo pazzerello le illumina la faccia stanca per i turni impossibili in ospedale – io voglio crederle, voglio sentire l’ottimismo che sente lei, la sua stessa fiducia nel futuro, voglio provare lo stesso orgoglio che lei prova di combattere la giusta battaglia, dalla parte giusta, invece l’ammiro sì, la invidio e sogno di essere lì con lei, in prima linea, di aiutarla a salvare vite al posto di vivere recluso nella stessa cameretta che usavo da bambino, a chattare mentre mamma prepara ossessivamente da mangiare… l’ascolto ma credo che lei, mamma, io, tutti noi in questo momento siamo manipolati, usati, strumentalizzati per strani e oscuri scopi che non capiamo.

Invidio chi ha fiducia in Dio e prego che abbia ragione, che siano Dio e la Natura a volere che succeda ciò che sta succedendo.

Perché se in questo caos c’è lo zampino dell’uomo… allora siamo fottuti!

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