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Storie da una Rio de Janeiro pandemica 7

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Ho paura della notte, è tutto il giorno che penso che ho paura della notte e, mentre lo scrivo, il cane mi lecca le dita dei piedi e le caviglie.

La notte, senza stelle né oceani misteriosi, la notte, coi bar chiusi, in cui è proibita la vendita di alcolici, la notte, il dolore nello stomaco, il sangue nelle feci.

Ho paura della notte mentre i capelli e i denti cadono uno a uno.

Domani notte, a Rio, non lontano dalla statua del Cristo, ci sarà un’orgia a cui parteciperanno almeno sette gothic girls, vestite di nero, bianche di pelle e, immagino io, cinque, sei o sette maschi. In una villa con alcolici, preservativi e droghe leggere, in abbondanza.

Tutta la città sta organizzando feste clandestine per eludere il coprifuoco.

Ho paura dei miei desideri più profondi.

Ho paura dei tuoni, delle scariche elettriche sulla testa e sulle braccia del Cristo.

Il mio cane mi capisce e mi lecca le braccia. Sono come una madre, per lui.

Ho paura di non avere paura della notte e di lasciarmi andare anch’io perché forse me lo merito. Non dico alla festa di domani, forse è troppo, magari mi limiterei a qualche foto o a una o due interviste perché sono un piccolo borghese, perché non sono un piccolo borghese, perché sono stato un giovane cattolico, perché dalla chiesa cattolica sono uscito, perché sono diventato qualcos’altro, perché non sono mai cambiato.

La notte andrebbe capita, vissuta poco a poco, digerita con circospezione ma io ho il vomito, l’ulcera, gli occhi fuori dalle orbite perché cerco l’ordine, il controllo, una famiglia tradizionale, figli, nipoti, i consigli degli adulti, le ore esatte per portare fuori il cane.

E invece… E invece… mi chiudono le scuole che è l’affronto maggiore ai 46 stupidi anni che ho passato sul Pianeta. L’affronto maggiore a ciò che mi hanno insegnato.

Sono un uomo frustrato di mezza età che non è mai stato niente e ha paura di morire senza mai essere stato niente.

Ci vorrebbe un dialogo, dei personaggi, ci vorrebbe dell’ironia, del sesso, magari in dieci, ci vorrebbe la vitalità dei centurioni, dei patrizi ma io dubito d’essere un discendente dei romani.

Ho paura della notte perché vengo dalla notte, dalle montagne, dai boschi, dai sabba delle streghe, ho paura delle streghe perché siamo fatti della stessa pasta, e ci piace il volo, solo che io, solo che io sono stato anche l’Inquisitore, ho giocato in più squadre, mi sono contraddetto.

Non sono niente, diventerò nessuno, a Ipanema oggi alle 17 era tutto chiuso. A Copacabana no, non so se faranno controlli, invidio qualcuno ma non so chi, non chiedo niente a parte un quaderno e una penna e le parole che mi ammaliavano alle scuole elementari.

Sì, perché io a scuola ho avuto la fortuna d’esserci andato, tutti i giorni tranne quando stavo male. E seduto, spesso nell’ultima fila, mi facevo stupidamente incantare dalle parole e dalla logicità di certi ragionamenti, di certe frasi. Mi piaceva ciò che era sensato.

Sono stato un giovane cattolico e, quando mi innamoravo, sognavo conquiste e matrimoni.

Eunuco, forse, lo sono diventato con il tempo o, forse, sono quei fulmini sulle braccia e sulla testa della statua del Cristo che mi turbano.

Ho paura dei gatti, dei serpenti, dei topi, del sangue, la notte scorsa ho sognato un serpente corallo nero, rosso e bianco.

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