Home Racconti da Rio de Janeiro Storie da una Rio de Janeiro pandemica 3

Storie da una Rio de Janeiro pandemica 3

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Un uomo distinto, dall’abito impeccabile, camminava lungo Nossa Senhora de Copacabana.

Io mi struggevo in casa, pieno di pensieri.

Tre ragazzi scalzi, dalla pelle nera, in bermuda, senza magliette, camminavano lungo Nossa Senhora de Copacabana.

Io mi tenevo la testa tra le mani, soffrivo, mi sembrava d’impazzire.

Mi sarei sfogato in una chat erotica.

M’ero già sfogato in una chat erotica.

Dopo la chat, m’era venuto mal di testa e un sentimento disperato, terribile, la sensazione ch’è tutto finito, non solo la mia storia personale o familiare, tutto.

Un uomo distinto, in giacca e cravatta ma con le scarpe da tennis, attraversa il semaforo tra la Nossa Senhora e la Santa Clara e si ferma davanti alla vetrina del negozio che vende borse. La sua immagine è riflessa nel vetro. L’uomo ha un sussulto perché lui è alto 1 m e 75, pesa 77 chili, è relativamente in forma. L’immagine riflessa però è quella di un gigante, di un mostro, infatti la vetrina non è sufficiente a contenere le gambe, il busto dell’uomo e lui, riflessa, vede solo una parte di sé.

Io ho pensieri così pesanti che mi sembra che pensino da soli, mi sembra che, senza di me e senza il mio consenso, vogliano farmi fuori.

Morire, sparire, non pensarci più.

I tre ragazzi scalzi, sicuramente di qualche favela, stanno correndo lungo Nossa Senhora de Copacabana, sfrecciano tra i passeggeri in attesa di salire sugli autobus, a una fermata; ne spintonano più di uno facendo cadere una signora mingherlina, assieme a molte borse.

Corrono come se stessero scappando da qualcuno, come se avessero rubato qualcosa. Respirano con affanno – fa caldo – e si scambiano occhiate d’intesa. La fuga ormai è compiuta, possono fermarsi ora… davanti alla vetrina del negozio di borse e zaini, all’incrocio tra la Nossa Senhora e la Santa Clara. Osservano la loro immagine riflessa e hanno paura. Davanti alla vetrina non ci sono tre ragazzi neri in bermuda, ma tre ragazzi bianchi con le cartelle al collo e i grembiuli, sui quali sono cuciti gli stemmi di una scuola.

I ragazzi hanno i capelli lisci pettinati con la riga da una parte e s’assomigliano come gemelli.

La madre, bionda con gli occhi azzurri, apre la porta della sala e dice:

  • Patrick, Andy, Wally come on!
  • We’re ready, mum, only a minute – risponde Andy.

Uno dei tre si volta verso il semaforo e mi vede. Lui non è Andy e capisce che sono io che distorco tutto per adeguare la realtà ai pensieri che mi tormentano. Io indosso bermuda beige chiari, maglietta bianca e sandali rossi. Procedo verso Andy, che non si chiama Andy, e noto,  sull’Avenida, l’ombra gigantesca di un uomo alto almeno 20 metri, più alto della maggior parte dei palazzi e dei negozi, uomo vestito in giacca e cravatta, ma con le scarpe da ginnastica, le cui gambe dominano la strada, i cui piedi, ai quali calza scarpe Reebok, quando calpestano l’asfalto distruggono, schiacciano i passanti e le macchine.

Gli autisti abbandonano gli autoveicoli e scappano.

Andy mi fissa e pare chiedermi:

  • Sei tu che stai causando tutto questo?

I ragazzi biondi, i gemelli, figli della donna bianca del Massachusetts, oggi non hanno voglia di andare a scuola. E ne hanno tutte le ragioni perché, durante il tragitto tra la casa con piscina e il college, la madre farà un incidente nel quale moriranno lei e due figli. Si salverà solo Andy, che continua a fissarmi. Io attraverso Nossa Senhora de Copacabana e mi avvicino al ragazzo scalzo che mi riconosce (già gli ho dato l’elemosina) e dice:

  • Zio, mi paghi qualcosa da mangiare?
  • Mi dispiace – rispondo frugandomi in tasca – ma oggi non ho monete. Magari domani.

Poi riprendo la camminata verso il mare.

L’aria è calda, il rumore dello sciabordio delle onde, dello “Squashhh” che le onde fanno frangendosi a riva, giunge fino agli hotel dell’Avenida Atlantica.

Mi guardo attorno e non riesco a capire perché i passanti e le passanti mantengano la calma.

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