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Qualche storia, dal Brasile

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Grazie all’intuizione di un’amica, ho rivisto e corretto un romanzo che avevo cominciato a scrivere più di dieci anni fa. All’epoca, cercavo una ragione, il perché ero andato a vivere in Brasile e, raccontando la mia storia, m’ero convinto che l’avrei trovata. Poi, scrivendolo e vivendo qui in Brasile, mi ero accorto che non mi interessava più giustificarmi. E poi, davanti a chi?
La mia amica ha capito che alla prima versione del testo – che ho pubblicato nel formato audiolibro – mancava qualcosa, cioè il controcanto brasiliano. Mi ero limitato a raccontare la parte italiana. Allora, scartabellando nel computer, ho trovato vari testi, vecchi racconti, testi autobiografici e no, che facevano al caso. Ho rivisto tutto, ho aggiunto 15 capitoli all’antica versione e ne è nato un romanzo nuovo che, mi pare, finalmente funzioni.

Come sempre, e ancora di più in epoca pandemica, mi muovo ora a tentoni, cercando editrici italiane che valutino il testo.
La versione audiolibro, con meno capitoli, è online, in vendita, ma io, d’accordo con l’editore, ho ceduto solo i diritti per l’audiolibro, quindi posso pubblicare il romanzo come ebook o cartaceo, con chi possa esserne interessato. Mi piacerebbe, nel caso, tenermi i diritti per l’audiolibro, che potremmo completare con le parti mancanti.
Segue un estratto, che non è l’inizio, ma dà una idea della storia e dello stile.

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Piovigginano fili d’acqua leggeri che sbattono contro le mattonelle del pavimento del cortile, rimbalzano e schizzano sulle mie caviglie scoperte. Io tolgo il piede dal sandalo e accavallo le gambe mentre fumo, così mi bagno solo una caviglia, l’altra, sospesa, è protetta ora, come il resto del corpo, dalla chioma dell’albero.

Non fa freddo. È piacevole osservare l’acqua che cade, sentire il profumo di una primavera tropicale che per noi europei è quasi estate, il profumo di lavanda e di fresco che viene dalle foglie e dai fiori bianchi; è bello chiudere gli occhi e ascoltare il ticchettio della pioggia, il ritmo lieve delle gocce che sbattono sul pavimento infinite, finite, eterne e con le ore contate, come noi.

È bello fumare ad occhi chiusi e sbuffare fuori il fumo che raggiunge le foglie e porta via, porta lontano i miei pensieri neri che si mescolano al ricordo che ho dello spirito di Pai Joaquim, come un padre per me, si mescolano alla mia silenziosa invocazione di misericordia e pace. Non so dove abiti Pai Joaquim, non so dove sia in questo momento, non so nemmeno se esista, so che ci ho parlato qualche volta e lui sapeva cose di me che io non gli avevo detto e che il mio amico Celio, che lo incorporava, non conosceva. Pai Joaquim conosceva Aurelio, il nonno, e sapeva che tutti i giorni si faceva la barba con una lametta che custodiva in una cassetta di legno assieme alla spuma, a una spazzola con la quale si spalmava la spuma sulla faccia, a uno specchio rettangolare e un pettinino. Aurelio si sedeva al tavolo della cucina, preparava il kit barba con accuratezza e, fissandosi le lunghe ciglia grigie da diavolo, si radeva il viso lentamente, la lametta produceva un suono duro, una specie di crack che rimbombava nelle mie orecchie mentre lo osservavo. Non so se al nonno piacesse che io rimanessi in cucina con lui, ma certamente non gli dava fastidio. Si radeva fino all’altezza del collo, ci teneva a sentirsi perfetto, pulito. La nonna intanto già sferragliava, preparava le pentole e la teglia, raccoglieva le verdure dai sacchetti sparsi per terra (si era alzata presto e alle otto già era tornata dal mercato) e le metteva a bagno nell’insalatiera, dentro al lavandino.

