Home Racconti da Rio de Janeiro Storie da una Rio de Janeiro pandemica 9

Storie da una Rio de Janeiro pandemica 9

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Foglie secche, fiori come fossimo a maggio, neve, grandine, uragani, piatto paesaggio lombardo in cui nulla accade.

Questo era lo stato d’animo di Antonio, all’ennesimo lockdown.

Lucertole, scarafaggi, gatti in giro per la casa con in bocca dei topi sanguinanti, tutto lucido e pulito, disinfettato e ancora disinfettato dalla mamma.

Già, la mamma. Tutto il giorno a letto sdraiata con il cellulare in mano e gli auricolari alle orecchie. Tutto il giorno in tuta.

Il papà seduto in sala davanti al computer a parlare ad alta voce.

Antonio, in piedi davanti alla finestra spalancata su Piazza Trieste, a Toledo Lodigiano, è rimasto in contemplazione a fissare gli eserciti, quando sono passati, bellissimo quello polacco con un paio di soldatesse così bionde da fargli accapponare la pelle.

Lui non esce perché la mamma gli ha detto che il virus si trasmette anche solo con un bacio o parlando senza mascherina seduto sulla panchina di fianco agli amici.

Antonio è timido, un po’ grasso, sul naso inforca grossi occhiali dalla montatura di ferro o simil ferro.

Tutti i giorni sono uguali. Meglio le notti, solo in camera davanti al computer acceso su youporn.

Antonio adora le scene di sesso anale, meglio se la donna è fra due uomini. Pensa a cosa farebbe lui a questa o quella compagna di classe o alla soldatessa polacca.

Il plotone è passato a ranghi quadrangolari. Era molta gente, davvero. Tra russi, polacchi, danesi e svedesi c’erano anche spagnoli, portoghesi, greci e italiani.

In disparte, australiani, coreani (del sud) e cinesi.

  • Tutti uniti contro il virus – era il motto dei soldati e delle soldatesse.
  • Tutti uniti contro il virus – è la frase ripetuta in tv, dopo ogni servizio.
  • Tutti uniti contro il virus – dice la madre al padre quando lui la interpella, serio.

Il padre di Antonio è un uomo serio che fa un lavoro serio.

Antonio di notte s’ammazza di seghe, alle volte riesce a farne sette (non di seguito) tra mezzanotte e le cinque del mattino.

Antonio teme di essere omosessuale o forse bisessuale perché si eccita anche davanti al culo peloso degli uomini.

Gli piace guardare i culi, più che le fiche.

Gli piacerebbe un giorno anche lui metterlo nel culo a qualcuno.

Pensando a Antonio, mi sono ricordato…

Dopo l’attività notturna, al mattino fa fatica a svegliarsi. Per seguire le lezioni online chiude la porta a chiave.

La cameretta di Antonio è illuminata dal sole; c’è un lettino striminzito, stretto per lui che è corpulento. La cameretta è anonima. Lui alle pareti non ha appeso niente perché non ha voluto istigare pensieri strani nei suoi genitori.

I genitori per lui sono tutto. Non sa come farebbe, senza di loro.

Antonio adora masturbarsi di nascosto, sotto il tavolo, mentre lui e i compagni e le compagne sono collegati tutti insieme alla lezione. Osserva il viso dell’uno e dell’altro e immagina che faccia farebbero se lui mostrasse a tutti il suo cazzo.

Probabilmente verrebbe espulso e invitato a non connettersi più.

Pensando a Antonio mi sono ricordato della prima volta in cui mi sono masturbato. Avevo il gesso alla gamba, ero sdraiato nella mia cameretta e alla televisione passava Megaloman. Il protagonista era androgino, con la tuta rossa, attillata. Sul petto, dettagli d’argento. I capelli erano lunghi e argentati.

Avevo… undici anni.

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