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Storie da una Rio de Janeiro pandemica 4

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Ricevette uno strano messaggio whatsapp, da un parente.

Poi, dal niente, un’amica ebbe una premonizione.

Mentre la premonizione era comunicata, io camminavo, in strada, col cane e attribuivo l’angoscia alla mancanza di sonno.

I gabbiani che sfrecciavano alti in cielo e sorvolavano gli hotel, la spiaggia, si intromettevano, s’intrufolavano tra le nuvole rovinandone o confermandone i disegni, macchiandoli col nero dei loro corpi, i gabbiani erano avvoltoi pronti a posare sugli ospedali, sugli ospedali da campo, sugli ambulatori, sulle camere mortuarie, sui tetti di zinco, sui tetti di resina, sui mattoni cotti dal sole, su tutta la città.

L’avvoltoio però è anche il simbolo del Flamengo che ha vinto rocambolescamente – qualcuno dice che ha rubato – il campionato.

I gabbiani non erano gabbiani, erano avvoltoi.

L’ironia che aveva contraddistinto i nostri rapporti si stava trasformando in superstizione. Le nostre sicurezze, i baci, gli abbracci, il sesso, anche se sporadico, i lavori, le ambizioni, i progetti, gli ideali, le aspettative, le vie di fuga sgretolavano al sole come castelli di sabbia. Avevamo chiamato cemento la sabbia, avevamo chiamato la sabbia acciaio.

Avevamo creduto che il problema fosse la polizia che, quando entrava in favela, sparava senza chiedere i documenti, senza un motivo, solo per il gusto di sparare, per il piacere di tornare in caserma a conteggiare uno o due morti, a parer loro, uno o due banditi.

Avevamo creduto che il problema fosse la mancanza di infrastrutture, fosse la scuola pubblica deficitaria, fossero i professori poco esigenti, i presidi impreparati, gli alunni maleducati.

Invece ora capivamo che il problema era la morte.

La morte dentro ogni cosa, nei baci, negli abbracci, sui tetti di zinco, nel cuore e nelle penne dei gabbiani, negli occhi iniettati di sangue degli avvoltoi.

Sangue chiama sangue. Sangue chiama sangue.

I bambini giocavano nell’acqua, gli adulti si passavano il frisbee con le mani, i più coraggiosi bevevano una birra.

Io stesso, pieno di coraggio, portavo a spasso il cane col cuore in frantumi, bello e abbronzato e impallidito dentro, i miei organi vitali lampeggiavano in allerta, la coscienza, per non addormentarsi ulteriormente, aveva accettato d’essere sostituita dal sogno.

Il sogno, l’incubo più nero e irreale era diventato realtà.

E lei ricevette prima un messaggio whatsapp da un parente e poi, in una stupida e calda domenica sera, un’amica ebbe una premonizione.

Cominciammo così senza volerlo a pensare alla morte tutti i giorni, ogni ora del giorno, ogni minuto, ogni secondo.

I gabbiani volteggiavano tra le nuvole compiendo ampi giri, le emissioni di carbonio nell’ambiente erano notevolmente diminuite.

Andrà tutto bene.

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