Home Racconti da Rio de Janeiro Storie da una Rio de Janeiro pandemica 6

Storie da una Rio de Janeiro pandemica 6

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Prende le macchine con le mani, le alza come se fossero cioccolatini.

Era un uomo qualunque, in giacca e cravatta e scarpe da ginnastica. Camminava, si è fermato davanti alla vetrina del negozio di borse, cinture e zaini, si è osservato sui vetri e si è accorto d’essere un… gigante!

Schiaccia le macchine  e i passanti, camminando.

Tutti scappano, tutti gridano.

Io mi rannicchio all’angolo della via, vedo la spiaggia, mi rannicchio all’ombra della hall dell’hotel, hall la cui balaustra anni fa cadde ammazzando un tale.

E penso a una barca e al timoniere che, in mezzo alla tempesta, guardingo, cerca di agire il meno possibile.

  • È così che ti senti? – chiede la psicanalista dal viso lungo e i capelli corti.

È bella, è sempre stata bella, soprattutto le caviglie, bianche come panna montata.

Il gigante si infila le macchine in bocca come fossero hamburger e se li mangia, con l’autista e tutto il resto. Molti, i taxi trangugiati.

Oggi in Brasile 1913 morti: state attenti! – scrivono su facebook.

Rannicchiato, mi sdraio in posizione fetale.

Dov’è la mia mamma?

Dov’è sempre stata quando avevo bisogno di lei?

  • Ti ha trascurato? – chiede la psicanalista e io penso che la pago per fare domande. La pagherei più volentieri per fare altre cose.

Preferirei non pagarla affatto.

È possibile essere amati, gratis?

  • Era presente, anche troppo, ma aveva sempre qualcosa di più importante a cui pensare.

Davanti alla vetrina c’era anche un ragazzino, un adolescente biondo con gli occhi azzurri, che chiedeva l’elemosina.

Era nero con gli occhi scuri.

Era biondo con gli occhi azzurri.

Se gli avessi dato qualche spicciolo, Dio forse avrebbe perdonato al mondo le sue colpe e invece dell’epidemia, ci avrebbe inviato prosperità e vittorie.

Lei, non la vedo quasi più.

Da quando poi le hanno detto che non vivrà a lungo, è sparita del tutto.

Si starà godendo la vita, credo.

  • Ti manca?
  • Sì, soprattutto ora che, sdraiato a torso nudo, con i boxer con su disegnati dei baffi buffi, boxer che coprono il mio…
  • Perché mi parli di certe cose?
  • Non so… posso continuare?
  • Continua, prego.
  • Di cosa parlavamo?

È pomeriggio, Copacabana è trafficata, dalle finestre aperte sull’Avenida Nossa Senhora giunge fino a noi il rumore dei veicoli.

  • Lo sa che un gigante sta distruggendo tutto?
  • Ti manca?
  • Moltissimo
  • Credi che ci siano possibilità di riallacciare?

Rannicchiato ho pensato a questa barca in mezzo alla tempesta, l’unica possibilità di redenzione, l’unica opportunità di credere ancora in un futuro è la presenza del sovrannaturale, una luce tra le nubi, e il volto di Gesù Cristo, disegnato, sfumato, nel chiarore.

Dopo la seduta mi sono detto che è buono avere un posto in cui delirare, senza remore, con una certa fiducia che, tra le pieghe del delirio, si nascondano delle verità.

A casa poi ho scoperto che il cane aveva ancora la diarrea. E che anche a Rio è stato decretato il coprifuoco.

Siamo in guerra contro un nemico occulto.

Mi è venuta in mente una frase sibillina della psicanalista:

  • Gli adolescenti d’oggi hanno visto solo distruzione, ma non quella distruzione oggettiva, palazzi bombardati che vengono rasi al suolo, incursioni aeree, terremoti, eruzioni implacabili di vulcani spenti da millenni, no, sarebbe certo stato meglio se avessero assistito a questo tipo di distruzioni.

Invece sono le loro idee, gli ideali, le certezze di regole preesistenti, che stanno crollando.

  • Sì, ha ragione. Pensi solo al fatto che oggi andare a scuola è considerato un lusso. Non andare a scuola è diventato quasi normale.

Prima di chiudermi la porta alle spalle, mi ha ricordato che giovedì prossimo è il giorno del pagamento mensile delle sedute.

Nella Santa Clara c’era gente che camminava e nessun gigante che ingoiava macchine, nessun bambino bicolore che faceva l’elemosina.

Un giorno tutto questo avrà un senso, penso accendendomi una sigaretta.

Sono sdraiato a torso nudo sul letto.

Lei non c’è.

Fa caldo, troppo caldo per il mese di marzo.

Di solito a marzo di questi tempi già pioveva.

Le piogge di marzo che chiudono l’estate.

Mi si chiudono gli occhi, le parole scritte hanno raggiunto il loro scopo, quello di calmarmi e di mettermi sonno.

Meglio degli psicofarmaci, le parole scritte.

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