  • Piera – diceva il nonno – cosa c’è oggi per pranzo?
  • Oggi faccio una minestra con le poracce che hai raccolto ieri al mare. E dell’insalata.
  • C’è un po’ di prosciutto?
  • Sì, Aurelio. L’ho comprato stamattina.

Lui era felice di sapere che avrebbe mangiato bene. Ci teneva al pranzo (la sera si cibava degli avanzi), era un momento cruciale della giornata. Se mangiava male, se pranzava male, poi dormiva male durante la pennichella delle due, si svegliava male e la giornata prendeva direzioni inaspettate. Se mangiava bene significava che la Piera ci aveva messo l’anima in quello che aveva cucinato, significava che lei ancora l’amava e si preoccupava per il suo appetito. D’altronde Aurelio già era anziano e, al di là di qualche passeggiata con il fratello e con Corrado, di pochissime partite a bocce sulla sabbia o in cortile con noi, al di là di sporadiche gite nel “moscone” durante le quali pescava qualche pesce, fondamentalmente si annoiava. Gli erano rimaste solo la Pierina e la televisione. In tv guardava la boxe e si incazzava davanti al telegiornale inveendo contro i politici.

La moglie era una ragione di vita.

Probabilmente lui si sentiva vivere attraverso le attività frenetiche di lei, partecipava sì ad alcune di esse, spesso cucinavano insieme il pesce ed era il nonno l’addetto alla graticola, ma per la maggior parte del tempo lei si muoveva sola. Si alzava prestissimo e, quando ne sentiva l’ispirazione, la Pierina andava a pregare in bicicletta nella chiesetta di San Francesco, costruita sulle pietre dell’acciottolato etrusco del centro di Pesaro.  Io la ricordo vestita di nero ma può essere che la mia immaginazione la voglia assimilare a una vecchina siciliana dedita al rosario, lei invece era pesarese e in chiesa le piaceva accendere qualche candela, recitare un Padre Nostro, un Ave Maria e poi raggiungere le signore di una certa età che, sedute nelle prime file, recitavano, sì, il rosario tutte insieme. Una diceva le prime parole, ripeteva una frase di una preghiera e le altre la seguivano. La nonna non aveva tempo di restare fino alla fine delle orazioni, per una ventina di minuti però si concentrava, non so a cosa pensasse, forse alla famiglia, al marito, al figlio o a me, forse chiedeva a Dio di proteggermi. Lei in Dio ci credeva, era devota, pensava che esistesse una volontà superiore alla quale noi dobbiamo rassegnarci. Era cosciente di non essere l’artefice del suo destino, cioè lei ci provava ma senza la volontà di Dio nulla poteva. Il marito credo la pensasse come lei, lui però con Dio si incazzava, si incazzava per il Male sulla terra, si incazzava coi politici o quando il suo campione di boxe preferito perdeva e allora bestemmiava.

  • Aurelio! – gli diceva la Pierina con tono di rimprovero. E lui la fissava, inquieto.

Il nonno aveva degli splendidi occhi grigio chiari, era bello da anziano ed era stato bello da giovane. La nonna era piccolina, gentile, era la mia fatina buona. Era premurosa con tutti noi ma litigava spesso con la sorella e con mia madre. Con Renata, la sorella, il litigio durò anni. Cominciò per motivi economici legati all’eredità del bisnonno e poi si trasformò in un rancore da parte di Renata che io non capii mai ma so che fece male alla nonna, la rattristò dopo la morte di Aurelio, la fece sentire ancora più sola. Con mia madre invece si lanciavano continue frecciatine nascondendo subito l’arco e la mano e io, che assistevo, mi arrabbiavo con Giusi e prendevo le difese della fatina. La nonna era gelosa della nuora che le aveva rubato l’unico figlio e voleva che Giusi trattasse Marco come un re. Quello che mia madre faceva, il modo in cui sistemava il letto, stirava, puliva la casa non andava mai bene perché non ci metteva lo stesso amore che ci metteva lei. Giusi, dal suo canto, covava rabbia, si sentiva trattata male e umiliata, costretta, quando veniva a Pesaro da Milano, a pernottare dalla suocera perché la madre e il fratello erano malati, erano depressi e io nella loro casa non ci volevo stare. Si sentiva umiliata dalla suocera perché sapeva che in realtà l’avrebbe dovuta ringraziare ma lei non voleva farlo, lei voleva mandarla a quel paese. Mio padre faceva da paciere tra le due e io ho sempre ammirato l’arte diplomatica di Marco appresa forse nel lavoro all’Eni dove ebbe anche un centinaio di dipendenti tra i quali molte donne che, a suo dire, gli diedero delle gatte da pelare.

