Home Amore Storie da una Rio de Janeiro pandemica 11

Storie da una Rio de Janeiro pandemica 11

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Antonio le ha provate tutte, chiuso nella cameretta, ha provato anche a credere a questa storia del virus, la madre gli ha parlato, gli ha detto, Il momento è solenne, verremo giudicati dalla Storia, il padre non gli ha detto un cazzo, il padre parla poco, l’ultima cosa che gli ha detto è stata: “È pronto il panino, te l’ho lasciato sulla credenza”.

Il padre usa ancora parole come “credenza”.

Antonio ha chattato con tutti i compagni di classe, ha flirtato con un paio di compagne, poi si è alzato, indispettito, insoddisfatto da quest’adolescenza buttata via, consumata ammazzandosi di seghe, la notte; con le scarpe da tennis ai piedi, i jeans e la felpa Lacoste si è presentato davanti alla mamma e, solennemente, ha dichiarato:

  • Basta, anche io ho i miei diritti e non solo dei doveri. Voglio uscire!

Lei, capelli rossicci, faccia magra, sguardo profondo e assente, non gli ha nemmeno risposto.

Ha indicato la porta.

Lui ha cercato con lo sguardo il padre che non c’era, forse era andato al supermercato o aveva incontrato qualcuno per motivi imprescindibili e mai futili.

Antonio è uscito di casa; vive in una palazzina di quattro piani, non lontano dalla chiesa di Santa Barbara e dal centro di Toledo Lodigiano.

Davanti a casa ci sono dei parchetti, delle panchine, degli arbusti, alberi; il cielo era azzurro verde opaco, le nuvole parevano api scoppiettanti, piccole, spezzettate, sibilline e tendenti al giallo, al giallo virus, giallo malattia.

Il ragazzo ha camminato a lungo solo, fissandosi la punta delle scarpe. Poi ha sostituito le scarpe con il cellulare, ha scambiato messaggi a lungo con questo e quello fino a convincere Marco.

Ed eccoli Antonio e Marco, attorno al falò. Seduti, si passano la sigaretta e bevono, tracannano dalla stessa bottiglia di vino che Marco ha rubato dalla credenza dei suoi. La bottiglia era lì, immobile, ritta sul ripiano della credenza che chiedeva d’essere salvata, d’essere consumata in fretta, come una scopata sincopata. Marco è alto, ha giocato a basket, fuma un pacchetto di Marlboro al giorno, ha 14 anni come Antonio.

Il falò lo hanno acceso usando rami d’albero, foglie e tre aste divelte da una panchina. E carta di giornale, riviste che lo spilungone ha rubato dalla casa dei suoi. Il colore è confortante, osservare la fiamma è ammaliante, immaginare vaticini tra gli scoppiettii del fuoco è letterario.

  • Che palle, la scuola ha chiuso ancora – dice Marco.

Lui è notoriamente scarso in tutte le materie, ma a casa si annoia, i suoi lo annoiano, la sorella gli rompe le palle tutti i giorni parlandogli dei fidanzati.

  • Non dici niente? – chiede a Antonio che, seduto davanti a lui, bello profumato e primo della classe, fissa la fiamma.
  • Io mi masturbo troppo. Ho bisogno di scopare – rivela e beve, d’un sorso, mezza bottiglia di vino.
  • Dammi una sigaretta – chiede.

L’altro gliela porge.

  • Chi ti scoperesti delle nostre compagne?
  • Camilla
  • Camilla?
  • Sì.
  • Perché Camilla?
  • Perché quel culo me lo sogno anche di notte.

Marco ride, rilassato dopo tanto tempo.

Ride Antonio e pensa che lui e l’amico devono vedersi più spesso.

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