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Storie da una Rio de Janeiro pandemica

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Scrivo perché sono infelice, insoddisfatto. Se fossi felice, non scriverei. Non credo però che l’infelicità sia preziosa, prezioso è il senso del dovere che ci impone di resistere. Dov’è la spingarda con cui sfracellarmi il cervello?

Un ragazzino coi bermuda sporchi e maglietta del San Paolo, scalzo, si è avvicinato a una signora, china sulla borsa e sul bancone.

– Zia, mi paghi una cena?

Lo sguardo da malandrino. Io ero appena uscito dalla sessione di psicanalisi. Piovigginava. Il lungomare trasudava attesa e impazienza. Chiuderanno tutto anche a Rio?

Quattro gabbiani sfrecciavano, intermittenti, coprendo il sole (che non c’era). L’uomo dietro al bancone stava impacchettando un açaì e un hamburger. La donna ha osservato il ragazzino dritto negli occhi. Pareva preoccupata. Lui era tranquillo, abituato a chiedere e ottenere. Avrà avuto… pochi anni.

– Tieni – ha detto lei, frettolosa forse di allontanarlo prima di consumare quanto aveva ordinato.

Dieci reais, il prezzo della fretta.

Io ho preso il sacchetto che l’uomo mi ha allungato e a passi indecisi mi sono avviato verso casa. L’elemento irrazionale, incongruo è la maglietta del San Paolo. Stasera il Flamengo si gioca il campionato contro il San Paolo. Infatti non sono sicuro che quel bambino vestisse proprio quella maglietta.

Tutta questa gente che vive in strada in queste vie sembra abituata. Sanno cosa chiedere e come chiederlo.

La signora però era spaventata o forse commossa, le avrà ricordato un figlio perduto, dimenticato. Per me tutti questi mendicanti e barboni sono apparizioni divine che ci obbligano a pensare al nulla che siamo, siamo stati e saremo.

Se fossi felice, farei altri pensieri, scriverei altre riflessioni. Ma ognuno di noi è ciò che è, io, la signora, il bambino e l’uomo al bancone. Siamo nulla che tende al nulla. In fondo, il nulla lo desideriamo, ci attira quella navicella che è atterrata su Marte, ci attrae il pensiero che la Terra un giorno potrebbe diventare come Marte. Piatta, inutile, senza vita. Per questo fissiamo quelle immagini, perché ci attrae il niente che diventeremo.

Le parole non servono a niente e non riproducono ciò che siamo. Le parole illudono, confondono i pensieri rivestendoli di una bellezza che non hanno. La bellezza, tanto decantata e cercata, non c’è, c’è stata ma non c’è. Negandola, nella realtà, la ritroviamo in un luogo che non è né dentro né fuori di noi, ma è nello sguardo fiero del bambino. Fiero di cosa?

Di aver preso 10 reais alla signora.

È tutto qui? Sì, è tutto qui.

Tutto, al momento, si riassume in quei dieci reais, nella mia infelicità, nella sessione triste di psicanalisi e nella pioggia serena che bagna il lungomare di Copacabana allo stesso modo in cui bagnerebbe Marte, se su Marte piovesse, se ci fosse, da qualche parte, su Marte, un lungomare. Adesso però bevo un caffè e smetto di scrivere.

Il bambino a quest’ora i soldi li avrà già spesi, la signora sarà tornata a casa e, sdraiata come me su un qualche letto, starà scrivendo di un tipo stempiato con la maglietta arancione che la osservava mentre lei dava l’elemosina al bambino.

Starà filosofeggiando sulla mia espressione o sulla fame nei miei occhi, sulla fretta delle mie mani mentre s’avvinghiavano al sacchetto di plastica con l’hamburger e l’açaì.

L’uomo del bancone invece ora sarà rannicchiato, in cucina, dietro alle quinte, a scrivere una poesia dal titolo “Piovigginava, a intermittenza”.

È tutto qui? Sì, è tutto qui.

8 Commenti

  1. Abbiamo obbligato gli abitanti di tutto il pianeta a fare un sacrificio, una situazione che dura da quasi 1 anno. Le piccole aziende chiudono, le persone chiuse in casa, tutto in nome della prevenzione.
    Adesso che abbiamo il vaccino la produzione non è in grado di sopperire all’enorme richiesta mondiale.
    Perchè non obbligare le aziende farmaceutiche a liberare i brevetti e permettere una produzione massiva in grado di soddisfare le richieste? Tutelare gli interessi economici di questi conglomerati a scapito delle economie dei territori non mi sembra una soluzione equa.

    • Sicuramente non è una soluzione equa, come non lo sono il liberismo, le privatizzazioni e la globalizzazione, come pure non è equa Rio de Janeiro, con le sue disparità socio economiche abissali, ma che pure in molti amiamo.
      Finchè scienza e medicina verranno equiparate a “merci” qualsiasi che possono essere oggetto di lucro privato non avremo mai soluzioni adeguate, tantomeno eque.

  2. Veramente interessante questo nuovo filone che racconta Rio de Janeiro come la città che è anche l’ultimo baluardo di normalità e di libertà. Una città, una zona franca, dove la vita continua come prima della pandemia.

  3. Bellissimo spaccato di realtà carioca, fatta di paesaggi, di barboni, di barzinhos, di sole ma anche di pioggia, nuvole e paure.
    Quante volte ho visto gli occhi di quel bambino che descrivi mentre chiede soldi o altro, e leggendoti li ho rivissuti.
    Se posso permettermi una sola personale piccola critica, da perfetto ignorante letterario quale sono, in merito alla “bellezza che non c’è” e l’infelicità/pessimismo che pervade lo scritto sin dalle prime righe. Io credo che vivere una vita felice oppure infelice sia qualcosa su cui abbiamo qualche possibilità di scelta. Non sempre, ovvio, ma spesso dipende da noi.
    Citazioni:
    “Basta poco per rendere felice una vita; è tutto dentro di te, nel tuo modo di pensare”.
    Marco Aurelio
    “La risposta è dentro di te, epperò è sbagliata”
    Quelo

    • ciao Marcofalco, qui Matteo. Grazie delle considerazioni. Pubblicheremo altre storie, da Rio. Continua a leggere. Se vuoi, chiedimi anche l’amicizia su facebook e magari un giorno ci facciamo una chiacchierata.

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