Home Racconti da Rio de Janeiro La pioggia a Rio

La pioggia a Rio

1

Piove a secchi, “chove a cântaros” si dice in portoghese. Siqueira Campos è zuppa fino all’orlo, dai tombini escono rivoli che inondano le scale della metro, tutti s’affrettano sotto gli ombrelli. Rio è una città che ogni volta che piove ti fa pensare quanto è impreparata alla pioggia.

Torrenti all’incrocio fra la Figueiredo e la Santa Clara e il semaforo è rosso. Ci appostiamo in due, io col mio k-way giallo della DECATHLON e una signora con una maglietta a maniche corte coi capelli bagnati, il collo bagnato, i vestiti bagnati, ci appostiamo sotto alla tettoia di un negozio di scarpe e abbigliamento maschile e prendiamo la rincorsa perché, al verde, vogliamo scattare, saltare la pozza ed evitare di inzupparci i piedi e i calzini nell’acqua che sta uscendo dai tombini.

Rio de Janeiro è assolata, 40 gradi all’ombra, l’asfalto è bollente, mi sudano anche i piedi al contatto con i sandali, i vestiti sono un ostacolo, una pena, l’unica soluzione è gettarci tra le onde o chiuderci in casa con l’aria condizionata accesa. Gli autobus che passano coi finestrini aperti, e quindi senza aria condizionata, ci fanno pensare ai detenuti nei campi di sterminio e scrivo “ci” perché m’illudo di rappresentare qualcuno, oltre a me stesso.

Tutti si lamentano del caldo, i venditori ambulanti si lamentano, le commesse del negozio BOTICARIO si lamentano, si lamentano del caldo gli autisti degli autobus quando parlano a chi, salendo, mentre paga in contanti o passa la tessera sopra al sensore, gli rivolge la parola.

–         Uno, due, tre e… via! – il verde è appena scattato, ho contato a voce alta in italiano, la signora accanto a me mi ha guardato, ha sorriso e siamo partiti all’assalto della pozza in un comune sforzo fisico che assomiglia al salto in lungo praticato da ragazzini durante le lezioni di ginnastica o alle gare di atletica delle Scuole Medie.

Il mio professore si chiamava Fugazza, in seconda Fugazza se ne andò e venne De Rosa.

–         Quando vinsi gli ottanta metri piani e la staffetta, mia madre, che insegnava in quello stesso istituto, non volle premiarmi. Io ci rimasi male. Tornai a casa a piedi, da solo, poi le chiesi perché non avesse dimostrato davanti a tutti il suo orgoglio per le mie vittorie, e lei rispose:

“Non volevo che qualcuno pensasse che faccio dei favoritismi”.

La psicanalista mi osserva e pare si stia divertendo.

–         Ci sei rimasto male…

–         Sì, ma non molto. Ci ero abituato. Oggi non sono più arrabbiato, so che è fatta così. Era così con tutti, non solo con me. Ha paura di manifestare affetto, ha imparato ad essere rigida, non ha mai amato la dolcezza. Io non sono come lei.

Salto la pozzanghera e atterro a pochi metri dalla vetrina del negozio. Mi tocco il cellulare nella tasca dei pantaloni. Si sta bagnando, io lo uso per le lezioni online, se si rompe mi toccherà comprarne un altro proprio ora che non posso permettermelo.

Bermuda al ginocchio, infradito ai piedi, canottiera gialla che lascia in bella mostra la catenina d’acciaio attorno al collo, mi fermo davanti al negozio di zaini, borse e cinture, all’incrocio tra la Santa Clara e la Nossa Senhora. Raccatto, dai rifiuti accumulati, ammonticchiati in un cassonetto, una sedia sgangherata. È stata scartata e buttata lì. Le manca una gamba. Mi siedo tra la folla che passa, incurante dell’afa e della temperatura dell’asfalto, alzo gli occhi al cielo e non vedo nemmeno una nuvola, li abbasso verso la vetrina del negozio e vedo…

Mi vedo che sto correndo sotto alla pioggia, i miei jeans sono inzuppati, le scarpe da tennis Decathlon sono inzuppate, il k-way giallo da solo non risolve il problema e l’acqua è sulla mia maglietta, è dentro alle mie mutande, gli occhiali sono appannati, la mascherina, che diligentemente tengo sulla bocca, è zuppa, il cellulare a quest’ora già non funziona più.

Mi osservo riflesso sui vetri del negozio di borse, cinture e zaini che fa angolo con la Nossa Senhora e vedo…

Quattro adolescenti seduti attorno a un fuoco. Hanno gli sguardi seri, forse troppo. Non capiscono che la campagna vaccinale sta andando a gonfie vele, l’economia si sta riprendendo, la ruota ha ricominciato a girare.

Mail priva di virus. www.avast.com

1 commento

  1. quando esco di casa mi porto SEMPRE uno zainetto e nello zainetto c´é SEMPRE un ombrellino.
    e i brasiliani mi prendono per matto per questo.
    salvador é piú piovosa di rio e, pure nella stagione secca, puó piovere all´improvviso e pure forte.
    ma col mio ombrellino non mi bagno piú e poi non devo beccarmi il ventaccio in autobus tutto fradicio.
    cosí facendo non ho avuto piú una febbre dal gennaio 2005… peró sono matto io.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here
This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.