Home Racconti da Rio de Janeiro A Copacabana da qualche settimana le mascherine le usano tutti

A Copacabana da qualche settimana le mascherine le usano tutti

0

Dalla finestra del suo studio, vedo il negozio della BAGAGGIO e mi vedo seduto sul sofà, davanti alle vetrine, che sto spiando nella casa di Gustav. Io sono due, una parte di me ha appena suonato alla porta della psicanalista, è rimasta 5 minuti ad aspettare ascoltando, dalla radio accesa, la voce perfetta di Milton Nascimento e l’altra parte è seduta, qui sotto, all’altro lato della strada, davanti al negozio, ed osserva i fantasmi proiettati nei vetri.

Glielo dico:

–         Io sono qui e sono anche lì sotto. Mentre parli con me io sono lì sotto e nei vetri vedo…

–         Ti va di stenderti sul sofà?

Forse, con la testa appoggiata sul cuscino, sdraiato, osservando il muro, ti sentirai più libero di dire ciò che ti viene in mente e d’associare le idee.

Seduto, all’incrocio tra la Santa Clara e la Nossa Senhora, sento che una parte di me non è più con me e mi distraggo, per un momento non osservo le azioni e le parole dei quattro adolescenti che, a casa di Gustav, hanno organizzato una vera e propria festa pandemica, perché sono attratto da quell’altro io che poi sono io anche questo, il quale si è alzato, nello studio della psicanalista, e si è sdraiato nel sofà.

–         Sono scomodo – ho detto – Mi sembra di stare a casa mia. Così, le associazioni d’idee mi vengono malissimo.

Allora mi sono messo a sedere, non molto lontano da lei.

–         Posso prenderti la mano?

–         Perché…  – ha risposto, porgendomela.

Le sue dita non sono fini come mi aspettavo che fossero e sono anche screpolate. Ha la faccia stanca, è più magra del solito, è filiforme.

Recentemente si è vaccinata ed era contenta, si è tolta un peso, mi ha detto.

Anche io ero contento, per lei.

Ci fissiamo.

Occhiali, occhi piccoli e scuri. Viso minuto, sorride.

–         Allora? – chiede, ritirandosi.

Parliamo d’arte, di letteratura, del mondo editoriale italiano, della sinistra di Milano.

Stranamente non affrontiamo temi quali la pandemia e i vaccini.

Mentre scrivo sento che ci sono domande e paure che non riesco né voglio esprimere. E ciò mi disturba perché mi ero ripromesso di aprirmi il cuore come un chirurgo e di analizzarlo, freddamente. Mi accorgo però adesso che il cuore in questione è il mio e, se dovesse smettere di battere, a morire sarei io. È una strana considerazione perché, fino a pochi secondi fa, mi consideravo immortale.

–         Oggi, mentre portavo a spasso il cane e pregavo ad alta voce, come faccio spesso, ho visto il volto di mia nonna, giovane e sorridente. È la prima volta da quando è morta che la vedo come era, senza ombre che mi ricordino che è morta e il dolore che ho provato. Credo significhi che finalmente, dodici anni dopo, ho accettato che se ne sia andata, che mi abbia lasciato. Credo che oggi, mentre portavo il cane a spasso, siano morte anche la mia infanzia e adolescenza. Oggi mi sono reso conto che sono diventato questo essere che sono. Non mi piaccio, ma devo conviverci. Non ho altra scelta.

Lei mi pare divertita dalle mie considerazioni anche se continuo a trovarla stanca e dimagrita. Veste una felpa grigia leggera, pantaloni lunghi beige e sandali chiari allacciati alle caviglie da cinturini scuri.

Mentre sto per uscire, dopo i 50 minuti concessimi, mi ricordo d’essere seduto lì sotto all’incrocio dove sto osservando gli interni della casa di Gustav.

Glielo ripeto, con un piede già fuori dello studio.

–         Lo sai che io sono qui e anche lì sotto, seduto su un sofà, senza patatine né pop-corn, senza sigarette, davanti al negozio della BAGAGGIO e spio ciò che succede nella casa di un adolescente, a sud di Milano?

Ora mi pare infastidita, come se avessi tentato d’abbracciarla obbligandola a reagire con una frase tipo: “Toglimi le mani di dosso!”.

Ci salutiamo, lei chiude la porta, io mi scordo di mettermi la mascherina, entro nell’ascensore senza mascherina, esco dal palazzo, nella Santa Clara, senza mascherina.

A Copacabana da qualche settimana le mascherine le usano tutti. Io no, almeno quando cammino all’aperto.

Giro la testa verso il negozio della BAGAGGIO, a una ventina di metri, e mi vedo, pieno di coraggio e di nostalgia, lì davanti, impalato, che cerco di capire, di risolvere, di rinascere.

Ma per rinascere bisogna morire.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here
This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.