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brano scritto nel 2012

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A Copacabana, agli inizi, non avevo motivi per restare. Avevo perso la ragazza di cui ero stato amante che assomigliava alla donna che stamattina si cambiava le scarpe al bar, stessa aria sexy e gelida, stesso sguardo capace di farti raggiungere la vertigine del piacere e di sradicarti dalle fragili fondamenta con una giravolta dello schienale della sedia. Un’immagine per questa signora (alla quale, tutto sommato, devo il timbro nel passaporto): seduta alla scrivania, i piedi arrogantemente sopra il tavolo, la gonna che sfila a metà coscia.

Mi ricordo di me che camminavo sul lungomare, non so dopo quale bevuta, e osservavo, come faccio ancora, le onde dell’oceano chiedendogli informazioni, un vaticinio, mostrandogli attraverso gli occhi tutto il mio amore, e una voce che mi diceva tu non te ne vai, tu rimani. Fu la prima volta che pensai a me come a un uomo coraggioso. Potevo tornare, dichiarare fallito l’esperimento della fuga in Brasile: in fondo Vasco Rossi, uno dei miei attuali mentori, non aveva scritto che lasciare l’Italia per l’Africa, il Messico (e perché no? Il Brasile) era una fregatura?

Io poi ero proprietario di un appartamento tra le case popolari di Serenella, a San Giuliano Milanese, sopra al bar del Pugliese e agli spacciatori di droga venuti dalla Nigeria (che il Pugliese stipava nei suoi appartamenti a prezzi altissimi). I miei genitori vivevano a San Donato, in Via Europa, in uno splendido condominio col giardino. Potevo andare da loro. Ma l’oceano aveva detto che dovevo restare. Chi ero io per contraddirlo?

Frequentavo questa coppia stravagante, composta da una guida turistica isterica e, forse, ladra e un professore cileno che pensava solo ad andare a puttane, facendo arrabbiare la guida. Lei (che si chiamava Marta ed aveva la pelle lucida, scura) mi disse che lui, Jorge, dai capelli grigi, magro, pieno di peli sul petto e riseccato dal sole, in Cile aveva per amante la moglie del figlio.

Una volta, ubriaco, arrivai a casa loro alle sei del mattino e mi gettai sul tappeto davanti al letto, dove dormii. Poche ore dopo mi svegliai nel mio vomito; telefonai a mio padre e gli dissi che andava tutto bene, che avevo quasi trovato un lavoro… In effetti avevo consegnato il numero del mio telefonino a un corso di lingue della Siqueira Campos, a Copacabana, gestito da un altro cileno… Avevo accompagnato Jorge nelle sua ricerche e, sfruttando l’occasione, mi ero fatto avanti. Chiamarono. Quando il cileno si presentò per candidarsi all’insegnamento dello spagnolo gli dissero che in realtà volevano me. Non avevo un visto di lavoro, non parlavo bene il portoghese, ma il sabato mattina alle nove in punto era prevista la prima lezione di un corso intensivo di italiano. Ricevetti il libro di testo il sabato stesso. Ricordo che un sole eccessivo batteva contro le pareti azzurrognole. La lavagna era mal fissata alla parete e mentre ci scrivevo quella cedeva, costringendomi a reggerla con entrambe le mani. Parlai un pessimo portoghese, alcuni alunni mi chiesero da quanto tempo vivevo in Brasile, uno commentò che corso di merda, raccattano gli insegnanti in spiaggia!

In molti abbandonarono l’aula e io spiegai il presente del verbo essere e del verbo avere ai rimasti. Alla fine della lezione, una ragazza bionda dagli occhi azzurri alzò la mano e mi chiese se davo lezioni private. Io risposi di sì; così il lunedì pomeriggio la visitai a Leblon, quartiere altolocato vicino alla collina Dois Irmãos, dove vive la créme della créme della società carioca.

Era una puttana. Me lo disse subito. Veniva da Rio Grande do Sul ed era l’amante di un italiano, un sardo proprietario di una catena di supermercati, sposato e con figli. Lui le mandava mille euro al mese e stava pensando di abbandonare la famiglia per lei. Le telefonava tutte le sere alle nove per rassicurarsi che fosse in casa e non si prostituisse più. Lei gli parlava (per questo aveva bisogno di me) e poi usciva per lavorare. Faceva la puttana come scelta di vita, non era sfruttata, veniva da una buona famiglia; siccome l’italiano le pagava anche l’affitto, i mille euro e i guadagni serali erano tutti per lei.

Studiò con regolarità e imparò in fretta la mia lingua.

Grazie a lei, io riuscii a creare un metodo: scelsi un libro di testo e decisi di dividere ogni lezione in due parti, una di sola grammatica, l’altra di conversazione.

Con lei viveva un’altra donna che credo si chiamasse Bruna. Aveva il viso pienotto e i capelli fino al collo. Era triste e, spesso, con un occhio pesto. Si lamentava dei clienti, del fidanzato, della madre, del padre. Noi l’ascoltavamo con una certa pena. Bruna poi, per spirito di emulazione, decise che avrebbe imparato l’italiano (ero diventato il professore delle puttane!).

Lei però non studiava un bel niente e chi imparava adesso ero io, esperto ormai della vita di una prostituta depressa, che beveva vodka tutto il giorno, anche durante le lezioni.

Una volta la incontrai di mattina presto, vicino all’appartamento nella Prado Junior, dove vivevo a quel tempo con un amico della guida turistica, col quale poi avrei litigato (fu quando decisi di trasferirmi in favela). Io mi stavo dirigendo al corso nella Siqueira Campos (che mi manteneva come professore benché non fossi in regola) e Bruna barcollava, appena uscita dalla discoteca; si appoggiò al muro del bar, poi fece qualche passo e si fermò davanti alla farmacia. Era in minigonna, il rossetto le macchiava la faccia, i tacchi appesi alle mani, scalza.

Mi scorse, mi abbracciò e mi diede un bacio in bocca.

  • Professore –  gridò in italiano – io ti voglio scopare!

Le lezioni, di fatto, erano servite a qualcosa.

5 Commenti

  1. Bel racconto nel quale, credo, tutti i maschietti che hanno trascorso un lungo periodo da single a Rio de Janeiro possono almeno in parte ritrovarsi.
    Quante decine di chilometri a piedi avrò percorso su quel lungomare a tutte le ore del giorno e della notte? Non lo so nemmeno io.
    Molte situazioni inverosimili in Italia possono inaspettatamente diventare realtà nella Zona Sul.
    Conosco molto bene i quartieri e le vie che hai menzionato ma, mi chiedo curiosamente, dove finisce la realtà e dove inizia la tua fantasia in questi racconti cariocas?

  2. rajash,
    per me é tutto vero, vissi molte situazioni simili, a rio 30 anni fa e altrove successivamente.
    a salvador 12 anni fa feci pure il gigoló di una puttana :))

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