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Antivirus – capitolo 13

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In mezzo a questo Kaos, sto scrivendo un romanzo. A fine Kaos – se Dio vuole – ne farò un ebook

Segue il capitolo 13.

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Non ce la faccio più, la quarantena mi sta consumando, finirò anche io come quel vicino di casa che ha tagliato la testa alla madre.

Io a mamma voglio bene ma lei ha quella voce gracchiante, aggressiva che vorrei tanto che non usasse o usasse in altro modo. Invece quando esco dalla mia prigione – dalla mia camera – per andare a fare una passeggiata in corridoio, mi tocca sentirla attraverso la porta della cucina che dice, via skype:

  • Arminia, io ti capisco e ti do ragione. Ma questa idea di un riavvicinamento è sbagliata. Le cose non saranno più come prima, neanche lontanamente. Lui non accetterà mai di diventare tuo amico perché lo hai tradito. Perché tu sei e sarai la colpevole. Quello che puoi fare è ottenere l’usufrutto dell’appartamento nel quale vivi, fino a quando i figli ne avranno bisogno, cioè fino ai loro 18 anni anche se sull’età e sul livello di maturità raggiunto potremo negoziare…

Arminia è una delle clienti che lei ha preso in simpatica: separata, vive nell’appartamento che era della madre di lui, coi due figli suoi e di lui. Lavora vicino a dove risiede, non ha capitali né proprietà, vive del suo lavoro, i bambini l’adorano… Monica (mia madre) lotta affinché le vengano riconosciuti i suoi diritti e accetta che la signora la chiami per chiarire, chiedere consigli… Quella vorrebbe conquistare l’amicizia dell’ex marito, costruire un nuovo rapporto e mia madre perde minuti, ore a spiegarle che è impossibile, una volta partiti per il litigio si deve litigare, si deve combattere e c’è uno che vince e uno che perde, così è la vita.

Monica si agita, urla, gracchia tutto il tempo e se non lo fa con Arminia, lo fa con Maria Vittoria Atlanta (che nome!) oppure con Rosangela Lopez, una spagnola appena separatasi da un lodigiano. Tutte donne, sì, mia madre difende solo donne incazzatissime con ex mariti, o in pericolo a causa di ex mariti incazzatissimi.

Quando non lavora cucina, sempre col telefono all’orecchio, io apro la porta, entro per prendere una barretta di cioccolato e la sorprendo, in vestaglia da letto verde, sopra ai fornelli che taglia pomodori, cipolle, prepara un soffritto o riempie la caffettiera per miscelare quel simil-espresso napoletano con la schiuma che solo lei sa fare e, mentre interiormente e fanciullescamente gongolo di felicità per la certezza che in questa quarantena non morirò di fame, lucidamente la osservo e vedo la bocca contorta, spesse le rughe.

Lei intanto grida:

  • Mia sorella è un’eroina e non ammetto che qualcuno la metta in dubbio. E poi senti, ne ho i coglioni pieni di voi… di voi… complottisti!

Mi osserva e cerca di non farsi ascoltare abbassando per un attimo il tono della voce che subito però torna al livello normale, consueto, cioè altissimo.

  • Sei tu che hai avuto il coraggio di dire che non sta morendo nessuno, che questa è un’influenza normale? Sei consapevole dell’enorme cagata che ti è uscita dalla bocca? E poi… e poi… ho anche ascoltato (o forse l’ho letto su facebook) di qualche idiota che pensa che sia tutta una montatura e che negli ospedali non stia succedendo niente. I medici, gli infermieri sarebbero in combutta con il governo, vorrebbero aiutarlo a gettare le basi di una nuova dittatura. Queste cazzate solo quel pazzo di mio…

Stava per dire “Figlio” ma si fermò, si placò osservandomi. Ero lì, in cucina, davanti a lei, alto, magro, stralunato con una barra di cioccolato in mano.

  • Di mio… – insistette senza sapere come continuare.
  • Di mio… Scusa adesso ho da fare, devo cucinare per mio figlio e mia sorella, che tra poco torna dall’ospedale. Ci sentiamo domani.

Forse parlava con Arminia che è diventata anche sua amica o con Paolo, un signore anziano che porta fuori il cane nel parchetto vicino casa e li ho beccati una volta, lui e Monica, che fumavano insieme. Mia madre ha sempre avuto un rapporto burrascoso con gli uomini, quindi non dubito che al telefono stesse urlando con lui.

Urlando no: gracchiando.

Per sgranchirmi le gambe, adesso che mamma e zia insistono che “devo rimanere a casa a qualsiasi costo”, cammino avanti e indietro nel corridoio parlando al telefono con mio padre, chiuso nel suo appartamento a Copacabana.