Ma non è che la casa della nonna Rina e dello zio Paolo a Pesaro, in via Del Maino, non lontano dalla parrocchia del Cristo Re, fosse quella delle streghe. Era un bell’appartamento al primo piano, nell’atrio del palazzo si respirava un’aria fresca, frizzante e le scale lucide parevano di marmo. Quando si entrava però la sensazione di fresco spariva e subentrava quella di chiuso, le finestre non le aprivano mai e il bagno puzzava. Era mia madre che apriva tutto e credo sia nata lì la sua abitudine (che io odiavo) al mattino presto in pieno inverno di spalancare le finestre della nostra casa di Milano e quella di pulire, ripulire e pulire un’altra volta fino a che le mattonelle e i vetri brillassero di tanto trasparenti.

L’atmosfera nell’appartamento della nonna e dello zio era opprimente, la sofferenza di entrambi era palese. La nonna viveva nel terrore che arrivasse qualcuno e le rubasse i pochi risparmi, i pochi soldi che le aveva lasciato il marito prima di morire in un incidente d’auto. E già era successo che alla sua porta bussassero fattucchiere offrendole la formula magica che avrebbe riscattato il figlio dalla schizofrenia in cambio di un lauto pagamento e lei aveva ceduto, ci era cascata e aveva continuato a pagare fino a quando la figlia l’aveva avvisata della truffa. In quelle occasioni mia madre si lamentava della sorella perché diceva che faceva pochino per Paolo e per la Rina, li visitava raramente, non si preoccupava, lasciava tutto il peso di quell’incombenza sulle esili spalle della Giusi. Mio padre comunque l’aiutava, insieme risolvevano i problemi della nonna e dello zio, li accompagnavano dai medici, in farmacia, e anche da loro ci sedevamo tutti insieme a mangiare per il sacro rituale che era il pranzo in quel di Pesaro negli anni della mia infanzia.

Mia nonna spesso serviva ravioli in brodo e lo zio praticamente li beveva succhiandoli dal piatto, io ridevo, la nonna diceva “Ma Paolo, mangia bene!” e lui rispondeva in dialetto “Ma dai che non posso neanche mangiare come mi piace!”. La mamma allora mi lanciava un’occhiataccia con i suoi splendidi e terribili occhi azzurri uguali a quelli della Rina; chi aveva gli occhi castani erano il padre e la sorella, mio zio non ricordo di che colore avesse gli occhi.

Dopo i ravioli arrivavano la carne lessa e le erbette e magari qualche cascione fritto, immancabili erano il formaggio stracchino e il commento di mio padre: “Ma come mangiate pesante in questa casa!”. Era un vanto il suo, quello di venire da una famiglia nella quale si cucinavano fritti che non erano così pesantemente intrisi d’olio.

