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Barra da Tijuca non è Copacabana

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Barra da Tijuca non è Copacabana.

Osservo l’Avenida mentre salgo le scale del BRT. La stazione non è piena, non ricordo esattamente quale autobus devo prendere, se Madureira o Recreio, ne prendo uno a caso.

Dentro siamo in tanti, con le mascherine.

Qualcuno senza, perché mangia patatine con le mani unte di grasso. Poi passa le palme sullo schienale del sedile di chi le sta davanti, si pulisce sulla gonna e infila di nuovo le dita nel pacchetto. È una signora grassa, con la mascherina incastrata sotto il mento.

Un giovane dal fisico atletico grida:

–         Scusate, signori, se interrompo il silenzio della vostra corsa. Sono qui per proporvi l’acquisto dell’ultimo prodotto delle caramelle MENTOS. Se preferite le classiche alla menta… se invece volete le nuove multi gusto… in un negozio delle LOJAS AMERICANAS le troverete a 2 o 2 e 50; con me potrete approfittare della superofferta: un pacchetto a 1real!

(è magro, nero, con tutti i denti in bocca)

Io non esisto, o meglio, esisto perché osservo.

Qualcuno mi nota, mi guarda. Io guardo gli altri e gli altri mi guardano.

Il mio proposito iniziale, quello di trovare uno o una disposto a tornare con me a Copacabana e a piazzarsi davanti alle vetrine del negozio BAGAGGIO per poi raccontarmi cosa ci vede riflesso, sta svanendo, lasciando il posto a… PROPOSITO NENHUM!

Scendo, indifferente, a una fermata qualunque.

Sono nell’Avenida. L’attraverso correndo per evitare d’essere investito. Raggiunta l’altra corsia, m’accorgo d’essere a metà strada tra il palazzo nel quale anni fa ho insegnato italiano ai dipendenti della TIM e lo shopping che ospita lo store della DECATHLON, uno dei miei preferiti.

Mi sento solo.

Vorrei ricordare con languore i tempi delle lezioni ai manager, invece mi sovviene quando, a cinque anni, in seguito a un’infezione al pollice della mano, babbo e mamma mi portarono da un medico che mi incise il dito, estrasse il pus, e mi fasciò.

Poi io e il babbo andammo al Parco Sempione, a giocare a calcio.

Giocare a calcio mi piaceva un casino.

Entro nella Decathlon. Lo store è composto da un immenso salone, da file, stand di prodotti quali scarponi chiodati per la montagna, scarpe da ginnastica, berretti, giacconi per la neve, palloni da calcio, da basket, magliette delle squadre brasiliane; prendo una maglietta a caso, bianca e nera, e mi avvio verso i camerini.

–         Posso cambiarmi? – chiedo, con la maschera sopra bocca e naso, a una donna mascherata.

Dentro al camerino, davanti allo specchio, mi tolgo la maglietta e, mentre sto per infilarmi quella che penso di comprare, mi accorgo che l’immagine riflessa nel vetro non è la mia, ma quella di Antonio e Gustav, a Toledo Lodigiano. Hanno passato parte del pomeriggio insieme, a cucinare. L’intenzione di Gustav era avvelenare i genitori ma nelle tre quattro ore in cui ha tentato di comprare nitrito di sodio via internet, ha scoperto che il corriere ci avrebbe messo troppo tempo a consegnarglielo. Quindi ha cancellato l’acquisto. La madre e il padre però si erano dimostrati entusiasti dell’invito e gli hanno confermato che sarebbero stati di ritorno per le nove. Lui, disperato, ha chiamato Antonio che è tempestivamente accorso ad aiutarlo a preparare una semplice pasta al salmone.

I due quattordicenni sono ora a tavola, il sugo è pronto, la pasta già scolata. Suonano alla porta. Entra per prima l’infermiera, madre dell’italo tedesco. È bionda, occhi azzurri. Poi, il padre, il medico, primario del reparto di neurochirurgia, in carne, coi capelli scuri.

Mi accorgo, davanti allo specchio del camerino, che assomigliano ai miei genitori, a come erano da giovani.

M’infilo la maglietta sudata che vestivo quando sono entrato nel negozio.

–         Va bene? – mi chiede la commessa e, forse, sorride.

–         Sì, ma… credo che comprerò un paio di scarpe.

Le restituisco la mercanzia.

Provarsi una maglietta è stupido ed è sintomo di maleducazione perché si passa il proprio sudore al futuro acquirente, forse contagiandolo.

M’incammino verso lo stand delle scarpe da ginnastica.

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