Marco Ferrari dice che si annoia tantissimo e che in Brasile niente è chiaro, dice che nei giornali italiani e spagnoli si parla di un possibile colpo di stato ma non si capisce se pro o contro Bolsonaro; nella stampa e nei media brasiliani invece si racconta del conflitto tra il Presidente e il Ministro della Sanità. Il Presidente vorrebbe mandarlo via e obbligare tutta la popolazione a tornare al lavoro. Sembra però che i vertici delle Forze Armate glielo abbiano impedito. Anche se, come dice papà “In Brasile è possibile tutto e il contrario di tutto” cioè anche che Bolsonaro stia organizzando il tanto desiderato Colpo di Stato. Risultato: Marco esce di casa solo per andare a fare la spesa.

L’altro giorno però si è spinto fino al mare, fino all’oceano (io l’ho visto in fotografia, è uno spettacolo: onde alte, spiaggia selvaggia, donne) ma è stato fermato dalla Polizia che lo ha obbligato a tornare sui suoi passi e ciò è successo perché chi comanda la Polizia Locale è il Governatore dello Stato di Rio e non il Presidente della Repubblica.

 

Finito di camminare e di parlare con mio padre, divento schiavo, prigioniero dell’ansia.

Di solito chiamo Vanessa, la mia ragazza, “quella che mi scopo”  (che mi scopavo prima di tutto ‘sto casino)

Ma non le telefono perché mi parli di lei; lei ci prova a raccontarmi di come passa il tempo tra i manuali della Bicocca di Milano e la produzione tardo pomeridiana-serale di una fantastica torta alle mele insieme alla sorella minore e alla nonna (in casa sono quattro donne: Vanessa, la sorella minore, la madre e la nonna). Io fingo interesse ma poi sposto il discorso sull’argomento che davvero mi sta a cuore: sua sorella maggiore che vive in Cina con il marito e le due figlie.

Vi riassumo brevemente la questione (credo che, quarantena permettendo, avremo modo di approfondire): la sorella di Vanessa, laureata in Filosofia, master in Cooperazione Internazionale, specializzatasi nel settore sanitario, area della ricerca epidemiologica (io sono l’unico fancazzista della mia generazione, a Toledo Lodigiano!) si è sposata con un architetto romano (da lì è nata la vocazione della mia ragazza per la Bicocca) col quale è andata a vivere in Cina a spese dello studio milanese per cui lui lavora. Lui progetta e costruisce, assieme a un centinaio di collaboratori, torri residenziali, uffici, malls, il tutto a una velocità supersonica rispetto ai tempi italiani e con pochissima burocrazia.

Abitano a Shangai che, a detta loro, è una megalopoli improntata al business, tipo New York. A Shangai sono stati sorpresi dal Coronavirus e hanno vissuto due interessanti epopee, la prima per andare in Italia, a Milano e mettersi al sicuro dal virus cinese e la seconda per tornare in Cina a lavorare, in fuga dal virus italiano.

Ecco, spesso capita di sera che io, chiuso nella mia cameretta, chieda a Vanessa di parlarmi di loro e, tra le tante cose, ho trovato singolare che il 22 gennaio l’architetto fosse a Wuhan per un progetto – tutti già indossavano le mascherine e per lui fu una sorpresa – poi andò con la famiglia in vacanza in Tailandia (nel villaggio-bungalow nel quale pernottarono in molti si preoccuparono del fatto che loro provenissero dalla Cina); dalla Tailandia, visti i casini sorti in Cina, partirono direttamente per Milano con pochi bagagli pieni di costumi e senza niente per l’inverno.

A Milano si misero in quarantena e soffrirono ostracismo nel condominio situato alle porte della città, vicino al capolinea della Linea Gialla della metro, a causa dei passati cinesi.

Finita la quarantena, una sera visitarono Bergamo, altro centro d’infezione epidemica, allora pulito, per una cena con amici (l’architetto è stato a Wuhan, Bergamo e Milano e non ha preso nemmeno un raffreddore!).

Ripartirono per la Cina quando in Italia erano cominciati i casini; adesso sono in quarantena a Shangai, chiusi dentro casa dalle autorità che gli hanno piazzato un allarme alla porta e hanno invitato i vicini a denunciarli casomai si azzardassero a uscire in cortile senza mascherine.

 

Spesso capita che io di sera ascolti al cellulare Vanessa che mi parla della famiglia della sorella e mi permette di viaggiare con la  mente, mentre sono chiuso in casa come tutti.

Poi sempre mi viene un gran mal di testa, il “mal di testa serale da quarantena”.

E la cura per questo male è solo e sempre quella consigliata dai saggi orientali e d’occidente, concordi su tale punto con i peggiori spacciatori lodigiano-milanesi tra i quali Sadik, il mio marocchino preferito.

 

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