Mia madre veniva da una famiglia che aveva avuto un certo prestigio quando il nonno Gianni era stato presidente del Consorzio Agrario di Pesaro, poi però, dopo la malattia di Paolo, le cose erano andate male e, a detta dei più, erano caduti in disgrazia. Per questo la Pierina, la fatina, nutriva un sentimento ambiguo verso di loro: da un lato li considerava dei signori che avevano avuto del potere e dei soldi, dall’altro credeva di avergli fatto un favore perché aveva accettato che il figlio si sposasse con una donna dei Pasquini nonostante loro fossero, come si diceva in giro, “caduti in disgrazia”. E mia madre di fronte a queste congetture non reagiva certo bene…

I pranzi dalla Rina si concludevano con il panettone che Paolo adorava e poi con l’immancabile regalo da parte dello zio. Dai miei cinque anni fino a quando ero già più alto di lui, mio zio mi regalò una macchinina giocattolo in tutte le ricorrenze in cui ci vedevamo. Stesso modello, diversi colori, rosse, blu, verdi, lui era felicissimo di consegnarmela dopo avermi detto: “Vedi, Matteo, ti ho fatto un regalino”. Io gliela scartavo davanti.

  • Ti piace, ti piace? – mi chiedeva.
  • Certo che mi piace, zio – gli rispondevo.

 

Ricordo che davanti al tavolo della cucina c’era un vecchio giradischi che mi incuriosiva ma non funzionava mai. I colori della sala nella quale pranzavamo o raramente cenavamo tendevano all’azzurro acqua mentre quelli della cucina della nonna Piera erano giallo sole. Il tavolo attorno al quale eravamo seduti era lungo, ampio, tutto era imponente e vecchio in quella casa anche la sedia nello studio, questo sì fortemente illuminato; la sedia di legno, larga, sulla quale la nonna si metteva quando faceva i conti delle spese, era antica e esprimeva una certa nobiltà, almeno il ricordo di un passato con uno tocco di nobiltà (si diceva che un parente fosse stato vescovo a Roma). Su quella sedia la Rina era nel suo trono, china sulle carte tutte scritte fitte in una splendida calligrafia e sui fogli, foglietti e fogliettini pieni di numeri. “Vedi Marco, mi hanno fregato!” diceva e mio padre era l’addetto alla revisione dei conti. Teneva la contabilità di tutti, della nonna e dello zio Paolo, di Aurelio e della Pierina e la nostra a San Donato. Oggi, quando vado in Italia, mi aiuta ancora a tenere d’occhio i miei conti e a capire dove se ne vanno a fine mese i soldi che guadagno e quelli che mi manda lui…

La nonna seduta nella sua sedia quando ci vedeva sulla porta faticava a venirci a salutare, alzarsi per lei era difficile, era grossa. Aveva i capelli fini, le guance lisce. La ricordo con una vestaglia azzurra e verde a quadrettoni, la bocca un po’ sporca a causa dell’ultimo dolcetto post cena, io che mi avvicino e le dico “Nonna, sei sporca qua” e le passo un dito sulle labbra. Lo zio lo ricordo con i pantaloni eleganti, di flanella, le ciabatte marroni, grosse, quasi dei ciabattoni, una cintura nera e la pancia sporgente sotto una maglietta bianca della salute uguale a quella che indosso io, mentre fumo; lo zio con il suo sguardo un po’ perduto ma sorridente e noi tre, io, la mamma e il papà che abbiamo fretta di raggiungere la macchina parcheggiata sotto che ci riporterà a Milano, a San Donato, alla nostra vita di tutti i giorni.

L’ultimo sguardo glielo lanciavo dalla rampa delle scale, loro erano usciti di casa e con le  mani sulla balaustra ci osservavano. Erano soli, spauriti, parevano due orfani.

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Nel terreiro, durante un rituale per Obaluaê, io solo pensavo a mia figlia. Julia infatti era con la sorella, la madre stava lavorando e sarebbe tornata molto tardi, era quasi mezzanotte… I medium nel rettangolo ampio e piastrellato nel quale si svolgono i lavori spirituali erano posseduti dalle entità, cioè da quell’unico orixá che è Obaluaê, signore del passaggio dalla morte alla vita, dalla vita alla morte, signore delle malattie e delle guarigioni. È, questa, un’incorporazione forte: gli uomini e le donne posseduti si piegano a novanta gradi e camminano piano, muovendo le mani; dopo averle poste una sopra l’altra simulano la presa di qualcosa, forse di un bastone o di uno strumento di lavoro. Le loro schiene e teste vengono ricoperte da un bianco lenzuolo perché nessuno può vedere Obaluaê in faccia. Piegati a questo modo, vestiti di bianco, agitando le mani, i medium e le medium ringhiano, emettono cioè un verso rauco, rabbioso che pare quello di un animale o di un essere umano che si lamenta. Nel rettangolo che configura la parte centrale del terreiro di Abolição, vicino a Méier, ringhiavano in venti. E quando lo spirito se ne è andato, in venti sono caduti a terra e noi che non eravamo posseduti abbiamo tenuto le loro teste sollevate dal pavimento. Alcuni dopo l’incorporazione di Obaluaê vomitano, ma fortunatamente nessuno ha vomitato l’altra sera anche se Tainá, una delle spiritiste più sensibili, dopo la sessione è stata male… Mentre succedevano queste cose, io entravo e uscivo dal rettangolo di gioco, salivo le scale col telefono in mano per chiamare prima a casa, poi mia moglie.

«Allora le sono venute a prendere alla festa?»

«Non ti preoccupare. La mia amica le riporta indietro».

Ero preoccupato per Julia e per la mia figlia acquisita Milena che, senza che la madre fosse in casa, dovevano tornare da una festa, aprire la porta, andare a dormire e aspettare me che ero al terreiro per l’incorporazione di Obaluaê. Sentivo i tamburi, gli schiamazzi, le mani che battevano, i medium che, posseduti, ringhiavano e aspettavo che al telefono di casa rispondesse qualcuno. Julia e Milena infatti non hanno il cellulare e io non avevo il numero dell’amica di mia moglie che le stava accompagnando e avrebbe aspettato che fossero entrate. Nel terreiro mi sono chinato per reggere la testa di Guilherme ed evitare che si facesse male nel momento di quasi svenimento che segue la fuga dello spirito dal rettangolo di gioco (e dal suo corpo). Nel terreiro ho retto Elaine che s’era lanciata all’indietro con le mani alle tempie, tutta sudata dopo che l’energia, lo spirito di Obaluaê se n’era andato. Poi sono corso di nuovo al secondo piano a telefonare a casa e finalmente ho sentito la vocina di Julia, che un po’ mi ricorda quella di mia nonna, al telefono.

Il giorno dopo sono andato a una festa in favela, con mia moglie. Nella favela Rocinha, quartiere Vila Verde, per arrivarci devi salire dieci minuti di scale tra spazzatura e cani magri. La luce è soffusa, fragile, ci sono baretti ai lati della stradina, qualche ubriaco, qualche bevitore del sabato sera. Dietro l’angolo, sul muro c’è scritto “qui i proiettili sono vaganti”. Scale ritorte, scalette, scalini sdrucciolevoli e cani sempre troppo magri ci hanno accompagnato fino alla casa dell’amica. Io non dovevo bere, non potevo bere. E mi ero ripromesso di fumare meno, magari di smettere. Ma la festa era bella, la gente simpatica, le canzoni aggressive, tutti danzavano tranne me e Charles, un figlio di Cearenses (del nord est brasiliano), un tipo bianco di pelle e calmo, la cui moglie si sballottava tra il popolo danzante su e giù, giù e su, assieme alla mia. Ho lasciato Charles da solo e sono andato a ballare, male, come al solito, ma ho ballato. E fumato, e bevuto. Mi sono divertito e la notte si è trasformata in uno splendido incontro a tu per tu con Maria, un incontro simile a quelli che ci concedevamo più di dieci anni fa, quando in favela ci vivevamo anche noi, quando ci conoscevamo da poco (e non eravamo ancora sposati).

Nelle poche ore in cui ho dormito ho poi sognato che ero a San Donato nella provincia di Milano, dove sono nato. Ero in via Primavera davanti alla villetta che era stata di Lorenzo e Francesca, una bella villetta a due piani con giardino. Una casa accogliente nella quale oggi non vivono più i miei amici, non ci vive nemmeno la loro sorella; la casa infatti è un ostello frequentato soprattutto dai parenti dei pazienti ricoverati nel Policlinico di San Donato, uno degli ospedali più specializzati d’Europa (per operarsi al cuore ci vengono anche dalla Svezia).

Ero davanti a quella casa che per me ha significato tante speranze, sogni, qualche amore, ma soprattutto una bella amicizia. Ero davanti all’ostello e cercavo i miei amici ma sapevo che loro non c’erano perché Lorenzo lavora in Turchia e Francesca ha seguito il marito in Cina. Mi mancavano, mi mancava l’atmosfera accogliente di quell’ambiente e loro madre che con me e con tutti era sempre gentile. Era la più bella villetta di San Donato; la porta dello scantinato, per noi della combriccola, era sempre aperta. Ma oggi, se ci tornassi, troverei un ostello, solamente, perché Lorenzo è in Turchia e Francesca in Cina (e la terza sorella, Giulia, quella che conosco meno e quando è nata l’annusavo e Francesca mi diceva che ero pazzo – o forse si preoccupava che potessi farla cadere dal lettino – Giulia è in Scozia dove ha appena concluso gli studi di psicologia).

12 Commenti

  1. ieri parlavo con un amico di mio figlio, trovó lavoro mesi fa in una finanziaria. condizioni:
    – non esiste piú salario (grazie alla riforma del lavoro di bolsonaro)
    – non esiste piú orario di lavoro (12-13 ore al giorno)
    – non esiste piú contratto nazionale di categoria
    – a cottimo, percentuale sul venduto (convince la gente a stipulare prestiti). ma chi la decide la %? il padrone, ed é talmente bassa (1.5%) che a fine mese a malapena racimola 500-600 reais, mentre il salario minimo é 1045 (e giá é ridicolo, 165 euro).
    la schiavitú.
    ditelo a quegli ANIMALI che simpatizzano con questo signore.

  2. Lucio, 1 asino è 1 animale, 1.000 asini sono 1.000 animali e così via, ma oltre 1.000.000 di asini diventano un piccolo esercito e oltre 10.000.000 di asini diventano un esercito difficile da sconfiggere.
    Così è, purtroppo. Cmq siamo a metà legislatura e tra un paio di anni spero ci sia un ribaltone anche se le proiezioni sono ancora oggi favorevoli al capo degli “asini”.
    PS: mi dispiace sinceramente per tutti i lavoratori/lavoratrici trattati/e come tuo figlio, e sono in tanti oggigiorno in Brasile.

  3. ……..assolutismo che non condivido. Sarebbe come dare ragione a chi sostiene che: “le donne sono tutte puttane al di fuori della propria moglie e della propria mamma”. Oppure a chi dice che: “gli Italiani sono tutti mafiosi e ladri al di fuori della persona alla quale stano parlando”.
    Buon tutto.

  4. Lino……..assolutismo che non condivido. Sarebbe come dare ragione a chi sostiene che: “le donne sono tutte puttane al di fuori della propria moglie e della propria mamma”. Oppure a chi dice che: “gli Italiani sono tutti mafiosi e ladri al di fuori della persona alla quale stanno parlando”.
    Buon tutto.

  5. alex, in un mondo o Paese normale e civile è come dici tu. Ma questo mondo e questo Paese non è normale e nemmeno civile, quindi…….non è come dici tu.

  6. Lino…..eufemismi a parte, io ho compreso bene cosa intendi dire tu e sono certo che tu hai compreso bene cosa ho inteso dire io. La sola comprensione però non significa condivisione. Tirem inanz.

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